Nel panorama della nuova scrittura contemporanea, il percorso di Federica Santuccio si distingue per una coerenza rara: quella di chi attraversa linguaggi diversi senza mai perdere il contatto con una verità profonda, quasi viscerale. Dal teatro alla narrativa, il suo lavoro si muove lungo una linea sottile in cui esperienza personale e dimensione collettiva si intrecciano, dando forma a un racconto che non teme la fragilità né il dolore.

Il teatro, primo spazio espressivo dell’autrice, ha rappresentato un laboratorio emotivo e umano decisivo. È lì che Santuccio ha appreso l’ascolto, la presenza, il valore del corpo come strumento narrativo. Un’eredità che si riflette con forza nella sua scrittura, dove ogni parola sembra avere peso, ritmo, materia. Non è un caso che il passaggio alla narrativa non sia stato un abbandono, ma una trasformazione: dalla voce al silenzio, dalla scena alla pagina, mantenendo però intatta quella tensione fisica che caratterizza il suo stile.

Il libro Cuore senza culla Madre di chi non nacque mai nasce da un’esperienza personale intensa e dolorosa, ma trova la sua forza proprio nella capacità di trascendere l’individuale. Santuccio affronta il tema di una maternità invisibile, spesso rimossa o taciuta, restituendole dignità attraverso un linguaggio che rifiuta ogni semplificazione. Il dolore, nelle sue pagine, non è mai addolcito: è attraversato, nominato, condiviso.

In un contesto culturale che fatica ancora a riconoscere pienamente certe esperienze, la sua scrittura si configura come un atto necessario. Non solo per chi ha vissuto situazioni simili, ma anche per una società che ha bisogno di nuove parole per comprendere ciò che non è immediatamente visibile. La letteratura, in questo senso, torna a essere uno spazio di riconoscimento e di apertura.

Ciò che colpisce nel lavoro di Santuccio è proprio questa doppia tensione: intima e pubblica, personale e universale. Scrivere diventa al tempo stesso cura e responsabilità, gesto individuale e offerta collettiva. E nel dialogo con i lettori, spesso silenzioso ma profondissimo, si compie forse il senso ultimo del suo percorso: trasformare l’esperienza in relazione, il dolore in possibilità di condivisione.

Di seguito, l’intervista integrale alla scrittrice.

1. Il tuo percorso nasce dal teatro e dalla recitazione: quali sono stati i momenti decisivi che hanno definito la tua identità artistica?

Il teatro è stato il mio primo linguaggio, il luogo in cui ho imparato ad ascoltare prima ancora che a parlare. I momenti decisivi sono stati quelli in cui ho smesso di “interpretare” e ho iniziato a vivere davvero i personaggi, lasciando che mi attraversassero. Alcuni incontri con maestri e compagni di scena mi hanno insegnato che la verità emotiva vale più di qualsiasi tecnica. Da lì è nata la mia identità artistica: un equilibrio fragile tra disciplina e abbandono.

2. Nel passaggio da attrice a scrittrice, cosa hai scoperto di nuovo su te stessa e sul tuo modo di raccontare?

Ho scoperto il silenzio. Come attrice, il corpo e la voce sono strumenti immediati; nella scrittura invece c’è uno spazio più solitario, più lento, dove ogni parola deve essere scelta e sostenuta. Ho capito che il mio modo di raccontare nasce da un’urgenza fisica, ma trova nella scrittura una forma più essenziale, quasi scavata.

3.“Cuore senza culla Madre di chi non nacque mai” nasce da un’esperienza personale molto forte: quando hai capito che il dolore poteva trasformarsi in narrazione condivisa?

All’inizio il dolore era muto, chiuso, quasi indicibile. Ho capito che poteva diventare narrazione quando ho percepito che non era solo mio, che apparteneva a tante altre donne, anche se spesso taciuto. È stato un passaggio lento: dal pudore alla necessità di dare un nome, e poi una voce.

4. Nel tuo libro dai voce a una maternità spesso invisibile: pensi che la società sia pronta oggi a riconoscere davvero questo tipo di esperienza?

Credo che ci sia una maggiore apertura rispetto al passato, ma non ancora una piena consapevolezza. È una maternità che mette a disagio perché non ha un corpo visibile, e quindi spesso viene minimizzata. Il riconoscimento passa prima di tutto dal linguaggio: finché non troviamo le parole, sarà difficile riconoscerla davvero.

5. La scrittura, in questo caso, è stata più un atto di cura personale o un gesto rivolto agli altri?

È stata entrambe le cose, ma non in momenti separati. Scrivendo mi prendevo cura di me, ma allo stesso tempo costruivo uno spazio in cui altri potessero riconoscersi. È un gesto intimo che, inevitabilmente, si apre.

6. Nel testo il dolore non viene mai semplificato: quanto è importante, secondo te, raccontare la sofferenza senza edulcorarla?

È fondamentale. Edulcorare il dolore significa tradirlo e, in qualche modo, renderlo meno vero anche per chi lo vive. Credo che la letteratura abbia il compito di restituire complessità, anche quando è scomoda. Solo così può essere davvero utile.

7. C’è stato un momento in cui hai pensato di non riuscire a portare a termine questo libro?

Sì, più di uno. Ci sono stati momenti in cui il peso emotivo era troppo forte e la tentazione di fermarmi era concreta. Ma ogni volta tornava una necessità più grande, quasi una responsabilità verso quella storia.

8. Il tuo stile è molto intimo e quasi “corporeo”: quanto influisce la tua esperienza di attrice nel modo in cui scrivi?

Influisce moltissimo. Scrivo con il corpo, prima ancora che con la mente. Ogni parola deve avere una risonanza fisica, un ritmo, una presenza. L’esperienza teatrale mi ha insegnato proprio questo: che il linguaggio non è mai solo concetto, ma anche carne.

9. Che tipo di dialogo si è creato con i lettori dopo l’uscita del libro? Ti ha sorpresa qualche reazione in particolare?

Si è creato un dialogo molto profondo, spesso silenzioso ma intenso. Molte persone mi hanno scritto condividendo esperienze simili, a volte mai raccontate prima. Mi ha colpito soprattutto la fiducia con cui si sono aperte: è un dono che sento di dover custodire con grande rispetto.

10. Se questo libro potesse lasciare un segno nel dibattito culturale, quale cambiamento ti augureresti che producesse?

Mi augurerei che contribuisse a rompere il silenzio attorno a queste esperienze, e a renderle legittime. Che si potesse parlare di maternità in tutte le sue forme, anche quelle più fragili e invisibili, senza vergogna né semplificazioni. In fondo, il cambiamento più grande sarebbe proprio questo: sentirsi meno soli.

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