Esiste una relazione molto stretta tra arte ed artigianato, una relazione che può essere spiegata come quella tra parenti uniti dal vincolo di sangue e, magari, divisi, però, da interessi e da condizioni economiche e sociali. L’artigianato è indiscutibilmente il parente ‘povero’ dell’arte e ciò comporta che importanti settori produttivi siano considerati con sufficienza spocchiosa da parte della parte cosiddetta ‘alta’ della produzione creativa artistica. La ceramica, i metalli, la grafica, talvolta, il disegno stesso, sono considerati manifestazioni di grado ‘inferiore’, valutando, invece, la pittura e la scultura come le uniche manifestazioni creative degne di fregiarsi senza riserva alcuna di maggior prestigio, come il cuore pulsante dell’arte a tutte lettere maiuscole.

Da tempo si va spiegando che tale prospettiva è fondamentalmente scorretta, ma tale correzione di tiro non è sufficiente a riposizionare sullo stesso piano un oggetto di vocazione ‘artigianale’, con uno considerato, invece, ‘artistico’. A fare la differenza, che di fatto un qualche fondamento ce l’ha, non è, però, una dirimente di qualità, ma quella di ‘funzione’, dal momento che, nella stragrande maggioranza dei casi, l’oggetto artigianale, ha una possibilità d’uso pratico che il dipinto, ad esempio, o la statua non hanno.

L’uso empirico di piatti, di vasellame, di oggetti di impiego pratico conferiscono al prodotto artigianale la possibilità di entrare in modo ‘interno’ nella vita di tutti i giorni, attivando un piacere estetico che completa la mera destinazione di servizio. La cultura occidentale, nel distinguere in modo metto e gerarchicamente definito la prevalenza della consistenza intellettuale, rispetto alla finalizzazione strumentale, risponde a quella istanza di ‘ut pittura poesis’ che si è affermata dal Rinascimento in poi, andando a tracciare la divisione netta tra arte ed artigianato.
Vengono fatte rientrare, talvolta, e con intento diminutivo del loro spessore artistico, nell’ambito del contesto artigianale anche opere che decisamente non meriterebbero una ‘declassazione’ nella considerazione del loro rilievo, come avviene nel caso delle figure da presepe, i cosiddetti ‘Pastori napoletani’, in ispecie, confinando nell’ambito discriminatorio della considerazione ‘artigianale’ anche tutti gli elementi di corredo che costituiscono gli aspetti di corollario e molto spesso di pregevolissima fattura che servono per completare il quadro scenico della ambientazione della Natività.

Non è quindi, a ben vedere, la dirimente qualitativa ciò che fa la differenza, ma una concezione aprioristica che vale soprattutto nell’arte occidentale e che utilizza un ulteriore criterio di distinzione per avvalorate il criterio discriminatorio della prevalenza qualitativa di pittura e scultura, non a caso, definite anche ‘arti maggiori”.
L’ulteriore criterio discriminatorio è quello della serialità produttiva, un criterio che mostra tutta la sua debolezza soprattutto se prendiamo atto che anche nel contesto di pittura e scultura, spesso, si fa ricorso alla continuità ‘seriale’ per rispondere al bisogno di una determinata istanza creativa, che necessita, per il proprio sviluppo produttivo, di fare ricorso a strumenti ad hoc per lasciare affermare realizzativamente il proprio progetto.
In conclusione, ciò che può affermarsi è che, al netto della serialità industriale, la serialità artigianale non può essere considerata un convincente argomento per la messa in discussione degli spessori qualitativi di produzioni – definiamole pure ‘artigianali’ – ma che hanno le peculiarità distintive delle porcellane di Capodimonte o di Meissen, per non dire dei vetri di Murano o dei tappeti persiani, o del vasellame di ‘scuole’ ceramiche come quelle di Castelli, di Caltagirone, di Vietri, di Cerreto Sannita ecc.
Né di minore valore considereremo anche le molte personalità che hanno saputo dare spessore a queste delibazioni creative: pensiamo alle figure storiche dei Della Robbia, dei Grue, e, più vicini a noi di Tullio d’Albisola, della Kowaliska, di Gambone ecc.