Il 22 agosto del 1986 usciva nella sale americane il leggendario e film cult ispirato da un racconto di Stephen King
Ci sono storie di cinema che non possono essere condensati in unico settore e, nel nostro caso, in un’unica rubrica. Certe storie, certi ricordi, che sia di celluloide o sul grande schermo, assumono il valore indelebile del ricordo quando diventa inevitabile farne a meno. Determinate opere cinematografiche, nella loro essenza, fungono da manifesto di altrettante epoche volate via troppo in fretta per accorgersi, quando era ormai troppo tardi, che quegli anni in particolare non solo non torneranno mai più ma era foriere di esperienze di vita vissuta. Di quella vita che non tornerà mai più. Da questi presupposti la nostra attenzione dovrà spostarsi su tre date ben precise.
27 ottobre del 1960, 27 agosto del 1982 e 22 agosto del 1986. Dunque, la domanda che vi starete per porre, cari lettori, è la seguente: che legame sussiste tra queste tre date? Apparentemente nessuna se si considera che la prima riguarda il mondo musicale, la seconda quello letterario e la terza quello, appunto cinematografico. Ma ripetiamo, apparentemente. Perché se poi ci si sofferma con molta attenzione sul 22 agosto del 1986 si scopre che sussiste, fra i tre periodi, un legame profondissimo tra il settore delle sette note, quello letterario e quello relativo al grande schermo.
Non solo, per qualche tempo non abbiamo avuto le idee chiara sul come sviluppare l’attuale reportage che state leggendo. Se alla fine sembrerebbe ruotare tutto intorno al decennio 1980, con le due date 27 agosto del 1982 e 22 agosto del 1986, con la pubblicazione nella nostra classica rubrica. Eppure, si tratta di una storia di cinema, chiaramente collegata a Forever 80s con origini musicali, dunque ‘Retrospettiva in musica’ e la rinnovata rubrica di Storie Letterarie. Quindi come organizzare il tutto? Semplice, partendo ugualmente dal 27 ottobre del 1960, passare per il 27 agosto del 1982, per poi arrivare al 22 agosto del 1986.
Una ripetizione di date noiosa ma al tempo stesso non proprio pleonastica ma efficace, che funge quasi da sommario o da scaletta il quale permette uno sviluppo più organizzato di questo lungo reportage. E allora, come sempre vi diciamo: adesso ci fermiamo e andiamo con ordine nel racconto.
La data del 27 ottobre del 1960 è alquanto rilevante e storica non solo per la cosiddetta black music o per i due generi rhythm and blues e soul, ma per l’intera storia della musica. In quel giorno che precedeva anche i giorni della vigilia di Halloween nelle radio americane, prodotta da Phil Spector e distribuita dall’etichetta Atco Records, vennero diffuse per la prima volta in assoluto il sound velluto, riconoscibile nel corso del tempo, di un brano di soli 2 minuti e 55 secondi. Inaugurato dall’iconico riff di basso ed arricchito da una sezione di archi, senza dimenticare l’ausilio della chitarra elettrica, più il pianoforte e varie percussioni latine, il cantante Benjamin Earl Nelson, meglio conosciuto più semplicemente come Ben E. King prestò la sua voce ad una delle costruzioni musicali più famose della storia della musica: quella di Stand By Me.
Un successo come singolo che ancora oggi resiste nel tempo e non solo per l’iconicità del brano, ma soprattutto per diverse cover e versioni personalizzate realizzate nel corso del tempo. Tra le cover rimaste di più nella memoria collettiva ci sono da annoverare quella di John Lennon, del 1974, e per noi ‘Pregherò’ di Adriano Celentano. Un singolo immortale che ritornò in auge ben ventisei anni più tardi. Lo sappiamo, abbiamo saltato la data di agosto del 1982, quella del 27 agosto: quella in cui il popolare scrittore americano Stephen King, ancora lontano dal pubblicare il suo più grande capolavoro letterario della sua carriera e che arriverà nelle librerie il 15 settembre del 1986 e noi ve ne parleremo: It.
Ma nel 1982 ad uscire e a venir sfogliato dai lettori americani, prima, e da quelli di tutto il mondo, poi, fu la raccolta di quattro racconti intitolata Stagioni diverse. In quel volume c’erano ben quattro storie di cui, più di qualche tempo fa, vi tenemmo conto con un articolo legato, anche in quel caso, ad una famosa trasposizione cinematografica ormai entrata nella storia del cinema.
Ma continuiamo ad andare con ordine precisando che all’epoca pubblicammo questo piccolissimo articolo: alle volte capita d’imbattersi nella lettura di un libro che non può essere analizzato in una sola recensione. Semplicemente perché non contiene una sola storia, una sola trama; e non si tratta delle cosiddette sottotrame. Semmai è un insieme di racconti non collegati fra loro e che, nello stesso tempo, costituiscono un unico volume il quale raccoglie alcune storie scritte in anni diversi e capaci, inoltre, di oltrepassare il confine della letteratura per entrare nella dimensione della settima arte e delle serie Tv.
Certo, questo discorso non vale solo ed esclusivamente per le raccolte di racconti, ma anche e soprattutto per gli effettivi romanzi che hanno ispirato il grande ed il piccolo schermo. Per inaugurare (quella che all’epoca era considerata una nuova rubrica) la scelta non è stata semplice. Ed è caduta su un volume composto da quattro racconti, quattro mini-romanzi, che hanno ispirato il cinema. Quattro storie, dunque, per un unico grande autore, al momento; e che autore: il Re del Brivido, Stephen King.
L’opera in particolare è quella considerata la sua grande seconda raccolta di racconti, intitolata: ‘Stagioni diverse’ del 1982. Tre dei quattro mini-romanzi hanno ispirato altrettante ed importanti trasposizioni cinematografiche: il primo è ‘L’eterna primavera della speranza – Rita Hayworth e la redenzione a Shawshank’ da cui è stato tratto ‘Le ali della libertà’; il secondo è ‘L’estate della corruzione – Il ragazzo sveglio’ che ha ispirato ‘L’allievo’; il terzo racconto è quel ben più famoso ‘L’autunno dell’innocenza – Il Corpo’ da cui è stato tratto ‘Stand By Me – Ricordi di un’estate’; il quarto ed ultimo racconto, invece, è rimasto, fin ad ora, nel solo limbo della letteratura: ‘Una storia d’inverno – Il metodo di respirazione’.
Nella cosiddetta post-fazione, intitolata semplicemente, ‘Una parola di conclusione, Stephen King con fare molto colloquiale, come stesse parlando di fronte al proprio lettore, svela i motivi tecnici per il quale questi quattro particolari racconti non avevano ancora visto la strada della pubblicazione. Spiegando, ulteriormente, che sono stati sviluppati verso la fine di ogni effettivo romanzo terminato, anche non definitivamente, ‘come se c’era in me ancora un bel po’ di carburante da terminare’. E si sa che Stephen King di benzina ne ha ancora molta…