A cinque anni della sua scomparsa, dedichiamo il primo reportage al Pibe De Oro

Religione e tradizione, aggiungiamo oggi all’indomani della pubblicazione della prima parte del reportage, numero 1, interamente dedicato al ‘Pibe de Oro’, dedicato al ragazzo d’oro. Con il tempo, nei confronti dell’asso argentino, i soprannomi non si sono sprecati; anzi, alcuni di loro posseggono anche una sorta di retrogusto simile alla blasfemia, sicuramente non diretta e non volontaria.

Ma identificare un calciatore, indipendentemente dalle sue capacità ed abilità, come il Dio assoluto, mediante il gioco di parole, favorito persino dalla nostra traduzione, dall’italiano allo spagnolo, ‘El Diez’, che non è solamente inteso il suo numero di maglia, il passo verso la bestemmia pura è molto, ma molto breve.

Eppure, la prima vera leggenda che inizia a circolare sul conto del piccolo Maradona non è collegato ufficialmente a quelle immagini che ieri abbiamo condiviso da YouTube. No, il momento esatto in cui tutti iniziarono ad accorgersi del suo straordinario talento avvenne durante le partite di calcio del campionato argentino.

Qualcuno di voi inizierà a sussurrare: grazie, è normale. No, non è proprio come voi, cari lettori, potete immaginare. Si racconta che durante l’intervallo dei singoli match era usanza, per non dire appunto, tradizione far esibire le giovani leve per intrattenere il pubblico. Lo scopo era quello di permettere ai ragazzini, tra i 10 ed i 12 anni, nel quarto d’ora a loro assegnato, come tempo a disposizione, letteralmente di mettersi in mostra con la proprietà di palleggio e di sentirsi liberi di fare qualsiasi cosa con la sfera.

Ecco, provate ad immaginare di essere presenti in quelle domeniche in Argentina e di seguire, sugli spalti, quei campionati e di assistere, durante l’intervallo quel tipo di intrattenimento. Provate a vederli con i vostri occhi quei giovani talenti e, allo stesso tempo, pensate che fra quei dieci o quindici anni che si mostravano solo ad uno di loro non cadeva mai e poi mai la palla?

Si, proprio a quel ragazzino, un po’ scuro di pelle, che quando si presentò ai provini per entrare in una delle tante squadre giovanili, altra leggenda, l’allenatore Cornejo ammise, qualche anno più tardi, di non poter credere che quel bimbo, chiamiamolo così, proprio per le cose che realizzava in campo non poteva avere l’età dichiarata. Nessuno ci credeva.

Come non ci credeva neanche il portiere, pensate al paradosso, l’estremo difensore della squadra del giovane fuoriclasse: il Boca Juniors. All’epoca Maradona giocava nelle file dell’Argentinos Juniors ed un po’ in sovrappeso. Diciamo che in tutta la sua carriera, per lo stesso Maradona, sarà veramente l’ultimo dei suoi problemi.

Comunque, il portiere della squadra del cuore di Diego, nonostante avesse visto le potenzialità del ragazzo in quella stagione calcistica, essendo molto sicuro di sé, rilasciò questa dichiarazione molto diretta, convinta e sicura: quel grassottello non mi farà neanche un gol.

‘Grassottello’, un termine che ritornerà in tutto il suo splendore in un altro momento nella sua vita calcistica e professionale. Ma non bruciamo le tappe e rimaniamo su quella sfida contro il Boca Juniors, in cui il portiere, convinto di mantenere fissa la casella sullo zero la sfida con il giovane talento, si dovette ricredere.

Vinse Maradona e non con una rete, magari fortunosa, propiziata persino da un rimpallo favorevole. No, quel numero 10 era capace di qualsiasi prodigio con il pallone, ne fece direttamente tre e in tutti i modi, in tutte le salse. Su punizioni, due, a pallonetto ravvicinato dopo esser stato lanciato perfettamente da un compagno di squadra e su rigore.

È vero, non siamo stati precisi nell’ordine, anzi lo abbiamo addirittura stravolto e come vedrete dalle immagini, qui sotto, la sfida per il Boca Juniors e, soprattutto, per il proprio portiere si stava persino incanalando nel migliore dei modi. Ma non bastò di fronte a quel talento, di fronte a quell’uragano chiamato Maradona. Quel match, che proprio quest’anno ha compiuto ben 45 anni rappresentò il primo vero segnale, verso tutti gli avversari, affinché non lo si prendesse sottogamba. E così fu.

Di certo non stiamo raccontato e riportando in maniera chiara e lineare la sua storia, non stiamo seguendo in ordine le tipiche tappe della sua vita. Poco importa. In questo reportage, sicuramente il primo che gli dedichiamo in assoluto, vogliamo focalizzarci sull’essenziale; con la consapevolezza che non basterà ad includere tutto.

Tutte le sue magie, tutte le sue vittorie, tutte le sue sconfitte, quelle personali purtroppo, tutte le sue cadute e tutte le volte che si è rimesso in piedi a causa di quel maledetto viziaccio, secondo le cronache dell’epoca, inaugurato in quel di Spagna, tra le fila del Barcellona.

Tutti lo hanno condannato e tutti lo hanno amato. Lo ammettiamo, non abbiamo ancora capito quanti sono, complessivamente, i suoi detrattori e coloro che lo amano e difendono a spada tratta; eppure, anche tra coloro che vedono in lui una divinità scesa in terra, di sicuro avranno storto un po’ il naso.

D’altronde anche lo stesso Diego non se le mandò a dire in quel famoso spezzone del documentario, proprio dedicato a lui, da parte del regista Emir Kusturica in cui disse, testuali parole: sai che giocatore sarei stato se non avessi preso la cocaina?

Una dichiarazione molto forte, la sua, che lasciava intendere una sola cosa: quello che abbiamo visto era solamente un assaggio di quello che avrebbe potuto ancora fare? O almeno siamo riusciti a vederne la metà se non avesse mai assunto quella maledetta sostanza? Non solo, ci sarebbe anche un altro dettaglio da non dimenticare: il suo infortunio al piede. Ma adesso crediamo che sia giunto il momento, veramente senza perdere altro tempo e senza indugi, di andare con ordine nel raccontare la sua storia, di raccontare nel miglior modo possibile la sua parabola terrena, la sua parabola non solo calcistica, ma anche personale cercando di non entrare troppo in alcuni dettagli non tanto per evitare di rovinare l’immagine, ma solamente per citarli o sfiorarli comunque per far comprendere il suo dramma.

Una storia, quella di Maradona, che sui campi di calcio ha riscritto le leggi non tanto dello stesso gioco, quanto quelle della fisica…

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