Il Romanzo capolavoro di Umberto Eco tra letteratura e cinema

Seguendo l’ordine di come ieri vi abbiamo riportato i seguenti sottocapitoli dei principali sette, soffermandoci sullo spazio temporale ‘mattutino’ e contrariamente a quanto si potrebbe pensare, con quel termine non viene indicato, in alcun modo, il periodo in cui noi, abitudinariamente ci svegliamo, ma molto prima: ovvero tra le 2.30 e le 3 di notte o appunto del mattino. Con ‘Laudi’, invece, seppur contemplato anche proprio con la parola latina ‘matutini’ si fa riferimento a quei sessanta minuti che vanno tra le 5 e le sei del mattino.

A seguire, con ‘Prima’ non si indica in alcun modo, come suggerirebbe, in apparenza, la parola medesima, a prima dell’alba. Ma a poco prima dell’aurora, ossia dalle 7.30 in poi. Con Terza si indica le nove del mattino, propriamente inteso; mentre per ‘sesta’ corrisponde al nostro attuale mezzogiorno. Eppure, su questo punto ebbene fare una ulteriore precisazione

Nel periodo medievale, con ‘sesta’ si indicava l’ora in cui i monaci, in inverno, non lavoravano i campi ma era sottintesa come l’ora del pranzo. Le successive ore del primo pomeriggio, quelle conosciute con le 2 e le 3, tanto per intenderci, venivano indicate con la parola ‘Nona’. Precisamente il periodo durava quasi due ore e mezza, le quali fungevano da tappa di avvicinamento per il cosiddetto vespro, ovvero l’inizio della fase di tramonto, inaugurata a partire dalle 4.30 in poi.

A quell’ora la regola basilare prescriveva di cenare quando ancora non erano scese le tenebre. Si chiude con l’ultima partizione della giornata: Compieta. L’orario era quello delle 6 e che indicava il momento in cui i monaci, entro le sette, si preparavano per andare a coricarsi.

Lo stesso Umberto Eco, fra le sue prime pagine introduttive del suo romanzo spiega che questo computo, questa suddivisione del giorno, trovava fondamento sul fatto che alla fine di novembre, nell’Italia settentrionale, il sole sorgeva intorno alle 7.30, per poi tramontare, esattamente, alle 4.40 del pomeriggio.

Ritorniamo ad analizzare il film nella sua essenza. Come spesso accade in queste situazioni, quando si è in procinto di realizzare una trasposizione cinematografica di qualsiasi romanzo i problemi che emergono sono sostanzialmente due. Il primo è se la versione al cinema terrà fede o si rivelerà essere allo stesso livello del libro; secondo: se l’autore stesso acconsente per alcuni e particolari mutamenti rispetto alla versione originale.

La sceneggiatura venne scritta a quattro mani: Andrew Birkin, Gerard Brach, Howard Franklin e Alain Godard. Prodotto, tra l’altro, da Cristaldi Film e dalla Rai Radio Televisione Italiana, il film, grazie al consenso dello stesso autore, è liberamente ispirato allo stesso romanzo.

Non a caso, in apertura della pellicola, non è stato scritto “tratto dal romanzo di Umberto Eco” semmai “palinsesto del romanzo di Umberto Eco”. Di questa particolare scelta, anni più tardi, sarà meglio analizzata dallo stesso autore del libro: “Annaud ha deciso di definire nei titoli di testa il suo film come un palinsesto dal Nome della rosa. Un palinsesto è un manoscritto che conteneva un testo originale e che è stato grattato per scrivervi sopra un altro testo. Si tratta dunque di due testi diversi”. Non solo, lo stesso autore proseguì affermando: “Ed è bene che ciascuno abbia la sua vita. Annaud non va in giro a fornire chiavi di lettura del mio libro e credo che ad Annaud spiacerebbe se io andassi in giro a fornire chiavi di lettura del suo film”.

Ancora: “Posso solo dire per tranquillizzare chi fosse ossessionato dal problema, che per contratto avevo diritto a vedere il film appena finito e decidere se acconsentivo a lasciare il mio nome come autore del testo ispiratore o se lo ritiravo perché giudicavo il film inaccettabile. Il mio nome è rimasto e se ne traggano le deduzioni del caso.”

Dichiarazioni semplici e dirette da parte di Umberto Eco, mediante la quale lasciava intendere le singole differenze tra romanzo e film. Quella principale, rispetto all’originale, sta nella rimozione delle discussioni teoriche, ritenute troppo complesse per poter essere riportate al cinema; specialmente le scene iniziali tra Guglielmo e l’abate e tra Guglielmo e Ubertino, ridotte a pochi frammenti. Lo stesso vale per quanto riguarda il processo a Remigio e l’ultimo decisivo scontro tra Guglielmo e Jorge.

Altra variazione è quella rappresentata dal fatto che nel film i colpevoli sono ben delineati e puniti come il pubblico si aspetta che sia; basta tenere a mente la scena dei roghi, la rivolta dei contadini e la stessa morte di Bernardo Gui, assenti nel romanzo e, in particolare per quest’ultimo episodio, un falso storico. Nel film manca, però, qualsiasi accenno alla sottile ammirazione nutrita da Guglielmo nei confronti di Jorge, conferendo quindi un aspetto prettamente odioso al vecchio personaggio.

Nel film è stata aggiunta la scena finale dell’apparizione dell’amante di Adso, mentre nel romanzo la ragazza viene invece portata via assieme al cellario ed un altro personaggio mentre Adso dorme. Ancora: l’associazione del titolo del film, omonimo del romanzo, è del tutto arbitraria in relazione all’ignoto nome della ragazza, come se solo questo fosse la metafora ultima dell’intera vicenda, nonostante la stessa liason, sempre nel film, è chiaramente espressa dalla voce narrante alla fine ne finale. Invece il titolo del romanzo deriva da ben più sottili rimandi alla filosofia medievale.

Tra gli altri particolari non fedeli al libro ci sarebbe anche quello in cui l’aiuto bibliotecario Berengario non proferisce parola, oppure: Malachia è tratteggiato molto più negativamente e l’abate confida poco nelle capacità di Guglielmo. Nessuna traccia, invece, di numerosi personaggi che nel libro rivestono ruoli non del tutto secondari, come Bencio da Uppsala, Nicola il mastro vetraio e il centenario Alinardo.

Nel film la biblioteca è rappresentata ancor più spettacolare, con complesse architetture di più livelli e scale sopraelevate; nel romanzo, al contrario, la biblioteca occupa solo un piano ed è costituita da semplici stanze collegate tra loro da porte. Rispettata, invece, l’atmosfera fredda e invernale del monastero, che costituisce uno dei motivi del fascino della storia.

Il giovane Adso, che nel film è novizio francescano, nel romanzo è un novizio benedettino e inizialmente ignora del tutto i trascorsi di Guglielmo come inquisitore. Anche Ubertino da Casale nel film veste ancora il saio francescano, contrariamente al romanzo, nel quale è rappresentato come monaco benedettino a tutti gli effetti, avendo mutato ordine per sfuggire ai suoi nemici della corte papale.

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