Il 3 giugno del 2016 ci lasciava il più grande pugile di tutti i tempi, capace di ispirare generazioni intere

È consuetudine, nel ricordare e celebrare le gesta di qualsiasi personaggio iconico e che ha scritto la storia di quello stesso settore che ha rappresentato, come una leggenda; perché, nei fatti, tale aggettivo, per quanto alle volte potrebbe apparire un pochino esagerato, anche da parte nostra, è sempre adatto nel tentativo di cristallizzarlo in modo definitivo. Nel caso di Cassius Clay, e ci teniamo a precisare che lo stiamo ancora chiamando con il suo vero nome di battesimo per i motivi che più avanti scoprirete, il vocabolo ‘leggenda’ non è fine a sé stesso.

Per lui, fruire di questa parola, viene non abbastanza, ma molto naturale, al di là di tutto. Ciò cosa vuole veramente significare? Riprendendo il racconto sulla sua esistenza e andando oltre la data in cui avvenne il passaggio dai dilettanti ai professionisti, persino una leggenda come lui ebbe non pochi problemi ad ingranare. Nonostante, come ricordato nella seconda parte di ieri, venne nominato pugile dell’anno, nel 1963, il primo triennio da mero professionista non fu proprio positivo. D’altronde succede.

No, non era solo perché era spaccone, non nel senso di tanto fumo e niente arrosto. No, accade, alle volte, di avere a che fare con la classica inesperienza che gioca, a noi, sempre brutti scherzi. D’altronde è un classico e, proprio in quei primi tre anni nella boxe che conta, il suo modo di fare non era proprio ben visto. Non proprio apprezzato. Nella prima parte di questo reportage, in fondo, lo avevamo specificato, interpretandolo a modo nostro sia ben chiaro.

Il suo modo di inveire contro gli avversari, urlando la famosa frase di origine paterna, “I’m the greatest’, poteva essere visto anche come una sorta di preparazione psicologica sua e non solo per annichilire gli avversari e non solo. Infatti, anche i luoghi, persino iconici, vennero inseriti nel suo gergo da mero tritacarne.

Per esempio, se Henry Cooper lo definiva un inesperto e Doug Jones lo considerava brutto, a farne le spese ci fu persino il Madison Square Garden. Si, avete letto bene: persino un luogo così iconico e sacro come quello. Clay definì l’arena troppo piccola per lui, meritandone un’altra ancor più grande.

Al di là di ciò sembrava dirlo in un modo che non risultava antipatico, ma ciò non gli evitava delle aspre e dure polemiche. Con lui sembrava di assistere ad uno show apparentemente improvvisato. Invece, da parte sua, era tutto studiato, tutto previsto, sempre da parte sua; nel senso che nella sua testa era tutto programmato e con la speranza, forse, di spiazzare lo stesso avversario ancor prima che oltrepassasse le corde del ring per l’incontro.

Eppure, all’inizio, questa sorta di prassi non funzionò alla grande, nonostante riuscì a togliersi anche più di una soddisfazione come abbiamo visto sul finire della prima parte. Il suo modo abbastanza particolare, però, non fu esente dal farlo cacciare nei guai o a lanciare sfide che sembravano, in quel momento, alquanto improbabili. Si pensi all’incontro con Sonny Liston. Ecco, riportando questo nome si entra, ancor di più, in quella dimensione storica ed istituzionale del mondo del pugilato in generale. Una parte di storia scritta, ovviamente, da Cassius Clay. L’anno di riferimento, per chi conosce molto bene i fatti, risalgono, ufficialmente all’anno 1964 ma per il classico dovere di cronaca dovremmo riportarvi indietro di soli due anni, nel 1962 e soffermandoci proprio su Sonny Liston.

All’epoca Liston era un campione già affermato, mentre Clay si era costruito la fama più da personaggio più che da professionista serio. Se ci chiedete Liston fino a che punto fosse grande in quel periodo? Vi basta aver conquistato il titolo battendo, nel giro di soli due minuti e secondi, con una combinazione, micidiali, di destri e sinistri sul suo avversario che in quel momento conosciuto con il nome di Flyod Patterson. Non solo, lo stesso Liston, sempre in quel periodo, riuscì anche a riprendersi altre tre rivincite, con rispettivi avversari, nello stesso identico modo.

Con questo biglietto da visita chiunque si sarebbe defilato, tranne uno ed è pleonastico specificare chi fosse. L’occasione del lancio del ‘guantone di sfida’ si presentò proprio durante la rivincita tra lo stesso Liston e Patterson. Al termine dell’incontro, Clay, salì sul ring affermando che era tutto preparato, che l’incontro era truccato e che Liston non era il vero campione.

I due si sfidarono ufficialmente il 25 febbraio del 1964 e quel primo vero match di pugilato, per Cassius Clay, rappresentò il primo vero massacro al quale andava incontro. Vinse, ma per infortunio dell’avversario e in molti, a partire dai giorni seguenti, furono convinti che Sonny si aiutò, sul ring, con mezzi poco ortodossi. Stadi fatto che fra i due ci sarà la tanto attesa rivincita.

Nel 1964, però, la svolta non fu proprio questa. Fu un’altra, non legata alla sua professione di pugile, ma molto personale. Non solo decise di cambiare religione, ma addirittura nome. Il 27 Febbraio di quello stesso anno, proprio due giorni dopo la conquista per il titolo, dichiarò al mondo intero di aver abbracciato la fede islamica e di aver cambiato nome: Muhammed Alì.

Era entrato a far parte della Nazione dell’Islam grazie ad uno dei suoi più grandi amici, Malcom X. Secondo le cronache dell’epoca i rapporti fra i due, però, si incrinarono quando lo stesso leader afroamericano si volle staccare dal leader supremo dell’organizzazione, Eliajd Muhammed, con l’intenzione di creare un’altra organizzazione parallela.

Alì, in quel frangente, invece di seguire Malcom, si schierò dalla parte di Eljiad e il 25 febbraio dell’anno successivo, ovvero nel 1965, lo stesso Malcom X venne brutalmente assassinato durante uno dei suoi discorsi. Quella morte gettò nello sconforto più totale lo stesso pugile, ammettendo, nel corso degli anni, di non essersi mai perdonato di aver ‘tradito’ quello che era il suo migliore amico.

Con ciò non voleva dire che Muhammed Alì non era nel mirino di qualche testa calda. Infatti, la notte in cui si tenne la seconda sfida tra lui e Sonny Liston, il fuoriclasse del Kentucky ricevette delle minacce di morte dalla stessa Nazione dell’Islam. Ma la rivincita si tenne ugualmente…

LA QUARTA PARTE DEL REPORTAGE DEDICATA A MUHAMMED ALI’ VERRA’ PUBBLICATA DOMANI SEMPRE ALLE ORE 14.34;

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