Tra l’11 ed il 19 agosto del 1976 usciva nelle sale di tutto il mondo l’ultimo capolavoro di John Wayne

Quel modo di aprire il film rappresentò un tn tributo sentito e apprezzato anche a distanza di tempo e che permetteva di alimentare ancor di più la leggenda di John Wayne; la sua leggenda, che prese forma e vita nel lontano 1926.  

Cento anni fa, un giovanissimo John Wayne apparve sul grande schermo non con uno ma con ben tre film: Lo studente, Bardelys il magnifico, The Great K & a train robbery. Come sempre è accaduto alle giovani leve, anche lui non fu esente da questa tipologia di frustrazione, la sua triplice partecipazione non venne mai accreditata. Passarono ben tredici anni da quel 1926 e il giovane Wayne non era diventato, ancora, quello che ormai è riconosciuto da tutti. Nonostante tutto, il regista John Ford, con il quale lo aveva persino diretto, sempre verso la fine degli anni venti, in ruoli che non gli vennero mai riconosciuti ufficialmente, ovvero accreditati, iniziò a credere talmente tanto nelle potenzialità e nel talento di quel ragazzo, nato solo una trentina di anni prima a Winterset, una piccola cittadina nella contea di Madison, nello Stato dell’Iowa, che nel 1939, per un suo progetto cinematografico, gli affidò quello che si rivelò essere il ruolo della vita. Quello del personaggio Ringo Kid, un giovane evaso, deciso a compiere un viaggio, su una diligenza, per compiere la propria vendetta.

Quel ruolo, quella parte, quell’immagine che gli americani videro per la prima volta in John Wayne rimase talmente impressa che, per quasi quaranta lunghi anni, accompagnò gran parte della storia degli Stati Uniti d’America in quegli anni. Per tutti gli anni quaranta, i successivi ’50, il decennio 1960 c’era un unico nome da accostare al genere western. Ed era quello di John Wayne. Non ce n’erano altri. Di certo qualcuno di voi, cari lettori, sottolineerà il fatto che nella conta dei decenni ci siamo fermati agli anni ’60, non considerando il decennio successivo.

Gli anni ’70 non li abbiamo dimenticati o volutamente ignorati perché sono gli ultimi anni della sua vita, quindi anche della sua impareggiabile carriera, ma perché a partire dal 1964, The Duke, si ritroverà a fare i conti con un ragazzone di San Francisco il quale, al tempo stesso, era considerato sia un erede che un vero avversario: Clint Eastwood. Ma questa è tutta un’altra storia di cinema. Spostando l’analisi sul personaggio di Ringo Kid, ci ricolleghiamo ad un dettaglio mai analizzato fino adesso, ma menzionato all’inizio del reportage.

Un particolare che ci permette di analizzare, seppur in maniera breve ma intensa, l’eterogeneità dei due personaggi iconici dell’attore: Ringo Kid e John Bernard Books. Due pistoleri, due cowboy, due miti del cinema che fu. Due miti che hanno aperto e chiuso un’importante evoluzione del genere western. Con il primo si parla dell’archetipo del cowboy in generale, con un’immagine indissolubilmente legata al fascino e alla ribellione. Con il secondo, in fondo lo abbiamo già espresso più volte il concetto in queste cinque lunghe parti: il mito che ha raggiunto ormai la fase del crepuscolo e del tempo che non è più il suo. Ulteriore differenza, quasi inutile ma essenziale, per comprendere al meglio questa differenza, è che Ringo, nonostante fosse un bandito, un fuorilegge, era comunque idealista; mosso da un forte senso dell’onore e in cerca della redenzione.

In J. B. Books, d’altronde, emerge, sempre come abbiamo più volte rimarcato, l’arrendevolezza di un destino segnato, anche in questo caso, dallo scorrere del tempo e la cui eredità verrà raccolta solo in parte ma non da colui che ne ha sempre seguito le gesta, ammirandolo, per la temerarietà ed il coraggio che comunque lo ha contraddistinto.

In entrambi i casi, in entrambi i personaggi, emergono l’idealismo, il forte senso dell’onore, la temerarietà ed il coraggio. Ben quattro caratteristiche cristallizzati in determinati valori in quello più generale, in quello più completo: l’idealismo americano o quantomeno, sempre nel caso di Joh Wayne, un’America che non esiste più e che stava cedendo il passo a quella di Clint Eastwood, in cui gli ideali erano rimasti sempre in primo piano, ma con una punta di cinismo in più.

Quel cinismo di cui il Gillom di Ron Howard non vuole avere niente a che fare e per una semplice motivo: c’è troppa violenza. I racconti, le gesta tramandate di eroi e di antieroi possono essere il frutto della fantasia, ma quando la realtà diventa tale da porre l’uomo nella posizione scomoda di decidere di cosa si vuole essere nella vita, ecco che mostra il conto.

Nella scena finale che andremo a condividere non ci sarà solo ed esclusivamente la sparatoria finale, ma persino l’atto del giovane fan del pistolero che gli fa aprire gli occhi su una dimensione, su un mondo che non può essere suo. Non solo perché quello stile di vita sta per cedere il passo, ma semplicemente: non ha l’indole e lo stomaco giusto per proseguire seppur con metodi moderni.

In definitiva ‘Il Pistolero’ è un affresco crepuscolare sull’epopea western, ma non del genere nonostante quest’ultimo, già cinquanta anni fa, stava quasi scomparendo. La dimensione crepuscolare va ricercata nel modo di raccontare e di proporre le storie con ambientazioni western. Con la morte di John Wayne, avvenuta, come già ricordato, l’11 giugno del 1979, non ci fu la fine della filmografia di genere nella sua essenza, semmai del suo personaggio e quel modo di inventarlo ogni volta che sussisteva un’idea buona per un film sulla cosiddetta vecchia frontiera.

A distanza di cinquanta lunghi anni ‘Il Pistolero’ è un film da vedere e rivedere; da scoprire e da riscoprire, non solo per le nuove generazioni, amanti del cinema, possano iniziare a conoscere il mito di John Wayne, soprattutto per effettuare un salto indietro di decenni in un periodo in cui, nonostante era quasi avvenuto un passaggio epocale nel mondo del cinema, non era avvenuta la classica operazione di snaturare ciò che era creato, ideato, realizzato e mostrato in precedenza. Un film di cui non si parla molto, forse perché ormai non tanto lontano dalle nostre generazioni, ma semplicemente perché apparteneva e appartiene ancora ad una prospettiva di cinema ormai superata già nel 1976. Nonostante ciò è invecchiato molto, ma molto bene.

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