R. Pinto: Può essere utile osservare che la tua collocazione nel contesto ‘concettuale’ non deve essere intesa come una collocazione obbligante, ma solo come un indirizzo interpretativo, come avrebbe detto Gadamer, del tuo processo creativo: ed allora, in quale misura ti riconosci nell’insegnamento di Duchamp?

I. Tufano: Parto da una citazione di Paul Ricoeur da ‘La critica e la convinzione’:

“Quando nel XX secolo la pittura ha cessato di essere figurativa si è potuto finalmente misurare pienamente tale mimesis, la cui funzione giustamente non è di aiutarci a riconoscere oggetti, ma a scoprire dimensioni dell’esperienza, che non esistevano prima dell’opera. Proprio per il fatto che Soulages o Mondrian non imitano la realtà, nel senso imitativo del termine, dal momento che non ne fanno una replica, la loro opera ha la potenza di farci scoprire, nella nostra esperienza aspetti ancora ignoti.” Duchamp ha mostrato come il giudizio sia relazionale, cioè legato al momento, alla situazione, all’iniziativa intelligente ed infine alla magia delle parole. Tutto ciò suona come liberazione da un passato di certezze “aristoteliche”; qualcosa di analogo avveniva anche nella fisica all’inizio del Novecento. Questo però non significa che ci siamo liberati dalla possibilità di essere ingannati, usati dai nuovi strumenti tecnologici a disposizione di coloro che detengono il potere: la manipolazione è svelata ma non disinnescata.

R. Pinto: E quale è il tuo rapporto con la ricchezza vivissima della componente ‘concettuale’ della ricerca artistica napoletana, cui dedichi, peraltro, ampia apertura  d’accoglienza nel tuo spazio espositivo?

I. Tufano : Risponderei sinteticamente che imparo continuamente dagli amici che chiamerei “dadaisti” per precisare il senso della parola “concettuale”, soprattutto poeti come ad esempio Ferdinando Tricarico o Eugenio Lucrezi hanno ironia, efficacia, impegno nei confronti della realtà che viviamo, si tengono ben lontani da lirismi datati, sanno giocare un gioco capace di restituire senso alle parole. Grazie a loro, a persone come Giorgio Moio so che nel Novecento napoletano ci sono stati poeti molto innovativi, una bella tradizione che continua. Recentemente mi ha inviato i suoi libri un ottimo poeta ed autore di vivacissima poesia visiva come Carmine Lubrano. I poeti sono abbastanza in contatto tra di loro, meno i pittori, direi. Cerco di dare ospitalità ad artisti che non siano condizionati dal desiderio di piacere, che sanno trovare forme espressive piuttosto originali, a coloro che riescono o comunicarmi un’emozione, un modo di sentire le cose, penso a Carlo Bugli, a Claudio Carrino, per esempio; cito consapevolmente due che non hanno niente in comune in quanto a linguaggio, ma che sento autentici.

R. Pinto: Come giudichi tutto il processo ‘storico’ del contributo ‘concettuale’ napoletano nella sua varia escursione storica – per dire – da Desiato degli anni ‘50, fino alle attuali manifestazioni che tu stessa ospiti, ad esempio, di ‘Poesia Visiva’, di ‘Libro d’Artista’ ecc., passando per le ‘variazioni’, consentimi di definirle così, della stagione di mezzo che va dal ‘Gruppo 58, a Caruso, a Stelio M. Martini, a Enrico Bugli ecc.?

I. Tufano: Penso ci sia stato un momento molto vivace, creativo nella seconda avanguardia napoletana e personalità molto innovative come appunto Desiato ed anche alcuni che ho conosciuto e frequentato, purtroppo tardivamente, ma questo è stato un mio problema, come Rosaria Matarese, Rosa Panaro, Mario Persico, Gerardo Di Fiore, Carmine Rezzuti, Armando De Stefano, Augusto Perez ed anche Peppe Pappa o Quintino Scolavino. E poi ci sono stati anche tra i più giovani personalità originali, però quel momento degli anni 50 è stato eccezionale, direi. E non ha avuto fortuna in campo nazionale e tanto meno internazionale. Ciò significa che ciascuno ha scelto forme e linguaggio in base alle proprie esigenze espressive ed avendo un ruolo di docente, ha potuto lavorare senza l’ansia del successo. Poi oggi qualche galleria, qualche istituzione si accorge di loro, ironia della sorte. La poesia visiva mi sembra un filone un poco a parte, un luogo in cui confluiscono due linguaggi per certi aspetti antitetici: la scrittura emerge come immagine, letteratura e pittura si annusano. Tutto ciò aveva un proclamato carattere eversivo, fino a credere che il mondo potesse cambiare mutando le regole della comunicazione: il caos prometteva la rivoluzione. Oggi queste pratiche si sono diffuse, non fanno scandalo come non hanno trasformato la società. Penso che conservino un senso in quanto continuano a chiedere attenzione, capacità di analisi, un certo impegno trasgressivo in chi le pratica ed in quanti ne fruiscono ed anche perché non producono oggetti di grande interesse commerciale.

R. Pinto: Come vedi, ragionando insieme, è emerso che l’aspetto più propriamente ‘creativo’ del tuo impegno artistico si lega fortemente con quello di ‘gallerista’. Ma tu, come ti presenteresti personalmente? dove batte più forte il tuo cuore?

I. Tufano: A chi avesse la pazienza di ascoltarla racconterei la mia storia. Come fare a diventare quello che si è? Per prima cosa non è facile parlare con se stessi, liberarsi di tutto ciò che costituisce un ostacolo. E, poi bisogna capire come si può fare. Ed avere fortuna. Questo lavoro di emersione ha preso e prende ancora tutta la mia vita. I miei genitori diffidavano profondamente dell’arte, ridicolizzavano ogni esibizione di sentimenti e di desideri. Non erano cattolici praticanti ma erano comunisti. Piccoli borghesi che avevano vissuto la devastazione della guerra e la retorica parolaia del regime fascista. Poi, come donna la serietà era il primo valore, l’unico, forse. Non voglio indugiare su questa preistoria ma segnalo che può aiutare a capire il mio approdare tardivamente al mondo dell’arte, dopo i quarant’anni. Cercavo un modo per conoscerlo ed essere conosciuta, un luogo dove poter maturare le mie inclinazioni artistiche: una scuola che non avevo avuto. Ho investito quanto avevo in questa prospettiva: devo riconoscere che ne è valsa la pena perché sono oggi una persona più equilibrata, più soddisfatta di quanto non fossi stata in gioventù. Penso di averti risposto, nel senso cioè che, per quanto mi riguarda, la dualità artista/gallerista funziona proprio perché non si risolve, azzerandosi. Continua invece ad operare creando situazioni, occasioni, arricchimento.

Grazie ancora una volta, Rosario d i dialogare con me.

Le immagini sono tutte provenienti da internet, il ritratto grafico è un nostro piccolo omaggio creativo a Ilia Tufano

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