Il suo ultimo tour parla a tutte le generazioni

L’estate italiana si chiude sotto il segno della musica di Massimo Di Cataldo, artista che ha attraversato tre decenni di carriera mantenendo intatta la capacità di emozionare. Il suo tour, che in queste settimane ha toccato diverse città con grande partecipazione di pubblico, è molto più di un semplice concerto: è un viaggio nella memoria collettiva, tra successi intramontabili e nuove interpretazioni, che uniscono adulti e giovani in un unico coro. La scaletta è una vera antologia della sua storia artistica.

Dal debutto a Castrocaro nel 1993 alle partecipazioni a Sanremo, dai palchi del Festivalbar fino alle hit che hanno segnato un’epoca: “Che sarà di me”, “Ci credi ancora all’amore”, “Come sei bella”, “Se adesso te ne vai”. A questi si aggiungono cover che hanno segnato la sua adolescenza, come “Con il nastro rosa” di Lucio Battisti o “Il mondo” di Jimmy Fontana, e i brani che lo hanno accompagnato nei momenti più complessi della sua vita, quando la musica si è trasformata in ancora di salvezza.

Incontrandolo nel backstage di una delle tappe di fine estate, Di Cataldo ci racconta con sincerità il rapporto intimo con la sua arte. «Quando scrivo una canzone – spiega – penso che sia necessario esprimersi a prescindere dallo spettatore, altrimenti decade la peculiarità dell’artista. La mia esigenza è raccontare qualcosa che sento dentro, emozionale nella maggior parte dei casi. E se poi questo viene condiviso, tanto meglio. Finora è andata bene così». È un approccio che riflette la sua idea di musica come esperienza in continua evoluzione.

Non c’è, per lui, un punto di arrivo: «Ci sto ancora lavorando, non c’è una scoperta definitiva. Fortunatamente c’è sempre una porta aperta», confessa con il sorriso, ricordando che ogni nuova tappa artistica è anche un’occasione di crescita personale. E col tempo, le canzoni cambiano pelle. «Assolutamente sì – racconta – tutte assumono un significato diverso, perché la vita stessa cambia. Ogni volta che porto un brano sul palco, soprattutto dal vivo, riesce a darmi qualcosa di nuovo, in base alle esperienze che ho vissuto».

Se la musica è testimonianza, è anche specchio delle fragilità. «Ha fatto emergere i dubbi, le insicurezze – ammette –. È una sorta di terapia, una medicina. Mi dà coraggio nel momento stesso in cui riesco a condividerla con gli altri». Oggi, a trent’anni dal debutto, ciò che lo rende davvero felice non è soltanto il successo dei concerti o l’affetto del pubblico, ma una dimensione più intima: «La possibilità di poter continuare a fare quello che amo, mettere sempre la passione davanti a tutto. Vivere di questa passione è una grande soddisfazione».

Nei live, oltre all’intensità dei brani che hanno segnato intere generazioni, non manca quella leggerezza che lo ha sempre contraddistinto e che ancora oggi rende i suoi spettacoli freschi e vitali. È forse questa la chiave del suo rinnovato successo: la capacità di alternare profondità e leggerezza, intimità e gioco, senza mai perdere autenticità. Così, tra nostalgia e futuro, Massimo Di Cataldo continua a portare in scena non solo la sua musica, ma una parte viva della memoria collettiva italiana. E il pubblico, di ogni età, risponde con entusiasmo: segno che le sue canzoni hanno ancora tanto da dire.

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