Il pestaggio di Rodney King rievoca ancora ricordi di una ferita mai veramente chiusa
La rivolta di Watts, rispetto a ciò che accadrà nel 1992, avrà un significato ben più profondo, nonostante il periodo sia quello della metà degli anni ’60, che ci porterebbe a pensare ad una mera ascesa dei movimenti pacifisti che si battevano per i diritti civili; basti pensare non solo la leggendari marcia di Washington di soli due anni prima ma anche quella di Selma avvenuta proprio qualche mese prima in quello stesso anno, si registrò, invece e causa proprio della violenta rivolta, l’ascesa dei movimenti violenti e radicali, che giocavano sulla frustrazione della popolazione medesima. In quel contesto, della comunità afroamericana.
Ventotto anni più tardi, in quei giorni di fine aprile e l’inizio del mese di maggio, la rivolta di Los Angeles potrebbe rappresentare, oltremodo, una sorta di anticipazione di ciò che stiamo vedendo al giorno d’oggi. Nonostante non sia corretto pronunciare questa particolare sentenza, la frustrazione, in quei giorni, la fece da padrona per un sistema o quanto meno un modo di pensare che distruggeva, fin dalla radice, lo stesso sogno americano.
Un sogno americano avallato, il 28 agosto del 1963, a Washington dallo stesso reverendo Martin Luther King, quasi a voler dire: la nazione è di tutti, compreso il concetto di sogno su cui si regge. Una nostra interpretazione, insomma, del discorso più leggendario dei diritti civili, un discorso che, in un primo momento, alimentava la speranza che qualcosa potesse veramente cambiare, dall’altro lato i movimenti radicali, già all’epoca, combattevano le ingiustizie ed il razzismo in modo troppo diretto e, nella maggior parte delle volte, ottenendo anche effetti contrari.
Ma quello che accadde a Watts, d’altronde, era anche un po’ ciò che accadde in tutta la città di Los Angeles all’inizio degli anni ’90. Dopo quell’evento, dopo quel 3 marzo del 1991, lo stesso Rodney King tornò a vivere nuovamente nell’anonimato per poi tornare a riempire le pagine di cronaca ed i titoli dei mass media di tutto il mondo il giorno, guardate un po’ che scherzo del destino: 17 giugno del 2012.
Ovvero, esattamente ventidue anni più tardi la fuga di O.J. Simpson nel 1994. Strano vero? Nonostante la sua morte venne dichiarata come annegamento accidentale, visto che il suo corpo venne rinvenuto sul fondo di una piscina, comunque vennero trovate tracce di alcool, marijuana, cocaina e la cosiddetta polvere d’angelo. Non a caso suo padre morì nel lontano 1984 a causa di abuso di alcool.
Al di là di ciò, questi tre eventi o meglio queste tre ferite della società americana, datate 3 marzo 1991, i giorni tra il 29 di aprile ed il 4 maggio e il 17 giugno del 1994, nella loro essenza sono estremamente connessi. Con una risposta molto tardiva il destino decise in favore degli afroamericani; colpendo i bianchi con la loro stessa medicina.
Cosa successe? Semplice, se i quattro agenti di polizia che pestarono Rodney King furono assolti e negli Stati Uniti d’America, nel corso della sua storia, questo tipo di situazione, ciclicamente si è sempre rivelata in sfavore della comunità nera. Quando, poi, si aprì piombò l’ombra del caso O.J. Simpson con conseguente sua condanna per il brutale omicidio della sua ex-moglie e del suo fidanzato si innescò la cosiddetta legge del ‘occhio per occhio, dente per dente’, in favore della comunità afroamericana.
Infatti, tutti mass media, uomini di legge e anche l’opinione pubblica americana era pienamente convinta della colpevolezza dell’ex – campione di football. Nonostante tra i due schieramenti c’erano persone convinte, in tutto e per tutto, anche della possibile innocenza di ‘The Juice’, questo il soprannome dell’ex fuoriclasse sportivo, la sensazione che aleggiava, in quelle lunghe settimane di attesa, il convincimento che coloro i quali speravano che la stella dello sport americano venisse prosciolto dalle terribili accuse come una sorta di giustizia divina; come la ben più famosa legge del contrappasso descritta dal sommo poeta nella sua opera monumentale.
Sempre in quei giorni si fece largo anche un’altra convinzione, intesa come un vero timore che la rivolta di Los Angeles si potesse ripetere. Fu così che per la prima volta un afroamericano riuscì a farla in barba al sistema, contro i bianchi. Quella mossa placò ogni velleità di rivolta che stava di nuovo per esplodere. A distanza di oltre trenta dai fatti, ciò che rimane è ancora quella di una ferita mai riemarginata. Nonostante l’elezione di Barack Obama, nell’election day presidenziale del 2008, il sogno di Martin Luther King non si è del tutto avverato.
Ma è proprio così? Il dubbio si insinua in maniera spontanea. Non sé una cosa illogica o strana chiedersi o quantomeno avere dei dubbi in merito. Se, comunque, il razzismo, negli Stati Uniti d’America, ciclicamente, è sempre apparso con la sua irruenza storica per tornare ad alimentare le singole tensioni sociali o quantomeno di rompere quell’equilibrio che si cerca sempre di ricostruire, come sia stato possibile che, comunque, gli americani, in generale, non solo una volta ma bensì per due volte lo hanno votato?
Se come si evince in alcuni contesti della stessa società a stelle e strisce e come si è poi anche appurato in alcuni periodi storici come sia stato possibile, semmai questo aberrante pensiero fosse stato, nella completezza, presente in tutti e 50 Barack Obama l’avrebbe spuntata veramente? Al di là, poi, dei risultati che la sua stessa presidenza avrebbe poi ottenuto tra il 2008 ed il 2016.
Lo diciamo, facendolo notare con estrema delicatezza, perché semmai fosse stato così lo stesso primo presidente afroamericano della storia degli Usa non ci sarebbe mai e poi mai stato. D’altronde è anche vero che, da quanto siamo entrati nel nuovo millennio, viviamo in una società in continua evoluzione, in cui lo stesso senso critico e la capacità di discernimento non trova più spazio non tanto per rappresentare una tantum, ma per dominare proprio sugli estremi stesso del pensiero.
Può darsi che questa volta siamo andati veramente fuori traccia ma, cari lettori, nonostante queste tipiche storie americane del secolo scorso è veramente così tutto negativo come lo si vuol far credere o forse c’è troppo controllo del pensiero?