Il Romanzo capolavoro di Umberto Eco tra letteratura e cinema
Lo sappiamo cari lettori e non avete tutti i torti. Ieri vi abbiamo fatto proprio un bello scherzo, chiudendo la prima parte fermandoci sul più bello. Vi abbiamo lasciato in sospeso non tanto sul nome del giovane protagonista del romanzo, ma su quello dell’attore che, in quel 24 settembre del 1986, data in cui la trasposizione cinematografica de ‘Il Nome della rosa’ approdò in tutti i cinema del mondo, riuscì nel donare una fisionomia al viso di Adso da Melk. L’allievo sedicenne di Guillermo da Baskerville venne impersonato dall’allora giovanissimo Christian Slater, considerando un talento fuori dal comune.
Non avevano torto, nonostante quest’ultimo non sia mai riuscita ha raccogliere molto in carriera. Sempre nella prima parte di ieri, in merito al nome dell’attore protagonista che avrebbe dovuto prestare il volto a colui che avrebbe risolto il caso delle morti misteriose nell’abbazia misteriose, non fu la prima scelta.
Di certo, vederlo nell’immagine a corredo di questa seconda parte ci riesce veramente difficile immaginare in quel ruolo attori del calibro di Michael Caine, Roy Scheider, Jack Nicholson, Marlon Brando, Max Von Sydow, Donald Sutherland e persino Robert De Niro. Ma alla fine la spuntò lo scozzese più famoso sulla faccia della terra. Colui che, ancora oggi, non ha alcun bisogno di presentazione. Colui che è stato capace di essere al servizio di Sua Maestà, di essere Robin Hood e, allo stesso, tempo di aver fatto da mentore all’ultimo immortale: Sean Connery.
L’attore nato nel 1930, all’epoca cinquantaseienne, si ritrovò con il difficile compito, ma non impossibile per uno come lui e senza nulla togliere anche gli altri grandi nomi che abbiamo riportato fino a questo momento, di mostrare sullo schermo un Guillermo da Baskerville credibile e per nulla lontano da come, lo stesso Umberto Eco, lo aveva immaginato.
L’anno successivo alla pubblicazione del romanzo, il romanzo permise allo stesso autore di conquistare l’ambito premio strega e fu in quello stesso periodo che la produzione cinematografica iniziò a muovere i primi passi. Una sorta di pre-produzione durata per ben cinque lunghi anni, dopo di che il film viene girato in sole sedici settimane fra i set cinematografici di Cinecittà, per le scene esterne; mentre per quanto riguarda le scene interne, come location, si optò per l’Abbazia di Eberbach in Germania.
Secondo le cronache dell’epoca e per tutti gli anni successivi alla fine della registrazione delle scene e dell’approdo della pellicola nelle sale italiane e non solo, a partire dal 24 settembre, venne alimentata una leggenda secondo cui, erroneamente, ha fatto credere, a molti, che la trasposizione cinematografica venne realizzata, in parte, a Castel De Monte in Puglia. In verità, il castello fece da fonte ispiratrice per la forma della biblioteca ottagonale; altro errore fu credere che la troupe fruì persino la Rocca Calascio in Abruzzo come abbazia; la medesima venne ricostruita a Fiano Romano, come confermato dallo stesso Umberto Eco anni più tardi. Non solo, le scene finali del film furono invece girate in una valle situata sempre tra Rocca Calascio e Santo Stefano di Sessanio nell’aquilano.
In un primo momento, il film, doveva essere ambientato nella regione del Piemonte, ed esattamente nella Sacra di San Michele, ovvero la vera abbazia valsusina ispiratrice di Eco per il suo romanzo. Purtroppo, per la stessa produzione, venne reputata troppo dispendiosa dai produttori. Sfiorando il tema del budget, in effetti, che cifra venne stanziata per il kolossal? Il budget per le riprese, che si svolsero tra l’11 novembre 1985 e il 10 marzo 1986, fu di circa 30 miliardi delle vecchie Lire, per poi incassarne: 21 miliardi in patria. Ma complessivamente la trasposizione cinematografica incassò ben 77 milioni di dollari in tutto il mondo.
A questo punto giungiamo alla parte più rilevante, quella dalla quale non scampa nessuna opera che viene celebrata da noi. No, non riguarda la recensione. D’altronde cos’altro potremmo aggiungere di fronte ad un duplice capolavoro che unisce sia il mondo letterario che quello cinematografico.
No, stiamo facendo riferimento a quegli elementi, a quei dettagli che differenziano lo stesso romanzo dal film. Ciò nonostante, però, non rappresenta un divieto di entrare, anche da parte, nostra, nella struttura dello stesso romanzo e di come lo stesso Umberto Eco abbia voluto sviluppare la trama del suo libro d’esordio, in quanto narrativa e non come saggistica. Ci teniamo a ricordare questo dettaglio, non proprio di poco conto. Anzi.
D’altronde, non sempre è semplice fare un passo significativo tra un settore della letteratura e l’altro. La saggistica, nella sua essenza, ha delle proprie regole strutturali, eterogenee rispetto a quella della narrativa, che appare più semplice e facile da sviluppare, considerando, allo stesso tempo, la mera capacità, di maneggiare il linguaggio tipico del narratore o comunque del romanziere.
‘Il nome della Rosa’ presenta una suddivisione particolare. Sfogliando le pagine si nota subito, prima del prologo, di una sorta di legenda in cui si chiarisce meglio le intenzioni dell’autore, che non è lo stesso Eco. Come suggerito nella prima parte di ieri, l’autore si è divertito nel fare le veci o quantomeno ricoprire il ruolo del giovane allievo di Guglielmo da Baskerville.
Dunque e ciò evince anche dalle prime righe di una specie di testo introduttivo con il carattere corsivo. Eco, senza troppi giri di parole, sostiene che quel manoscritto pubblico non è il suo, ma di un certo Adso Da Melk, il quale narra le vicende riportate in questo particolare libro che gli sarebbe stato consegnato fra le mani con tanto di data, il 16 agosto del 1968, da un monaco francese.
Continuando nel ruolo del protagonista, il leggendario autore porta per mano il lettore alla scoperta della suddivisione medesima della storia, non per capitoli, come vuole la regola basilare, semmai in giornate, sette per la precisione. Le stesse, a loro volta, sono suddivise in altrettanti momenti della stessa giornata e in: Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta.
Queste otto partizioni che caratterizzano le canoniche 24 ore non solo rappresentano ma identificano la suddivisione in modo preciso dei singoli momenti della giornata o meglio i singoli orari dello stesso giorno…