Onofrio Martinelli era nato a Mola di Bari nel 1900; ed è stato un artista di grande sensibilità creativa, scegliendo di praticare una pittura di carattere figurativo attentissima agli equilibri formali, e non succube di indirizzi predittivi ed obbligati.
Egli, che può essere considerato ancora un esponente del cosiddetto ‘Ritorno all’ordine’, non procede mai a sottomettere la propria pittura all’indirizzo strettamente formale che aveva caratterizzato la stagione di fine anni ‘10 e di esordio dei ‘20, sull’onda degli additamenti dei Broglio.
Né la sua pittura si sarebbe potuta confondere con le proposte della sensibilità ‘novecentista’ di Margherita Sarfatti, trovando approdo – ma con un contributo di coscienza critica – nelle logiche di quel Movimento del ‘Nuovo Umanesimo’ che nasce a Firenze, solo nel secondo dopoguerra, nel 1947.

Alla luce di ciò, la sua pittura può essere considerata come quella che lascia affermare la ragione preminente del disegno, andando ad articolarsi come definizione costruttiva di percorsi di luce avvolgenti e soffusi, senza cedimenti ‘tonali’ e senza neppure spinte timbriche di contrasti e di ombre marcate.
Si ritrova, Martinelli, insieme con una generazione di artisti di cui fanno parte anche pittori come Capocchini, Colacicchi, Cavalli, che hanno sviluppato le linee di una costruzione figurativa anche prossima alla stagione della dissidenza di ‘via Cavour’, ma non piegata, però, alle sue istanze, in fondo, criptoespressionistiche.

Sposato con Adriana Pincherle, famosissima pittrice, sorella di Alberto Moravia, Onofrio Martinelli non si lascerà mai sedurre dalle lusinghe di una pittura ‘urlata’, scegliendo la via di una sorta di ‘moderatismo’ espressivo, mai appiattito sulle ragioni della retorica o di un facile accomodamento alle mode.
Egli, anzi, mostra di essere sensibilissimo alle ragioni di una descrizione della persona umana e delle cose, senza cedimenti e senza compromessi, avendo prossimità col mondo della classicità, di cui non interpreta le ragioni retoriche, tipiche di tutti i ‘neoclassicismi’, e nemmeno quelle della tradizione corrente e semplicistica degli intendimenti ‘valoplastici’ e ‘sarfattiano-novecentisti’.
Le ragioni della sua pittura sono quelle profondamente consapevoli e mature di un equilibrio che non è riduttivamente ‘formale’, ma significativamente avvertito di una consapevolezza morale da non poter comprimere nelle strette di una prospettazione predittiva.
Per convincerci pienamente di ciò, basterà osservare opere come I giganti, del 1937, in cui appare messa in evidenza, al suo interno, la forza di una consapevolezza morale che si discosta vistosamente dalle retoriche di regime.
Nel secondo cinquantennio del ‘900, fino alla morte, nel 1966, egli continuerà a rendersi interprete di un ‘realismo’, che non era stato ‘complice’ negli anni del Fascismo e che non intendeva essere, ora, ‘allineato’, negli anni in cui la risposta ‘figurativa’ alle dinamiche aniconiche, di stampo variamente astrattista, informale o nucleare, avveniva in Italia, secondo le declinazioni del ‘Realismo socialista’ o, appena un po’ più tardi, del ‘Realismo di denuncia’.
La personalità di Martinelli si sottrae alla possibilità di una facile etichettatura e si connota, piuttosto, di una capacità tutta propria di intendere la modernità. Contrariamente a quanto si è voluto anche sostenere, che egli fosse, cioè, ‘più avanti delle ragioni proprie di una identità artistica pugliese’, potrebbe essere dimostrabile, piuttosto, che una rilettura più appropriata e corretta della creatività novecentesca pugliese possa essere, invece, perfettamente in grado di misurare alcune soluzioni creative maturate nel proprio contesto come espressione di avanzata ricerca, capace di stare a pari con le soluzioni internazionali di stampo realistico più avanzate. Di tale realtà, Martinelli, nella specie, può essere considerato un luminoso ed esemplare esponente.
Egli rimane molto legato alle radici della sua terra di Puglia e, idealmente, ne conserva le ragioni primarie di quella che fu la grande compostezza espressa nei rilievi delle cattedrali romaniche e poi, soprattutto, della grande stagione fridericiana, costruendo anch’egli, insomma, qualcosa di profondamente riconoscibile come uno stile tutto proprio e distinto, che, infatti, soffre ad essere paragonato alle atmosfere del Realismo Magico, non meno che a quelle di ‘Novecento’, riuscendo a trovare solo, talvolta, delle affinità elettive, come avviene, ad esempio, con Colacicchi e, per rimanere ancora nei territori della Puglia, come avviene con Emanuele Cavalli, mentre un’eco della sua più producente lezione – e ciò non significa affatto esemplarismo diretto – si potrà fare avvertire nell’opera di un altro grande artista pugliese, tutto da rivalutare, Michele de Palma.
Onofrio Martinelli si spegne sessant’anni fa, nel 1966.
(Le immagini che corredano questo testo sono relative a pubblicazioni sulla figura di Onofrio Martinelli e non ne completano la ampia bibliografia.)