Celebriamo lo sfortunato cantante de ‘La Bamba’ nato il 13 maggio di 85 anni fa

In questi quasi lunghi sei anni del nostro giornale non abbiamo mai nascosto di essere, seppur in maniera indiretta, dei fans. D’altronde come non si può non esserlo? Equivarrebbe ad un mero delitto delle sette note non apprezzare i suoi brani, che riecheggiano ancora oggi e non solo tra le generazioni un po’ in là con gli anni. Lui, che poteva essere, sperando di non essere blasfemi, forse un sovrano mancato del Rock and Roll. Di quel rock and roll che ha sempre visto, per antonomasia, Elvis Presley come l’unico vero massimo rappresentante rispetto agli altri.

Nel senso di vero intoccabile e che nessuno avrebbe mai potuto scalzare dal trono. Certo, la stiamo un po’ sparando grossa. Ma se in quel maledetto 3 febbraio del 1959 Ricardo Valenzuela non fosse mai salito su quel maledetto aereo per tornare a casa oggi che storia di musica di racconteremmo? Una piccola parabola breve ma intensa. Una parabola, da parte nostra, sempre celebrata anche se non con un mini-speciale, uno speciale o addirittura con un reportage.

Eppure, Richard Steven Valenzuela, nato il 13 maggio del 1941, meriterebbe un vero e proprio appuntamento suddiviso in cinque parti. Invece, proprio a causa della sua breve esistenza gliene toccano solamente tre. Da oggi 11 maggio e fino al giorno di quello che sarebbe stato il suo ottantacinquesimo compleanno.

In quel tragico incidente del 3 febbraio 1959, Richard Stevan Valenzuela, meglio conosciuto al mondo come Ritchie Valens se ne andò nell’età più bella. Un periodo della vita in cui gli adolescenti possono solamente sognare ciò che lui era già riuscito a realizzare per sé stesso e per la propria famiglia. Aveva solo diciassette anni e tanti sogni, musicali s’intende, nel cassetto. La notte in cui il destino lo beffò venne battezzata: la notte in cui il rock morì.

Da parte nostra, in tutto questo tempo anche quando potevamo effettivamente ricordare quel triste evento, non abbiamo mai e poi mai avuto il coraggio di soffermarci. Anche se non ci siamo mai e poi mai tirati indietro nel ricordare, per non dire raccontare storie di personaggi famosi finiti male, in questo caso abbiamo sempre avuto una sorta di ritrosia.

Una sorta di forma di rispetto, silenziosa, che ci accompagna ogni qualvolta ci ritroviamo a parlare di lui; soprattutto in questa occasione che, semmai fosse sopravvissuto a quella notte, starebbe in qualche ranch sperduto degli Stati Uniti d’America a festeggiare il suo compleanno con i suoi affetti più cari.

Su una cosa avete ragione cari lettori: stiamo dando per scontato che quasi sicuramente sarebbe arrivato a questa età; forse sì o forse no o forse, sicuramente, vogliamo immaginarlo così, senza evitare la triste e cruda realtà.

In tutti questi anni, come già specificato in precedenza, non siamo mai e poi mai riusciti a regalargli un appuntamento come si deve; sempre piccoli articoli e solo in un’occasione, in modo particolare nell’estate del 2024, lo inserimmo nell’ultima parte di uno speciale interamente dedicato alla cover. Già perché Ritchie Valens è famoso per un brano, cover, di una canzone appartenente alla tradizione messicana. Ma come sempre andiamo con ordine; partendo anche, rispetto alle altre occasioni, di raccontare la sua storia comprendendo anche le vere origini delle sue canzoni, proprio come quella con la quale finiremo la prima parte di questo speciale.

Senza dimenticare anche e soprattutto che lo stesso cantante, nel quasi lontano 1987, fu oggetto di un biopic ritenuto, ancora oggi, a metà strada tra il leggendario e il cult; ma di questo ve ne parleremo più avanti. Senza andare per nessuna ragione di fretta.

Dunque, Richard Steven Valenzuela, appunto come già indicato più volte, nacque il 13 maggio del 1941 a Pacoima, un sobborgo di Los Angeles.

Venne al mondo in una famiglia povera. Suo padre lavorava come falegname e si chiamava Joseph Steven Valenzuela, il quale morirà nel 1952; mentre sua madre, che si chiamava Consepcion Reyes, ma che si faceva chiamare Connie, lavorava in una fabbrica di munizioni, ubicata non distante da San Fernando. Quando Joseph morì, il piccolo si trasferì con sua madre, le sue sorelle ed il suo fratellastro, Robert Morales, a Filmore, sempre nello Stato della California. Fin dai primi anni crebbe ascoltando musica messicana e nonostante questo incominciò ad amare molto presto gruppi come i ‘Drifters’, The Crows, The Penguins; e i cantanti chitarristi come Bo Diddley, Buddy Holly e Little Richards.

Avete notato il penultimo nome indicato? Perché in questa storia ritornerà. Dunque, nonostante la tragedia per la morte del padre da quel 1951, la futura promessa del Rock and Roll, a Filmore, andò incontrò ad una svolta epocale. Un’altra e chiaramente più positiva: gli venne regalata una chitarra.

‘Un classico’, direte voi cari lettori. Eppure nel giro di un biennio sapeva già suonare molto bene la chitarra. Paradossalmente gli venne donato uno strumento incompleto. Nel senso che la chitarra che si ritrovò tra le mani, all’età di soli cinque anni era sprovvista di quasi tutte le corde che gli servivano per farla funzionare. Visto che ne poteva usare solamente due, con il tempo trovò il modo di aggiustarla per poi trasformarlo nel vero ed unico strumento da lavoro.

Intorno ai tredici anni gli arrivò un’altra chitarra, questa volta completa in tutte le sue parti che gli servivano per migliorarsi ancora di più. Non solo, fece il suo primo ingresso in una band conosciuta con il nome di Pacoima Junior High; mentre cinque anni più tardi, nel 1958, fece il suo ingresso nei Silhouette, un complesso musicale. Fu proprio in quel periodo che, durante un’esibizione venne notato dal produttore discografico Keane, il quale diventerà suo manager.

Allo stesso Keane gli giunse la voce di un ragazzino che era diventato un vero e proprio idolo in quella piccola cittadina. Infatti, Richard Steven Valenzuela, diventato ormai sicuro di sé, iniziò a prendere parte a qualsiasi festa organizzata per gli studenti, intrattenendoli con la sua voce, con le sue melodie ed i ritmi influenzati canzoni folk messicane che aveva imparato dai suoi genitori. Non solo: dovunque andava lui, andava anche la sua chitarra…

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