In occasione del terzo mondiale messicano, vi raccontiamo l’ultima atto del mondiale del 1970

Lo sappiamo, ci stiamo facendo del male e anche molto. Già abbastanza cercare di sopportare un altro mondiale senza l’Italia, figuriamoci, poi, di ricordarci di una vera e propria goleada che la nostra nazionale subì in una famosa finale mondiale. In verità già accadde anche nell’atto finale di un campionato europeo di ben quattordici anni fa. Eppure, la nazionale che affrontammo in quel 21 giugno del 1970, ancora oggi, conserva, in tutto e per tutto, il fascino di un calcio diverso e di un calcio considerato romantico.

Come ci eravamo espressi sul finale del terzo speciale dedicati ad entrambi i mondiali messicani, poco importa se il Brasile ci rifilò ben quattro reti. Noi, quel torneo, lo avevamo già vinto. Venivamo da un periodo non proprio felice. Non proprio positivo e in fondo è stato sempre così. Ogni volta la nostra nazionale è sempre partita non con il favore dei pronostici, con tanto scetticismo, ecco che qualcosa di magico, alla fine, succede.

Venivamo dalla leggendaria semifinale dello stadio Azteca contro la Germania, cosa volevamo ancora di più? La Coppa del mondo l’avevamo già conquistata, soprattutto ci eravamo tolti l’onta della vergogna dell’eliminazione coreana di quattro anni prima, nella prima fase dei mondiali inglesi.

Di quell’edizione nella terra dove storicamente è nato il calcio ve ne parleremo quando sarà il momento giusto e ci vuole ancor un po’ di pazienza. Per il momento ritorniamo nel 1970 per raccontarvi la leggendaria finale, non nostra, ma del Brasile che fece e scrisse la storia dei Campionati mondiali di calcio; soprattutto, chi fece e scrisse la storia quel giorno d’inizio estate a Città del Messico fu il numero 10 più famoso del mondo in quel momento storico.

No, non trascriviamo subito il nome. È più giusto menzionarlo insieme ai suoi compagni di squadra e di avventura per quella spedizione in terra messicana. Prima, però, ripassiamo anche la formazione della nostra nazionale, schierata così da Ferruccio Valcareggi: Enrico Albertosi; Tarcisio Burgnich, Pierluigi Cera, Roberto Rosato, Giacinto Facchetti; Mario Bertini, Vittorio De Sisti, Sandro Mazzola, Angelo Domenghini; Roberto Boninsegna e Gigi Riva.

Il Brasile invece con: Felix Mieli Venerando, meglio conosciuto solo come Felix; Carlos Alberto Torres ma basta solo Carlos Alberto, Hercules Brito Rues ovvero semplicemente Brito, quest’ultimo scomparso proprio nel giorno dell’inizio di questi nuovi mondiali, Wilson Da Silva Piazza, Everaldo Marques Da Silva; Clodoaldo Tavares De Santana, Gerson de Olivera Nunes; Jair Ventura Filho Jairzinho, Roberto Rivelino; Golsalves De Andrade Tostao e Edson Arantes Do Nascimento Pelè.

Undici giocatori i quali, ancora oggi, sono ritenuti i calciatori più forti della storia di questo sport. Una nazionale che raggiunse l’apice meritato, chiudendo un certo iniziato, seppur inaugurato con altri, nel lontano 1958. Un cerchio aperto in Svezia dell’allora diciassettenne Pelè il quale, dodici anni dopo era ben consapevole che a ventinove, per quegli anni, Messico 1970, rappresentava l’ultima sua vera grande occasione di lasciare la nazionale da vincente.

In verità, per O’Rey, un ulteriore titolo mondiale, successivo al 1958, lo aveva comunque conquistato: si trattava di Cile 1962. Solo che in Cile lo stesso Pelè si infortunò già dopo la prima gara, saltando di fatto tutto il resto del torneo. A non farlo rimpiangere, missione impossibile per tutti coloro che avevano il compito di sostituirlo quando era necessario, fu un certo Amarildo Tavares Da Silva, ma basta solo Amarildo.

Dunque, sentiva la volontà di rifarsi con il destino.

Peccato solo che noi, in quel 21 giugno del 1970, ci andammo di mezzo. successivamente al 1970, come tutti sanno, la nazionale verdeoro conquisterà altri due titoli: nel 1994 e nel 2002. Ma solo una delle tante selezioni riuscì ad esser paragonata a quella del 1970.

L’anno di riferimento è tanto caro a noi: i mondiali spagnoli del 1982. Purtroppo, il Brasile allenato dal Commissario Tecnico Tele Santana si scontrò con la nazionale che di lì a poco si sarebbe laureata Campione del Mondo per la terza volta nella sua storia, vendicandosi del 1970. Ma quella è un’altra storia dei mondiali. Rimaniamo, però, ancora per un momento nel 1982. Volete sapere, conoscere o ricordare quella formazione composta da fenomeni?

Allora: Valdir Peres; Leandro, Oscar, Luizinho, Junior; Cerezo, Socrates, Zico; Eder, Falcao, Serginho. Precisando che quest’ultimo giocatore era una riserva. Nel senso che ebbe la fortuna di sostituire un altro leggendario nome che in quel periodo si stava facendo strada e, a causa di un infortunio, dovette saltare il torneo. Stiamo parlando di Antonio Careca. Si, cari lettori: proprio quel centravanti che cinque anni più tardi, nel Napoli, avrebbe fatto coppia con Maradona.

Torniamo al 1970 adesso, torniamo a quel giorno di inizio estate ma sanciva, di fatto, la fine del mondiale. Un mondiale che portava con sé anche la fine di un’epoca: quella del trofeo Jules Rimet, il vero ideatore dei mondiali di calcio, come abbiamo raccontato mesi fa in uno speciale.

A rigor di logica dovremmo soffermarci a raccontare un po’ il percorso di entrambe le nazionali, cosa già avvenuta negli appositi speciali e non ci ripeteremo. Gli speciali, appunto: questo che dedichiamo a Messico ’70 sarebbe il primo in versione stand alone, usando la terminologia prettamente cinematografica, ma il quarto considerandolo insieme a quelli in cui abbiamo celebrato anche l’edizione del quarantennale del mondiale del 1986.

Dunque, non torneremo indietro per effettuare un ripassino, anzi ci soffermeremo su una polemica che tenne banco dopo la brutta sconfitta degli azzurri contro quel fenomenale Brasile. Un tipo di polemica di cui, credeteci cari lettori, ne sentiamo veramente la mancanza. Una polemica che si poteva riassumere in una sola parola e che fungeva, persino, da mero sinonimo: dualismo.

A partire dai mondiali del 1998, senza dimenticare anche quelli precedenti come il 1990 ed il 1994, il tormentone estivo nell’anno della Coppa del Mondo di calcio non era una classica canzone da ascoltare sotto l’ombrellone per ripararsi dal sole cocente, no. Era la classica fare: ma perché non mette quel giocatore in campo? Detta così, lo sappiamo, non rendo per nulla il senso di quello che stiamo cercando di dire…

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