La moda è quella che passa di moda (Salvador Dalì)

La moda è ciò che non può fare a meno di cambiare regolarmente. La variabilità è la legge che costituisce l’essenza di essa; si nutre d’innovazione e, appena si presenta sulla scena sociale, si è consapevoli che la successione di cicli è rapida. Si pensa come eterna e sacra ma concretamente è solamente variazione, produzione continua di forme nuove o che si presentano come tali.

Curiosamente, i natali della Pagina di informazione femminile di moda sono da ricercare dalla seconda metà del XVII secolo in Francia con un numero esiguo di pagine: Le Mercure Galant (1672-74), Le Journale des dames et des mode (1761-1831), a Milano viene pubblicato Il Giornale
delle nuove mode di Francia e d’Inghilterra (1786-1794), mentre a Venezia nasce il periodico La donna elegante ed erudita (1786-1788),una vera e propria guida per inseguire le mode di ogni dove.

Le buone maniere richiedono per ogni occasione una veste adeguata per la signora elegante,sempre appropriata al ruolo mondano da interpretare. Gli abiti si dividono da casa,da viaggio,da passeggio,da carrozza,da visita,da ballo,da lutto e da mezzo lutto.

L’abito femminile emblematico del ‘700 è di origine francese: “l’andrienne”, formato da una scollatura quadrata ed una serie di pieghe cucite sulla sommità delle spalle, che scendono piatte sulla schiena fino a terra terminando in un piccolo strascico.

Durante il Romanticismo, il corpo della donna era nascosto da gonne lunghe e tanti strati di biancheria (camicia, busto, copribusto, sottogonne e mutandoni). La “vita da vespa” era un obbligo che veniva assicurato dal busto. A partire dalla seconda metà del XVIII secolo si assiste invece ad una progressiva cancellazione delle divisioni, rivelatrice di una grave crisi sociale che sfocerà nella Rivoluzione francese.

Il decreto dell’8 brumaio dell’anno II (29 ottobre 1793) annuncia infatti che:
«Nessuna persona dell’uno o dell’altro sesso potrà costringere un cittadino a vestirsi in modo particolare, senza essere considerata e trattata come sospetta e perturbatrice dell’ordine pubblico: ciascuno è libero di portare il vestito o l’abbigliamento che conviene al proprio sesso.»

La Rivoluzione ha consentito infatti l’ampliarsi delle pubblicazioni di opuscoli e periodici. I giornalisti sono portati ad offrire la propria visione critica, cercando di trattare argomenti che non si discostino dalle tematiche più apprezzate dal pubblico femminile dell’epoca. Nel XIX secolo la popolarità delle riviste di moda aumentò grazie alla diffusione dei moderni
processi di stampa.

Il Corriere delle dame (1804-1874) le immagini erano in realtà dei disegni approssimativi (come tutti i giornali dell’epoca), dei modelli e la maggior parte delle comunicazioni, infatti,erano relegate alle parole (descrizione del tessuto,come e dove indossarlo,il prezzo e dove acquistarli).

Nel frattempo negli Stati Uniti nascono due riviste attive tutt’ora Harper’s Baar (1867) e Vogue (1892),e di un’altra ormai scomparsa ma molto diffusa nel tempo: Godey’s Ladys e book (1830- 1898), che raggiunse la tiratura record di 150 mila copie.

Differenze consistenti si frappongono tra una rivista e l’altra, in quanto non tutte si prefiggono di offrire alle fruitrici letture di elevato interesse culturale, letterario o artistico. In alcuni periodici prevalgono tematiche più frivole e mondane, mentre altre testate, pur mantenendo una linea di
intrattenimento leggero, propongono argomenti dai contenuti approfonditi e curati.

I giornalisti che si incaricano di portare avanti questi progetti sono figure professionali di ambo i sessi, provenienti da contesti diversi: ci sono apprendisti in cerca di affermazione, ma anche professionisti e letterati del calibro di Mallarmè,Balzac e Barbey d’Aurevilly, autori che intravedono
in questa nuova tipologia di informazione un interessante contributo culturale in linea con i rinnovati valori della società.

L’attività sportiva comincia a diventare comune dopo la metà del XIX secolo e richiese giustamente indumenti adatti per entrambi i sessi: il costume da bagno era, soprattutto per donna, un compromesso tra la necessità di indossare un capo con cui muoversi liberamente in acqua e l’imperativo morale di nascondere il corpo il più possibile.

Il completo da cavallerizza consisteva in una lunga gonna a strascico la quale doveva scendere a coprire le gambe nel momento in cui la
donna cavalcava, scomodamente seduta di fianco sulla sella. La scoperta degli sport non si limita all’equitazione: il golf, il tennis e la bicicletta sono gli sport del secolo.

Dopo il 1890 compaiono gli abiti per le cicliste, tentando un prematuro abbandono della sottana, sostituendolo con i calzoni alla zuava che coprivano le gambe fino ai ginocchi A volte l’unico compromesso era indossare una corta tunica per nascondere parte dei fianchi.

A cavallo tra Ottocento e Novecento si è testimoni del distacco della concezione “decorativa” dell’abito per passare alla semplificazione dove si sposa eleganza a praticità e si conferma che l’abito è simbolo di uno status sociale e riassume uno stile di vita. In seguito, a Milano vedono la luce altre importanti riviste, La moda (1820) e Il Messaggero delle Mode, mentre a Napoli va in stampa L’archivio delle curiosità, una rivista femminile.

Tra i cambiamenti del secolo, il capo che ha resistito sino ai giorni nostri è il tailleur (1885).Quest’ultimo prende il nome dal termine francese usato per indicare il sarto da uomo ed è composto da giacca e gonna. Per l’appunto, il tailleur-gonna è un completo femminile inventato dall’inglese Redfern come ramificazione dell’abito maschile, su richiesta della principessa del
Galles.

Il tailleur passò da capo indossato essenzialmente al mattino, per le occasioni informali, a modello della vita attiva con una forte connotazione di libertà, non solo nei movimenti. Quasi un segno del progresso dell’emancipazione femminile. Come simbolo di elevata appartenenza sociale sono i cappelli piumati che impreziosivano e abbellivano i capi.

Bisogna aspettare però l’inizio del’900 per avere formati simili a quelli attuali. Grazie alle fotografie si moltiplica il numero delle immagini pubblicate (non più solo disegni) e la pubblicità acquista maggiore efficacia.
Ai primi del ‘900 il grande sarto francese Poiret inizia a creare gonne spaccate sui lunghi pantaloni e nel 1911 inventa il pantalon-dress destinato alle donne privilegiate che lanciano la moda: le pioniere.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale si apre un nuovo scenario per le donne di tutto il mondo che cercano un nuovo modello di eleganza e femminilità. I completi estivi e i vestiti sportivi fecero dei pantaloni un indumento chiave dei guardaroba anni Trenta. Cambiarono anche i vestiti da sera, lunghi e con le prime vertiginose scollature sulla schiena.

Nel 1938 nasce in Italia il periodico più longevo Grazia, grafica pensata per il pubblico femminile, l’argomento cardine è la moda, passando per viaggi, hobby, attualità e i dialoghi con le sue lettrici. Inoltre è edita, in licensing, in più di dieci paesi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Russia.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale: le aziende avevano grosse difficoltà a reperire i materiali per le produzioni e i combattimenti limitarono il numero dei clienti disponibili e con denaro da spendere. Fu proprio la carenza di tessuti a portare lo stile femminile a semplificarsi con
il ritorno delle gonne al ginocchio e l’uso di stoffe di bassa qualità.

Erano addirittura in vigore norme severe che regolavano la metratura massima di tessuta da utilizzare per produrre un cappotto o un vestito e anche la lunghezza delle cinture. Fortunatamente dal 1947 con Christian Dior, da Parigi ripartì l’alta moda e tutta l’industria tessile. Lo stile tardo Ottocento fu rivisto in chiave moderna con abiti sfarzosi ed eleganti tessuti di nuovo creati con stoffe pregiate:fu l’inizio del cosiddetto New Look.

Dopo il 1968 la rivoluzione culturale dei giovani riguarda anche l’abbigliamento, uno stile casual e unisex jeans e pullover o t-shirt
Negli anni Sessanta l’abbattimento dei costi della stampa a colori permette di avere riviste di impatto visivo sempre migliore.

Oggi la corsa al rinnovamento guarda alle nuove frontiere: immagini 3d e tecnologie multimediali. Una curiosità Bio arriva anche dal Giappone la testata giornalistica ‘The Mainichi’ utilizza un inchiostro del tutto vegetale, le sue pagine sono realizzate con materie prime riciclate in cui sono stati inseriti dei semi. Una volta letto può essere piantato e innaffiato. Un modo semplice e innovativo che riduce i rifiuti da smaltire e aumentare il verde cittadino.

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