Conosciuti al grande pubblico per le loro indagini paranormali tra rovine dimenticate e leggende oscure, i PIT – Debora e Paolo – tornano, ma questa volta lo fanno in una veste nuova: quella di autori di narrativa. Il loro libro 11 Miglia segna un passaggio importante dal racconto documentaristico alla finzione, portando con sé non solo atmosfere disturbanti e tensione psicologica, ma anche un’esplorazione intima e personale dei meandri più oscuri dell’animo umano.

  1. Avete documentato luoghi reali infestati e leggende oscure. Con 11 Miglia siete passati alla narrativa: cosa può raccontare la finzione che la realtà non vi ha mai permesso di dire apertamente?

La narrativa ti permette di andare oltre i confini della realtà. Con il nostro lavoro abbiamo sempre raccontato storie vere, esperienze documentate, leggende che affondano le radici in luoghi e testimonianze reali. Ma con la scrittura abbiamo potuto dare voce anche a quelle paure, a quelle riflessioni e a quelle sensazioni che spesso, nella vita reale, restano taciute o si nascondono tra le righe. Con 11 Miglia abbiamo potuto raccontare il lato più umano e psicologico del mistero: quello che riguarda i traumi, le scelte, i rimorsi e i legami. Tutto ciò che nella realtà resta sospeso, non detto, non visto, nella narrativa può finalmente emergere e prendere forma. La finzione ci ha dato la libertà di esplorare anche il lato più oscuro di noi stessi, senza il filtro della telecamera.

  • Nella vostra vita reale avete affrontato situazioni inquietanti. C’è un’esperienza vera che ha ispirato uno dei momenti più disturbanti del libro?

Sì, ci sono esperienze vere che hanno inevitabilmente lasciato un’impronta anche nella scrittura. Non possiamo raccontare tutto nei dettagli, ma chi ci conosce sa che in questi anni abbiamo vissuto momenti molto forti: luoghi che sembravano “risvegliarsi” nel momento peggiore, incontri con persone segnate dal paranormale, attimi di paura reale. Uno dei momenti più disturbanti del libro – quello in cui la percezione della realtà comincia a sfaldarsi e tutto sembra diventare ostile, anche ciò che dovrebbe essere familiare – è ispirato proprio a certe notti passate in case dove il confine tra realtà e allucinazione sembrava svanire. Quando sei al limite della paura, il mondo attorno a te cambia. E questo nel libro si respira chiaramente.

  • 11 Miglia è anche una metafora del viaggio che una coppia fa nel tempo: quanto del vostro rapporto reale si riflette nei personaggi di Debora e Paolo?

In 11 Miglia c’è moltissimo del nostro rapporto reale. Ovviamente Debora e Paolo del libro non sono delle copie perfette di noi due, ma ci sono elementi che abbiamo vissuto davvero: la complicità, le fragilità, le paure, i momenti in cui ti chiedi se davvero conoscete tutto l’uno dell’altra. Anche nelle indagini, a volte ci siamo trovati a doverci sostenere a vicenda di fronte a situazioni che mettevano alla prova non solo il coraggio, ma anche la fiducia reciproca. Il libro racconta proprio questo: un viaggio in cui la paura esterna ti costringe a guardare anche dentro di te e dentro la persona che hai accanto. È una metafora del percorso che ogni coppia, prima o poi, affronta. 11 Miglia parla di resistere, di scegliere, di capire se si vuole davvero arrivare alla fine insieme.

  • Con tanti iscritti e tante collaborazioni, siete diventati un punto di riferimento per l’horror in Italia. Ma qual è il “mistero” che ancora vi tiene svegli la notte e che non avete mai avuto il coraggio di affrontare fino in fondo?

Il mistero che ci tiene svegli la notte non ha a che fare con i fantasmi o le case infestate, ma con qualcosa di più profondo e personale: la consapevolezza che esistono zone d’ombra dentro l’animo umano che non puoi controllare, né spiegare. È più facile affrontare una presenza in un castello che guardare dentro certe paure che porti da sempre con te. Ci sono domande a cui non vogliamo trovare risposta, perché sappiamo che potrebbero cambiare per sempre il nostro modo di vedere il mondo e anche noi stessi. Il paranormale può essere studiato, raccontato, affrontato. Ma il lato oscuro che abita dentro ognuno di noi… quello è un viaggio molto più difficile da iniziare.

  • Nei vostri viaggi avete esplorato luoghi carichi di energie inspiegabili. Se poteste scegliere un solo posto da cui non vorreste mai ispirarvi per un prossimo libro, quale sarebbe… e perché?

Probabilmente non vorremmo mai ispirarci a certi luoghi dove il male non è arrivato dal paranormale, ma dall’uomo. Posti segnati da tragedie vere, da sofferenze che non hanno nulla di leggendario ma tutto di profondamente umano. Ospedali psichiatrici, strutture abbandonate dove sono state spezzate vite, luoghi che ancora oggi emanano un’energia pesante non per spiriti o fantasmi, ma per quello che è successo davvero tra quelle mura. Quei posti ti restano dentro in modo diverso, più doloroso, più difficile da metabolizzare. Raccontare quel tipo di male richiede una responsabilità enorme e non sempre ci sentiamo pronti a farlo. A volte è meglio lasciare certe storie dove sono, nel silenzio.

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