In occasione del 25° anniversario dell’11 settembre celebriamo i 35° anni di Fuoco Assassino

Un paradosso che ci permette di analizzare i tanti paradossi della storia del cinema, così ieri avevamo chiuso la terza parte del reportage interamente dedicato a Fuoco Assassino per il nostro lungo omaggio al corpo dei vigili del fuoco. Il paradosso è rivolto alla parabola cinematografica di Ron Howard. Sempre sul finire della terza parte di ieri, ci eravamo soffermati nel ricordare i primi film che il regista aveva diretto prima di ‘Backdraft’. Tra i tanti titoli menzionati, forse, quello più famoso di tutti è quello di ‘Cocoon’ del 1985. Per quanto riguarda, invece, ‘Splash – Una Sirena a Manhattan’ ha rappresentato un primo vero trampolino di lancio verso la gloria personale.

Quando il copione di Wyden gli capita fra le mani, Howard, prende la palla al balzo con l’intenzione di raccontare, sì, una storia su due fratelli, ma con l’elemento, alle volte indiretto, della coralità: ovvero nel non perdere di vista, oltre alla prospettiva personale dei due protagonisti, la prospettiva generale dell’intero corpo dei vigili del fuoco.

Un elemento che sembra secondario o poco rilevante, ma che funge, invece, da mera colonna portante su cui ruota tutta la storia. Una trama composta dal dramma, da storia e storie di vita, da storie di pompieri, da tradizioni e da eredità che si tramandano nel tempo, dal coraggio e dall’estremo sacrificio a cui tutti i giorni vanno incontro.

Un coraggio ed un sacrificio mostrato in diverse scene del film. Per esempio, l’incendio al magazzino di abiti, in cui Steven, successivamente, si lamenta con il candidato sindaco per alcuni tagli alle caserme proprio dei vigili del fuoco, oppure la scena del grattacielo dove uno dei nuovi arrivati rimase gravemente ustionato e si salva per miracolo dalla fiammata di ritorno.

Tornando alla scena dell’incendio del magazzino di abiti c’è un particolare che non deve passare inosservato: un momento cruciale di quella scena che, nel corso del film, tornerà nell’ulteriore momento culminante della trama stessa. Nel magazzino avvolto dalle fiamme, ad un certo punto, una parte di pavimento frana sotto i piedi dei pompieri e uno di loro rischia di cadere tra le fiamme.

Sorretto dai suoi colleghi e amici il vigile del fuoco urla: lasciatemi andare; il motivo è semplice: teme che se cede tutto il pavimento anche i suoi colleghi faranno la sua stessa fine. La risposta che riceve è questa: giù tu, giù noi. Quattro parole semplici, dirette e volte a lasciar intendere il senso del loro modo di intendere il lavoro ed il lavoro di squadra. Per un motto che non ammette nessuna replica o spiegazione ulteriore.

Quella che però sembra una scena come tante e tanto per mettere in mostra anche gli effetti speciali, funge da perfetta liason con l’inizio che avevamo condiviso da Youtube, in apertura della seconda parte: in quell’intervento ci sono entrambi i fratelli. Steven, nell’organizzare i suoi uomini, decide di avere accanto a sé Brian per tenerlo d’occhio o quantomeno per capire cosa sia in grado di fare e se è in grado di reggere certi tipi di situazioni. Sta di fatto, il personaggio impersonato da William Baldwin si allontana udendo la voce di una donna che chiede aiuto. Prima di gettarsi tra le fiamme per andare in soccorso della donna cerca di richiamare l’attenzione di suo fratello ed anche di un altro collega nei paraggi. Nulla.

Costretto a seguire l’istinto non solo rischierà di rimanere bruciato vivo, ma invece di trarre in salvo una donna prende un abbaglio colossale portando fuori un manichino. Oltre ad essere un po’ preso in giro dalla squadra, da Steven subisce una vera e propria strigliata. Ma in quel momento non è più un dialogo tra superiore e subordinato ma proprio tra due fratelli dal rapporto complicato.

Questo particolare, però, non allontana lo spettatore dalla vera essenza della trama e della storia: da un lato, successivamente alla scena dell’incendio, torna a tenere banco il dettaglio della prima fiammata di ritorno in cui un uomo d’affari è rimasto ucciso. Il candidato sindaco della città di Chicago, interpretato da J.T. Walsh, si reca sul luogo dell’incendio un po’ per mettersi in mostra e un po’ per rendere conto a colui che dirige la squadra scientifica dei pompieri, interpretato da Robert De Niro, per poi venir affrontato da Steven.

Dall’altro lato, invece, emerge sempre, in maniera indiretta, quella sorta di manuale del vigile del fuoco. Dettagli, regole, piccoli consigli che non solo espliciti mediante il confronto tra i due protagonisti dopo l’incendio; ma anche in un’altra scena in cui il personaggio di Kurt Russell dice, chiaramente, queste parole: l’unica cosa certa in questo dannato lavoro non è come vendere un’autoradio, se hai una giornata storta qui qualcuno schiatta. Questo non deve accadere.

Battuta ad effetto, certo: ma che rende tutto il senso di quello che stiamo cercando di dire in questo lungo reportage. Tornando, invece, alla seconda vera essenza del film, la prima fiammata di ritorno non è stato un caso; nel corso del film avviene anche un secondo omicidio con le stesse modalità. Si scopre che le vittime sono collegate fra di loro e, più avanti, ci sarà anche una terza vittima.

Tutti e tre sono collegati ad una personalità importante della città di Chicago, di cui ancora non vi sveliamo l’identità o forse non la sveleremo mai in maniera diretta. Nel corso delle indagini il personaggio di Robert De Niro riesce a scoprire il modus operandi dall’assassino e Brian, che nel frattempo, ha mollato nuovamente i pompieri per accettare una proposta di lavoro che prima aveva rifiutato. Un’offerta proveniente proprio dall’ufficio del candidato sindaco della città.

Intuito il modus operandi, c’è da scoprire l’identità del misterioso assassino seriale e che sembra uccidere a caso. Invece: è un assassino spietato, con uno scopo ben preciso. I due si affidano ad un piromane rinchiuso in un manicomio criminale interpretato magistralmente da Donald Sutherland, il quale, ogni anno, cerca di uscire dal carcere facendo sempre la parte dell’agnellino.

Anche nell’ultima occasione gli va male ed è costretto rimanere in gabbia ancora per un anno…

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