Tra l’11 ed il 19 agosto del 1976 usciva nelle sale di tutto il mondo l’ultimo capolavoro di John Wayne
22 gennaio 1901. E’ questa la data ufficiale in cui il vecchio pistolero John Bernard Books fa il suo ritorno a Carson City con l’intenzione di regolare i suoi conti con il passato. Un giorno, un mese ed un anno confermato anche dallo sceneggiatore e dal regista, Don Siegel.
Giusto, proprio quest’ultimo: per alcuni, leggere il nome del secondo maestro di cinema di Clint Eastwood, dopo il leggendario Sergio Leone, accanto a John Wayne, fa un certo effetto. Soprattutto, perché il suo nome è fortemente connesso all’ispettore di polizia di San Francisco Philip Callaghan.
Eppure, Siegel, scomparso nel 1991, in quel 1976 si ritrovò a collaborare con The Duke nella prima ed unica volta. Si, in quasi quaranta anni di carriera, il regista nato a Chicago il 26 ottobre del 1912 e scomparso il 20 aprile del 1991, lavorò con John Wayne quell’unica volta.
Strano, visto che stiamo parlando di un cineasta che esordì dietro la macchina da presa, proprio con il genere western, nel 1952 con la pellicola intitolata ‘Duello al Rio d’argento’; il secondo film di genere, invece, risale a otto anni più tardi. ‘Stella di fuoco’, titolo di un’opera cinematografica in cui diresse Sua Maestà Elvis Presley. Per poi ritornare per la terza volta in queste ambientazioni con la trasposizione cinematografica de ‘Il Pistolero’.
A distanza di cinquanta lunghi anni, soffermarsi sulla validità della pellicola, ci sembra a dir poco pleonastico. Trovare il classico difetto, magari non notato all’epoca dalla critica, o qualche punto o scena o dialogo che non torna è come volersi posizionare su un piedistallo dal quale è facilissimo cadere. Dopo cinque lunghi decenni si può solo constatare, affermare, rimarcare che questa trasposizione cinematografica è un piccolo capolavoro del genere e del cinema in generale, oltreché un cult movie.
Un’opera che può essere pacificamente annoverata, semmai lo si potrebbe definire in tal modo, tra i film crepuscolari; e il termine crepuscolare lo intendiamo, senza troppi giri di parole, come una sorta di ‘genere’ a sé e da non sottovalutare, con opere legate dallo stesso tema.
Se comunque l’elemento basilare è la nostalgia, espressa in maniera diretta e altre volte in maniera indiretta, non deve in alcun modo passare in sordina anche un ulteriore dettaglio come quello della sconfitta. Non nel senso di soccombere al duello finale, non di non esser riuscito ad avere la meglio rispetto agli avversari di turno. La sconfitta è quella che il destino ci attribuisce quando il tempo a disposizione non basta più per recuperare determinate situazioni. Per cercare di porre rimedio ad alcuni errori.
Ecco cosa intendevamo con il concetto di eredità. Il nome del personaggio di John Wayne, sia nel romanzo che nel film, è impresso nella mente degli altri personaggi come una leggenda incontrastata, proprio come John Wayne nel mondo reale. I personaggi secondari, in una scena ben precisa, fantasticano nel riproporre, quasi al limite dello scimmiottamento, le gesta di J.B. Books.
Ed è qui che si mostra per la prima volta, nella sua essenza, nonostante qualche minuto prima avesse già diviso la scena con The Duke, il personaggio di Ron Howard, Gillom Rogers, questo il nome, figlio di Bond Rogers, interpretata da una straordinaria Lauren Bacall. Per tutta la vita Gillom ha sempre sentito parlare delle gesta e delle avventure del pistolero e quando lo incrocia la prima volta, proprio quando Books fa il suo ingresso a Carson City, non lo riconosce nemmeno. Non sa che quell’anziano signore, segnato dalle rughe e dal tempo, è la leggenda che lo ha fatto sempre volare con la fantasia durante i suoi primi anni di vita.
Quando lo scopre, nel momento in cui porta il cavallo a rinfrescarsi nella stalla di Mosè, il cui volto era del leggendario attore e cantante Scatman Crothers, Gillom inizia ad imitarne il modo in cui l’anziano cowboy impugnava la pistola e sparava i suoi avversari, facendoli secchi.
Sembra un momento quasi inutile del film, composto da un segmento quasi distaccato dalla trama medesima. Invece è tutto al contrario. È proprio questo il punto in cui i tanti significati della storia si intersecano fra loro, per poi trovare una propria direzione, durante lo sviluppo della trama, e una propria fine. Anche il rapporto tra il giovane fan e il pistolero ha un termine, sul quale al momento non ci soffermiamo subito, ma è impreziosito da un dialogo in cui sussiste la curiosità di scoprire, da un lato, e dell’altro di tramandare qualche segreto, qualche trucco appartenente ad un periodo storico che sembra ancor più lontano nel tempo.
La scena cult tra Ron Howard e John Wayne non è rappresentata dall’arrivo del pistolero, non è neanche quando Gillom si reca al maneggio dei cavalli, ma è quando entrambi sono sul retro della casa e il giovane mostra i suoi progressi maturati nel corso del tempo con la pistola, facendo una sorta di gara con il suo impareggiabile mito, meravigliandosi, persino, di averlo battuto. Ed è lì che J.B. Books rivela di non essere più come quello di un tempo, ammettendo, in via indiretta, di essere malato terminale.
C’è un ulteriore dettaglio di cui fino adesso non abbiamo mai parlato, non sfiorandolo neanche all’inizio di questo reportage. Considerando che ‘Il pistolero’ era l’ultimo film di John Wayne e che la sceneggiatura e la costruzione del film ricalcava molto la struttura narrativa precedente alla Nuova Hollywood, in apertura, durante i titoli iniziali, si possono ammirare delle immagini in cui verrebbe ritratto il personaggio principale in vari momenti della sua gioventù: tra cavalcate al tramonto, duelli all’ultimo sangue e sparatorie infinite.
Tutte queste immagini fungono, a loro volta, da omaggio al cinema stesso di John Wayne. Sono tutti spezzoni e brevi inquadrature dei suoi film precedenti, alcuni pacificamente riconoscibili. Tale scelta rendeva ancor più chiara l’operazione nostalgia e la chiusura di un cerchio che non si sarebbe mai più riaperto sotto la collina di Hollywood. Un montaggio che tendeva ad esaltare non solo il personaggio che si sarebbe ammirato nel film, ma ad esaltare le gesta sul grande schermo dell’attore nato nel lontano 1907…