La notte tra il 28 ed il 29 ottobre del 1991 il vero peschereccio Andrea Gail scomparve al largo del Flemish Camp
Che sia stata l’ennesima licenza poetica da parte degli sceneggiatori, la scena in cui lo stesso capitano decide di non comunicare, nell’immediato quello che sta per arrivare, questo purtroppo non lo possiamo sapere. Eppure, tra il 1991 e la stessa trasposizione cinematografica trascorrono, esattamente, ben nove anni; considerando che l’approdo sul grande schermo del film è datato, ricordiamo, 29 settembre del 2000. In mezzo, seppur vicino all’uscita del film, negli Stati Uniti d’America, quasi trenta anni fa e precisamente nell’anno 1997, uscì un testo alquanto rilevante.
L’autore fu un noto giornalista americano che si dedicò anima e corpo, quasi, a quella vicenda. Se per molti di voi, cari lettori, la dinamica medesima dell’evento in sé apparirebbe anche abbastanza chiaro, per Sebastian Junger invece no. Ne ‘La Tempesta perfetta’, titolo che è stato fruito anche dallo stesso regista del film, Wolfang Petersen e dallo stesso sceneggiatore, in primis, il mistero diventa tale per un dettaglio abbastanza inquietante.
Come ricordato e precisato più volte in questo reportage, la stessa Andrea Gail, inteso come relitto, non è mai stata e poi mai ritrovata. Forse è proprio questa la parte della storia che lascia ancora e a distanza di ben 35 anni alquanto scioccati e sbigottiti. Nei fatti, la trasposizione cinematografica con George Clooney, è ispirata sia dalla tragedia e sia dallo stesso saggio ispirato, a sua volta, dagli eventi drammatici che si sono susseguiti in quei giorni a partire dal 25 del mese di ottobre.
Dicevamo del libro, un testo, un saggio capace di possedere, come già espresso in precedenza, la classica forma e struttura dell’inchiesta giornalistica. Le sue ricerche dell’autore furono ugualmente accurate, tenendo fede alla realtà dei fatti, rispetto a quella poi mostrata sul grande schermo.
Il cronista americano riuscì, soprattutto, nell’impresa di descrivere ciò che accadde ai pescatori prima del viaggio e l’angoscia di amici e parenti in quegli attimi di assoluto panico e terrore per la sorte dello stesso equipaggio. Basandosi su determinate testimonianze e comunicazione che la stessa Andrea Gail avrebbe effettuato sempre per bocca del capitano Billy Tyne, si riuscì a scoprire un dettaglio che si rivelò fatale. Un particolare legato alla macchina del ghiaccio.
Infatti, chiunque abbia visto il film, di sicuro, avrà riflettuto su tale aspetto, ovvero che la macchina del ghiaccio della nave non funzionava correttamente, dettaglio riportato anche nell’omonimo film, e non sarebbe stata in grado di mantenere il pescato ancora a lungo, costringendo l’Andrea Gail al ritorno forzato.
A questo punto una domanda deve essere formulata e non tanto per alimentare il ricordo dal punto di vista strettamente spettacolare, al contrario. È un quesito naturale, spontaneo che, però, allo stesso tempo, non potendoli evitare, alimenta, ulteriormente, i rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere: se il macchinario del ghiaccio non si fosse mai e poi mai rotto?
Se la manutenzione fosse stata eseguita a regolare d’arte prima della partenza l’Andrea Gail e il suo equipaggio sarebbe ancora con noi? O quantomeno avrebbero potuto raccontare di quel pescato miracoloso che avrebbe fruttato un bel po’ di soldi, non solo nelle tasche dell’armatore, ma anche per ogni singolo marinario che era stato a bordo.
Dunque, bisogna considerare questo particolare non una licenza poetica e neanche attinente alla realtà, ma pura realtà. A sua volta, lo stesso quesito viene ampliato tenendo presente anche un altro aspetto. Se il macchinario non si fosse guastato, quindi, l’imbarcazione avrebbe continuato a navigare in acque sicure? E continuando a navigare in acque sicure lo stesso capitano Billy Tyne non avrebbe invertito la rotta verso casa.
E se fosse così lo stesso equipaggio si sarebbe salvato ed allo stesso tempo avrebbe evitato la tempesta? D’altronde la rotta ufficiale era quella dei banchi di Terranova. Ufficiale, appunto. Perché la vera intenzione del capitano Billy Tyne era quella di spingersi oltre il limite consentito o almeno quanto sembrava. Partendo dal presupposto che non possiamo sapere cosa di vero si sono detti i pescatori tra di loro. E considerando che nel film venne ‘estremizzato’ quel periodo di sfortuna, consentiteci di prendere per buona una battuta in particolare per poi tornare a raccontarvi i fatti reali.
Nella scena in cui il personaggio di George Clooney rivela all’intero equipaggio cosa ha realmente in testa, la risposta che riceve è da manuale, del cinema s’intende: Al Flemish Camp. Perché non fai rotta anche sul Portogallo già che ci sei.
Ecco, adesso come promesso torniamo alla triste realtà. Concentrandoci ancora sul dettaglio della macchina del ghiaccio. Se avesse funzionato, dunque, avrebbe portato lo stesso capitano a rimanere in quella zona oppure la stessa tempesta li avrebbe ugualmente raggiunti? E per quanto tempo ancora sarebbe durato quel viaggio, visto che realmente iniziò il giorno 20 settembre di quello stesso anno?
Ulteriore particolare da non tralasciare in alcun modo. Abbiamo detto più volte che nel film, per ovvie ragioni, la storia è ampiamente romanzata. Nel prendersi determinate licenze poetiche, lo sceneggiatore rincarò la dose anche sulla forza ufficiale dello stesso uragano, conosciuto con il dolce nome di Grace.
Nei rapporti ufficiali e nel libro la tempesta perfetta era di Categoria 2. Nel film? Categoria 5. Come per dire che forse le onde non era abbastanza alte, quelle che la vera Andrea Gail dovette affrontare. Ma su questo ci ritorneremo più avanti. Ciò non toglie che questo continuo sballottarvi tra finzione e realtà, cari lettori, è anche figlia dalla nostra difficoltà ne tentare di capire ciò che veramente è accaduto e no. di certo, seppur abbiamo bollato l’operazione come una mera volontà di speculazione, ancora non abbiamo detto qualcosa in più in merito allo stesso equipaggio e per un motivo altamente preciso.
Forse non vogliamo rovinare il mito, tragico purtroppo, che si è venuto a creare in questi lunghi trentacinque anni. Raccontando le storie personali di ogni singolo marinaio violeremmo, in via quasi diretta, una sorta di nostro codice, nonostante il nostro è di fatto un giornale, ovvero quello di violare la privacy di gente comune, la cui unica sfortuna fu quella di non riuscire a rientrare sulla terra ferma. Senza neanche immaginarsi che sarebbe stati ricordati per l’eternità a causa della tragedia che lì colpì…