Nella notte il leggendario fuoriclasse dell’Inter e della Nazionale si è spento all’età di 83 anni
Oggi il calcio italiano e quello mondiale è in lutto e, a causa di ciò, non verrà pubblicato il reportage di approfondimento sui singoli campionati più importanti del continente europeo, per lasciare spazio non ha colui che è stato parte integrante della storia del calcio, no. A colui che ha fatto la storia del calcio in generale. Dunque, non solo del nostro movimento, non solo del club di appartenenza, nel quale ha militato per ben diciassette lunghi anni e non solo perché ha vestito la maglietta della nostra nazionale di calcio.
Semplicemente, da quando iniziò a diventare uno dei fuoriclasse assoluti del nostro calcio e anche quando si ritirò per motivi anagrafici, Alessandro Mazzola, conosciuto affettuosamente come Sandro, è stato uno dei punti di riferimento di intere generazioni di calciatori che si sono susseguite nel corso dei decenni. Questo lungo reportage è interamente dedicato a lui, rinviando tutti gli altri approfondimenti sul campionato e sul ritorno in campo della nostra nazionale direttamente alla prossima settimana.
Anche per lui, anche per Sandro, vale la parola più fruita da parte nostra quando ci imbattiamo in personalità come la sua e che sono state, nella loro essenza, quel settore che hanno rappresentato per tutta la loro esistenza: ovvero, leggenda.
Nel suo caso la leggenda non ha inizio l’8 novembre del 1942; giorno, mese ed anno della sua nascita, ma qualche tempo più tardi e non si tratta di una data piacevole: 4 maggio del 1949, quando l’aereo del Grande Torino si schiantò contro la collina di Superga, alla fine del volo di ritorno da una trasferta in Portogallo. Su quel volo c’era l’altrettanto leggendario Valentino Mazzola, suo padre. Valentino, all’epoca, aveva come moglie Emilia Rinaldi.
Dunque, si potrebbe dire che Sandro Mazzola è stato un predestinato. Noi rispondiamo ‘sì’ senza neanche pensarci due volte. D’altronde come si fa a pensare e a riflettere qualcosa di diverso su colui che è diventato un’istituzione nel mondo del calcio, che ha vinto il primo storico europeo di calcio, con la nostra nazionale, edizione casalinga, persino, nel 1968? Che è stato vice-campione del mondo a Messico ’70, prendendo parte alla partita del secolo tra Italia e Germania terminata 4 a 3?
Soprattutto, come si fa a pensare qualcosa di diverso su una persona che ha dedicato, ripetiamo, ben diciassette della sua carriera, per non dire tutta la sua carriera, con un’unica casacca? Quella neroazzurra, diventando, forse, la prima vera bandiera dell’Inter dell’era moderna?
Inter, appunto. La sua Inter, quella che poi avrebbero ereditato, anni più tardi, gente come Lothar Matthaeus, Alberto ‘Spillo’ Altobelli e Javier Zanetti. Quest’ultimo l’ultima vera grande bandiera della sponda neroazzurra della città di Milano. Ma Sandro Mazzola, per tutti coloro che sono arrivati dopo, dagli anni ’80 in poi, è stato sempre sinonimo di storia, serietà e professionalità. Un’ombra non negativa, ma positiva dalla quale prendere esempio e ispirazione.
Ha ispirato come calciatore e più avanti ricorderemo il suo ruolo in modo specifico, ed ha ispirato anche come dirigente sportivo, ripetiamo quasi alla noia, sempre con gli stessi colori.
Eppure, nei primi anni di vita, quelli successivi alla tragedia di Superga, Sandro non tentò nell’immediato la fortuna nel mondo del calcio; essendo anche molto slanciato provò ad entrare nel mondo della pallacanestro o comunque nel basket. A scoprirlo, però, come calciatore non fu solo una persona, ma bensì due: il primo si chiamava Benito Lorenzi; il secondo, invece, non ha alcun bisogno di ulteriori presentazioni: Giuseppe Meazza. Sì, proprio a colui che gli è stato dedicato l’attuale stadio di Milano, conosciuto anche come San Siro.
Ma torniamo a Mazzola, come detto si avvicinò al calcio dopo alcuni provini, non proprio fortunati, con la pallacanestro. Meno male, diciamo noi e come abbiamo appurato, poco fa, le cronache dell’epoca ci riportano a due nomi leggendari della galassia neroazzurra. Benito Lorenzi e Giuseppe Meazza. Se per il secondo il nome parla per sé, per quanto riguarda il primo appare d’obbligo ricordare la sua intera carriera sempre nell’Inter, dal 1947 al 1958, dopo che aveva iniziato il suo percorso da calciatore nell’Empoli giusto nella stagione di 80 anni fa.
Lorenzi, una volta chiusa l’attività agonistica nel 1960 con le maglie dell’Alessandria, del Brescia e del Varese, tornò nella società neroazzurra come allenatore delle giovanili e fu lì che incrociò il talento puro di Sandro Mazzola. Fu proprio lui a scoprirlo per prima e a segnalarlo alla prima squadra. Quella prima squadra che era nelle mani di Helenio Herrera.
Nonostante ciò altre informazioni ci riportano che lo stesso Lorenzi accompagnava i giovani talenti allo stadio e il talento integro dello stesso Mazzola venne scoperto dall’iconico Giuseppe Meazza, il quale lo segnalò ad Helenio Herrera. Ma l’allora diciottenne non esordì subito in prima squadra. Dovette pazientare un bel po’ fino ad arrivare alla data 10 giugno del 1961.
Una data che molti tifosi, non solo interisti, ma anche appassionati di calcio, non dimenticano facilmente. Legata ad un episodio abbastanza curioso, in quella classica domenica di campionato, in cui tutte le partite si tenevano nello stesso giorno ed in contemporanea, si rigiocava Juventus – Inter dopo che lo stesso match era stato sospeso in precedenza.
L’allora Patron neroazzurro, Angelo Moratti, padre di Massimo e anch’egli presidente dell’Inter a partire dal 1995, non era d’accordo con questa scelta e per protesta ordinò ad Helenio Herrera di far scendere in campo tutti giovani, tra cui proprio Mazzola. Sandro, quel giorno, fu l’unico che riuscì a farsi notare nel pesante, ed anche logico, 9 a 1 che la squadra di Milano subì. Il gol della bandiera, arrivato su calcio di rigore, venne trasformato dal giovanissimo numero 8 permettendogli così, dalla stagione successiva, di raccogliere un’altra presenza senza essere ancora titolare fisso.
Se le stagioni 1960/61 e 1961/62 furono quelle delle singole presenze in campionato, quella ancora successiva rappresentò l’avvio ufficiale della sua storia con l’Inter. Infatti, la stagione 1962/63 non garantì una partenza facile. In sette turni Herrera ottenne solamente due vittorie. Troppo poco per il potenziale di quella squadra e dunque ricorse ai ripari…