Ieri si sono tenuti i funerali del fuoriclasse dell’Inter e della Nazionale si è spento all’età di 83 anni

In quest’ultima parte del reportage interamente dedicato alla memoria e al ricordo di Sandro Mazzola manterremo la promessa di proseguire il racconto della sua straordinaria carriera calcistica, prima, e dirigenziale, poi. Seppur la parentesi da dirigente è stata solamente sfiorata nella penultima parte di ieri, non bisogna tralasciare ciò che è successo nelle ore del lutto e nelle ore del ricordo che doveva essere silenzioso. Non siamo abituati ad alimentare polemiche e neanche a provocarle, ma tutta la redazione del giornale si dissocia da ciò che è successo domenica sera a Torino, prima di Juventus – Atalanta.

La mancanza di rispetto per una persona, per qualsiasi giocatore, che ha fatto la storia del calcio, chi più e chi meno, non deve mai prevaricare il valore essenziale del rispetto vero e proprio. Sembrano parole fatte e belle, tanto per pompare un testo. Invece no, è il nostro modo per parlare e raccontare il calcio così come dovrebbe essere: un semplice gioco che unisce, al di là dei propri interessi, del tifo e dei colori di appartenenza e di simpatia.

Dopo questa doverosa parentesi, riprendiamo il nostro racconto là dove ci eravamo fermati all’inizio della parte di ieri. Ma siccome che siamo abbastanza pedanti, vi ricordiamo, brevemente cosa è successo durante il periodo della Grande Inter: tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, poi una sorta di buio assoluto, non per lo stesso Sandro ma per la stessa Inter.

Eravamo giunti al punto che all’inizio degli anni ’70 gli stessi colori neroazzurri tornarono a brillare con un altro scudetto e sfiorando la terza coppa dei campioni nella finale datata 1972. La sfortuna volle che Mazzola incrociò il talento impareggiabile di Johann Crujyff e del suo Ajax, lanciatissimo con il suo calcio totale. Eppure, lo scudetto vinto con i colori neroazzurri, per Sandro Mazzola, rappresentò l’ultimo conquistato nella sua carriera.

Dalla stagione 1972/1973 iniziò l’ultimo periodo in campo, durato per ben quattro stagioni, culminato con l’ultimo derby di Milano. L’occasione era quella della finale di Coppa Italia che si tenne il 3 luglio del 1977 e che rappresentò, per lo stessa bandiera neroazzurra l’ultima discesa in campo. Purtroppo, quella sorta di addio al calcio non fu positiva per lui. La sua Inter perse 2 a 0 e in quella gara, a contendere e a conquistare il trofeo, c’era anche l’amico ed avversario di sempre: Gianni Rivera.

I due, anni prima, nella famosa finale del primo mondiale messicano perso contro il leggendario Brasile di Pelè, diventarono gli involontari protagonisti di una scelta voluta dal Commissario Tecnico dell’epoca, Ferruccio Valcareggi. Una scelta definita: la staffetta. Il Ct azzurro, sia durante i giorni della vigilia del torneo e sia durante il torneo, per non scontentare nessuno, finendo per far arrabbiare molti, optò per una strana scelta.

Una soluzione che prevedeva che il primo tempo della partita venisse disputato da Mazzola e il secondo tempo da Rivera. Invece, senza nulla togliere ai due e neanche per puro spirito di partigianeria, Valcareggi il quel maledetto 21 giugno del 1970, fece giocare tutta la partita lo stesso Mazzola per poi far entrare il milanista solamente negli ultimi sei minuti, quando ormai il risultato, da parte del Brasile era già consolidato.

Ciò che stiamo cercando di dire non è tanto che era meglio se schierasse in campo Rivera al posto di Mazzola, semmai il nostro quesito è un altro, lo stesso che sia i tifosi di allora e di oggi si pongono: perché non hanno mai potuto giocare insieme? E non solo quella finale. D’altronde uno dei due diretti interessati, molti decenni più tardi, ha affermato di non aver mai e poi mai compreso quella scelta; ribadendo un po’ quello che gli italiani hanno sempre pensato: ‘potevamo anche giocare insieme’.

Non lo sapremo mai se con loro due in campo avremmo avuto più fortuna contro quel Brasile, forse non avremmo perso 4 a 1, forse ci sarebbe stato un altro 4 a 3 ma sempre per i verdeoro, sta di fatto che la storia è andata così e cambiarla, ormai, non lo si può più fare.

Come lasciato intendere ieri, Mazzola ha avuto un’importante carriera dirigenziale dopo i fasti vissuti sul terreno di gioco. Abbiamo ricordato di come portò Rummenigge all’Inter, grazie proprio alla sua dichiarazione, facendo altrettanto anche per Lothar Matthaues. Eppure, a Sandro Mazzola, in tempi molto sospetti qualche anni prima che un certo numero 10 vestisse la maglietta bianconera, gli stavi quasi riuscendo il colpo a sorpresa.

Infatti per uno strano motivo non riuscì a portare un certo Michel Platini nella sponda neroazzurra di Milano e poi sappiamo com’è andata a finire. Molti anni più tardi si rifarà alla grande, consigliando al figlio di Angelo Moratti, Massimo, di portare in Italia un brasiliano dei movimenti fulminei e che stava incantando, da tempo, tutti i tifosi del Barcellona dalla metà degli anni ‘90: Luis Nazario Da Lima Ronaldo, conosciuto da tutti come ‘Il Fenomeno’.

Come capita spesso in queste occasioni non si riesce mai a dire, a ricordare e a raccontare tutto. Se non sono bastati quattro parti, neanche cinque avrebbero potuto contenere tanti altri aneddoti legati alla sua immagine e ciò che è stato, prima come uomo, e poi come calciatore. Di certo, in questi frangenti non appare mai retorico, seppur ripetuto ed ascoltato fino alla noia la classica frase in cui viene sancita la fine di un’epoca con la sua scomparsa.

Un’epoca ancor più lunga di quella che si potrebbe immaginare, perché con lui non se ne va solo quell’Europeo conquistato nel 1968 e la finale persa nel 1970, non se ne va solo il ricordo della Grande Inter e quella rivalità/amicizia con Gianni Rivera. Ciò che nel nostro inconscio ha collegato sempre a lui è quel filo spezzato dal destino con suo padre, Valentino.

Un nome, Mazzola, che lo stesso Sandro ha avuto la fortuna ed il merito di continuare in silenzio, senza polemiche e senza protagonismi. Lavorando con assoluta umiltà per compiere la missione più difficile di ogni figlio d’arte: gioca solo perché è figlio del personaggio famoso. Ecco, se c’è un modo per dire chi era Sandro Mazzola è questo: è stato sé stesso sentendo il peso del suo cognome sulle spalle e portandolo con gratitudine e fierezza per tutte le partite che ha giocato, facendo sognare intere generazioni. Buon Viaggio, Sandro.

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