Secondo dei tre reportage interamente dedicati alla tragedia dell’11 settembre 2001
Ieri ci siamo fermati alla semplice parola: ricostruire. In questo caso tale parola possiede un significato tanto particolare quanto nuovo: ricostruire significa, nella sua essenza, tentare di comprendere realmente cosa sia successo quella mattina. E a sua volta vuol dire trovarsi di fronte come ad altri momenti spartiacque della storia, altre tragedie e fatti storici ai quali, ancora oggi, non è stata ancora apposta la semplice parola ‘fine’.
Assomiglia, questa espressione, ad un ritornello di una bruttissima canzone che trova nuova linfa di tragedia in tragedia, di mistero in mistero e ciò vale anche per l’11 settembre del 2001. Quando la prima torre del World Trade Center era stata colpita, la torre nord tanto per intenderci, le lancette dell’orologio segnavano le 8.46 antimeridiane. Ora dello stato e città di New York.
Solo da qualche ora la luce del sole stava riscaldando quel martedì di quasi metà settembre. Le attività, sia commerciali che terziarie, stavano aprendo i battenti per quella che doveva essere solo una normale giornata di lavoro. Ciò valeva anche per le Torri. Valeva per qualsiasi lavoratore che si stava recando sul proprio posto di lavoro. Dopo il primo impatto era normale considerare che i pompieri, quelli del video in cui venne ripreso il primo impatto, tanto per intenderci, avessero raggiunto quello che veniva considerato solo un incidente, senza tralasciare qualche oscuro sospetto per qualche altra possibilità la quale, fino a quella mattina, poteva trovare spazio solo nella fantasia di qualche regista hollywoodiano.
Come era anche normale considerare che tutte le telecamere, che tutti i telegiornali del mondo avevano già la visuale sulla torre, ormai fumante, da mostrare a chi, in base al fuso orario, si stava collegando al televisore. Fu proprio in quegli attimi, in cui si stava cercando di capire qualcosa, fu in quel momento, mentre qualche giornalista o inviato cercava di commentare le immagini anche con qualche ipotesi, che accadde qualcosa che provò che il primo impatto non fu un solo incidente.
Un secondo aereo sorprese tutto il mondo arrivando da dietro alla seconda torre, quella cosiddetta ‘sud’ penetrandola come se la tagliasse in due. Come se la volesse far crollare già all’istante dell’impatto. L’immagine fu uno shock per tutti, compreso alcuni commentatori, americani e no, rimasero spiazzati e sempre alcuni di loro si lasciarono sopraffare dall’emozione.
Da quel momento in poi, lungo le strade che circondavano l’aerea, si innescò ancor di più il panico. I vari camion dei pompieri, le macchine della polizia e le ambulanze aumentarono di numero. Chi era fuori servizio non attese neanche di esser richiamato, si presentò direttamente sul luogo dell’attentato, nonostante la chiamata per tutti coloro che non erano di fatto in servizio, venne ufficializzata mediante i singoli notiziari in diretta. Quando il secondo aereo colpì la torre sud erano le 9.03.
Contemporaneamente a quanto stava accadendo a New York, l’allora Presidente degli Stati Uniti, Goerge W. Bush, si era recato nello Stato della Florida per una visita ad una scuola elementare. Precisamente era ospite di una classe in cui avrebbe dovuto tenere una lezione sull’educazione.
Le immagini di lui che riceve, per due volte, notizie da un suo collaboratore su quanto stesse accadendo nella Grande Mela, fecero il giro del mondo; la sua espressione assunta dopo esser stato edotto al riguardo, soprattutto del secondo impatto, fu abbastanza eloquente e per molti non tanto convincente. Si è sempre sostenuto, in questi lunghi venticinque anni, di come lo stesso governo degli Stati Uniti, dell’epoca, abbia lasciato completamente fare i terroristi di cui, in quel preciso momento, non si conoscevano ancora l’identità.
Le cronache dell’epoca ci ricordano che lo stesso Bush lasciò una breve dichiarazione alla nazione, dalla stessa scuola, per poi raggiungere, in auto, l’Air Force One e decollare verso Washington. Le notizie, però, che gli venivano fornite non gi lasciavano alcun margine di speranza per poter rientrare alla Casa Bianca. In quegli stessi attimi concitati e di mera confusione, in cui ogni notizia che giungeva nelle singole redazioni di tutto il mondo veniva prima verificata, non c’era spazio per alcun margine di far chiarezza.
Tutto si stava evolvendo in maniera rapida e nessuno, ancora, poteva immaginare cosa sarebbe accaduto successivamente in quella giornata. Con il secondo aereo che aveva colpito la seconda torre, i soccorsi trovavano sempre più difficoltà nel tentativo di entrare nei due punti di impatto; o quantomeno sperare che la gente in quella zona riuscisse ad uscirne.
Al di fuori delle torri altri cameramen, sia ufficiali che amatoriali, continuavano a riprendere ciò che stava accadendo nelle aree circostanti le due torri. Non solo, sopra al punto dei due impatti si potevano distinguere, nettamente, persone che sventolavano dei fazzoletti bianchi o nel tentativo di sfuggire alla morte, alcuni di loro, si gettarono nel vuoto. Divenne famosa, tra i tanti scatti e riprese che vennero effettuate quella mattina, l’immagine di uomo che si lanciò a testa in giù trovando, ugualmente, la morte.
Purtroppo, il dramma non finisce qui. Le ore peggiori ancora dovevano giungere con tutta la loro crudeltà. Cinquantasei minuti dopo all’impatto del secondo aereo contro alla seconda torre, la medesima, improvvisamente, crolla su sé stessa causando un enorme nuvola di polvere e fumo su tutta l’aerea di Manhattan. È inutile ricordare che anche questo momento è stato immortalato da qualsiasi telecamera attiva quel giorno.
Nello stesso momento, mentre si consumava il dramma a New York, continuavano a circolare voci incontrollate di aerei che venivano persi di vista dalle rispettive torri di controllo dei singoli aeroporti da cui erano decollati. Non solo, negli attimi antecedenti che vanno tra l’impatto del primo e del secondo aereo sulle torri successe qualcosa di strano. Qualcosa che, anche a distanza di ben venticinque anni non è mai stato chiarito del tutto.
Alcuni operatori, alcuni che lavoravano presso gli aeroporti cercarono di contattare in più di un’occasione l’allora ministro alla difesa Donald Rumsfeld per avere non solo più ragguagli ma per capire cosa si dovesse fare in certi casi. Rumsfeld non rispose mai a quelle chiamate, senza mai spiegare il motivo di quello strano silenzio…