Nell’anno di quelli che sarebbero stati 85 anni, dedichiamo il secondo ‘primo’ reportage a O’Rey
Su di lui, come per Maradona, circolano numerose leggende, come quella secondo cui ci riporta un aneddoto non comprovato da nessuna immagine video, purtroppo e secondo la quale, nel bel mezzo di uno dei tanti matches a cui prese parte prima di diventare il mito che tutti quanti abbiamo visto, sarebbe partito dalla propria metà campo per raggiungere la porta avversaria, per poi timbrare il cartellino dei marcatori, controllando la sfera solo con la testa. Esattamente, palleggiando di testa.
Che sia vera oppure no, questa storia, questo aneddoto, di fatto l’asso brasiliano ha sempre incantato in qualsiasi modo il pubblico di tutto il mondo. Di certo, questo gol raccontato in questo modo, potrebbe essere quasi paragonato a quello di Maradona nel 1986, ma si sa che sempre in tale caso, comunque e ristretta solo all’ambito prettamente calcistico, la blasfemia è sempre dietro l’angolo.
D’altronde O’Rey era nato venti anni prima di Diego e dunque molte delle sue magie, di quelle prime meraviglie con il pallone, mediante il quale iniziava a far stropicciare gli occhi a chi le vedeva la prima volta, si sono, purtroppo, perse nelle pieghe del tempo. Fortunatamente, però, non si sono perse altre giocate che hanno alimentato e che alimenteranno sempre il suo mito e la sua leggenda.
Come quella che incantò nel mondiale messicano del 1970 nella quale, nonostante per poco non riuscì a insaccare il pallone in rete, stava rischiando, ugualmente, di far venire giù lo stadio. Lanciato dal suo compagno di squadra, Pelè in posizione centrale riceve la sfera dalla fascia sinistra ed evitando il fuorigioco, si trova a tu per tu con l’estremo difensore avversario, il quale nel frattempo era uscito dai pali nel tentativo di anticiparlo.
Un qualsiasi giocatore avrebbe cercato di anticipare a sua volta il portiere o, perché no, visto che lo spazio c’era di dribblarlo direttamente. Invece no, lui scelse la via non tanto più difficile ma realizzabile, quella inimmaginabile. Dunque, eravamo rimasti che la sfera si trova in mezzo al portiere e Pelè, quest’ultimo si disorienta l’estremo difensore con una finta, gira intorno allo sventurato e una volta raggiunto il pallone, con una girata cerca di scagliarlo in fondo al sacco. Purtroppo, il pallone fa la barba al palo.
Ma neanche dopo queste immagini possiamo realmente comprendere ciò che è stato in campo e la sua storia personale che ebbe inizio nello Stato di Minas Gerais, più precisamente nella città di Tres Coracoes. Rispetto all’asso argentino, Edson Arantes Do Nascimento, ricordiamo questo è il suo vero nome, era figlio d’arte. Infatti, suo padre Joao Ramos Do Nascimento era stato un attaccante che dovette ritirarsi dall’attività agonistica a causa di un infortunio al ginocchio.
Joao Ramos, proprio come suo figlio in futuro, sarà conosciuto con un nome d’arte, Dondinho. La madre di Edson, invece, si chiamava Maria Celeste Arantes. Entrambi moriranno a distanza di venti anni l’uno dall’altro. il primo nel 1996, mentre la madre due anni prima allo stesso O’Rey. Si, avete letto bene.
Ad affibbiargli un primo soprannome alla futura Perla Nera, ci pensò suo fratello, Jair, omonimo del ben più famoso attaccante in forza alla grande Inter di Angelo Moratti. No, non è quello mediante lo abbiamo imparato a conoscere universalmente, ma suo fratello usò il semplice vocabolo ‘Dico’, che è l’equivalente del nostro ‘io dico’. Quindi Edson Arantes non era figlio unico e Jair non era l’unico fratello; infatti, aveva anche una sorella di nome Maria Lucia.
A 5 anni il piccolo Edson si trasferì con la famiglia in un’altra microregione del Brasile con il nome di Bauruu, nello Stato di San Paolo. Non ci mise molto a lavorare, anche umilmente, come lustrascarpe e altri lavoretti. Quando la passione del pallone si fece più pressante suo padre, purtroppo, non aveva i soldi per comprargli delle scarpe e lo stesso attrezzo del mestiere.
La palla con la quale si esercitava era ricavata, in maniera molto artigianale, da un calzino o da comuni stracci riempiti con della carta. Giocava scalzo sognando di essere l’eroe della partita o, perché no, l’eroe della nazionale rappresentativa del suo paese. Paese che venne traumatizzato nel 1950, per effetto della cocente sconfitta, nei mondiali casalinghi, subita contro l’Uruguay di Chiggia e Schiaffino.
Secondo la leggenda, il piccolo Edson, promise a suo padre che avrebbe portato alla vittoria in Brasile nei futuri mondiali di calcio e con lui non accadde una sola volta. Prima di giungere a quel punto esatto della storia non vi abbiamo ancora raccontato di come gli venne attribuito il suo nome d’arte leggendario.
Come per Maradona, anche il numero 10 brasiliano ha avuto il privilegio e l’onore di veder raccontate le sue gesta mediante un biopic sul grande schermo. alle volte, però, queste operazioni non sempre risultino essere fedeli alla realtà: difatti, le cronache dell’epoca riportano la storpiatura di un nome che lo stesso Edson pronunciava. Bilè, era quello originale, e lui lo pronunciava con la P iniziale. Da quel momento in poi un suo amico, per prenderlo in giro quasi, lo iniziò a chiamare Pelé.
Nel biopic questa particolarità sarebbe stata attribuita non tanto ad un compagno di scuola, proprio come accadde nella realtà, ma bensì ad un suo compagno di squadra, l’altrettanto leggendario Josè Altafini, il quale smentì categoricamente che fu lui l’autore di quello sfottò tanto fruttuoso. Il nome ‘Pelè’ ad Edson Arantes non piaceva per nulla. in più di un’occasione fece intendere che non lo gradiva, nonostante tutto gli rimase legato per l’eternità.
Eppure, qualche dettaglio sul suo vero nome sarebbe bene approfondirlo. Edson, scelto da Joao e da Maria, era un semplice omaggio a Thomas Edison. Si, proprio l’inventore della lampadina. Non a caso, lo stesso Pelè, fu il primo a portare, sui campi di calcio, una ‘luce’ diversa con la quale iniziò ad illuminarne la storia medesima.
Se per tutti la carriera di Pelè si è svolta e consacrata tra le file del Santos, il primo club che lo accolse fu Bauru, una squadra dilettantistica. Ad accorgersi di lui fu un calciatore brasiliano di nome Waldemar De Brito, il quale lo convinse proprio ad effettuare il provino proprio nel Santos…