In occasione del terzo mondiale messicano, vi raccontiamo l’ultima atto del mondiale del 1970
La premessa di ieri serve per introdurre meglio l’argomento. Per non perderci in troppi giri di parole o in preamboli troppo lunghi andiamo direttamente al sodo per lasciar intendere cosa vogliamo dire nella sostanza: Baggio o Del Piero? Del Piero o Baggio? E ancora: Baggio o Zola? Zola o Baggio? Del Piero o Totti? Totti o Del Piero. Chiaramente, in quell’estate del 1970 i giocatori menzionati o non erano ancora nati o erano troppo piccoli per poter immaginare un futuro come stella del calcio giocato. Nel in quei giorni messicani gli italiani erano divisi solamente da due nomi in particolare; e che nomi, ci permettiamo di aggiungere, senza togliere nulla altri che abbiamo appena menzionato.
Mazzola o Rivera? Rivera o Mazzola? Ecco, questo era il tormentone di quell’estate del 1970. Due fuoriclasse, due numeri 10 carismatici, due bandiere, rispettivamente Milan ed Inter, due che non potevano coesistere in campo. C’era posto per un solo fantasista in quella nazionale. Eppure, per non scontentare nessuno, per non alimentare polemiche, soprattutto inutile, lo stesso Commissario Tecnico Ferruccio Valcareggi optò per quella che poteva considerarsi la miglior soluzione possibile: far giocare tutti e due ma un tempo uno ed un tempo l’altro.
Uno schema ripetuto per tutto il torneo e, se vogliamo ripeterlo, confermato anche nella leggendaria semifinale del 17 giugno. Quindi, Valcareggi lo mise in atto anche in quel 21 di giugno? La risposta è sì, ma non come si potrebbe in verità immaginare. I due giocatori scesero in campo, ma uno solo lo fece quando ormai la partita era già compromessa.
Nel senso che Rivera sostituì Mazzola a soli 6 minuti dal novantesimo. È anche vero che quello schema ci portò bene durante la semifinale contro la Germania, ma in quel caso si trattava anche si una situazione diversa e di totale incertezza, per non dire anche equilibrio. Quando Rivera entrò in campo i giochi erano già completamente fatti: il 4 a 1 si era già materializzato e non c’è più possibilità di tentare di raddrizzare la situazione.
Ci aveva provato Boninsegna al 37° minuto del primo tempo, pareggiando il sontuoso e monumentale colpo di testa di Pelè, poi più nulla. Trenta minuti tardi, nel bel mezzo del secondo tempo, i ‘verdeoro’ iniziarono a scatenarsi. In sequenza: Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto. Il capolavoro, però, lo dona Pelé. Lo dona alla storia del calcio, alla storia dei mondiali e, se vogliamo, lo dona a sé stesso, alla sua leggenda, e, purtroppo, anche a noi.
Al di là della nostra ironia, il gol che spalancò le porte del trionfo carioca, ancora oggi, viene considerato, come il più bel gol, di testa s’intende, della storia del calcio. C’è un elemento che permette questa indiscutibile attribuzione e non tanto legata al nome dell’autore. Semmai è quanto tempo rimane sospeso in aria lo stesso Pelè che ci fa gridare al capolavoro.
Certo, fa strano vedere il nostro Albertosi non riuscire a bloccare o quantomeno deviare la sfera nello stesso angolo in Banks ebbe la meglio. Fa strano, soprattutto, che il salvataggio del portiere inglese era avvenuto per evitare che quasi lo stesso gesto tecnico si rivelasse positivo.
Il resto è storia e potremmo parlare per ore di quello stacco di testa e perderci in tutta la preparazione atletica messa in campo dal numero 10 brasiliano, consapevole che la sua carriera stava terminando. Vero, Edson Arantes Do Nascimento avrebbe calcato i campi di calcio per altri sette anni, ma avvertiva che non poteva più reggere a determinati ritmi.
Semmai l’avesse siglato come quarto gol, dopo i tre dei suoi compagni di squadra, quasi sicuramente, oggi, non staremmo qui a parlarne ancora; sarebbe stato utile per le statistiche.