A cinque anni della sua scomparsa, dedichiamo il primo reportage al Pibe De Oro
Fantasia, talento, estro, classe e creatività. Con questi cinque aggettivi si riassume il concetto, non del tutto esteso, di ‘Numero 10’ nel gioco del calcio. Semmai si cercasse di andare a fondo nella terminologia, con i classici concetti base è chiaro che non bisogna soffermarsi solo sulla teoria; la pratica, a sua volta, non sarebbe sufficiente. Semmai, specialmente in questo caso, è tutto.
Solo con la pratica, dunque, si può intuire un giocatore quanto talento abbia, quanto estro riesce a dimostrare in campo. Estro che deve essere fondamentalmente legato alla classe e con un’infinita dose di creatività. A sua volta questi quattro elementi confluiscono in quello considerato, per chiunque abbia tutte e cinque le caratteristiche, portando quel determinato numero sulle spalle, il simbolo vero e proprio del ‘10’ per antonomasia: ovvero la fantasia.
Nella storia del gioco del calcio di numeri 10 ne abbiamo visti tanti. Solo in pochissimi sono, poi, rimasti nel tempo con le loro gesta, con le loro magie e le loro storie, sportive appunto, irripetibili, a loro volta. Al giorno d’oggi, nel calcio attuale, non c’è più spazio come un tempo per coloro che vengono comunque indicati come giocatori dalla posizione avanzata, a metà strada tra il centrocampo e l’attacco.
Una posizione che permette a questo tipo di giocatore di supportare, allo stesso tempo, la fase di copertura e la fase di attacco propria e del numero 9, il centravanti, e il numero 11, l’ala sinistra. Almeno un tempo era così schierata, numericamente, una squadra, a differenza di oggi.
Dicevamo dei nomi. Un elenco lungo, anche questo. Solamente in pochi possono venir considerati come i migliori e, a sua volta, solamente due sono vengono considerati, indistintamente, le leggende delle leggende che hanno calcato il terreno di gioco, portando sulle spalle quel numero. Ma anche in questo andiamo con ordine: da Di Stefano a Rivera, da Johann Cruyff a Michel Platini, da Dennis Bergkamp a Zidane, da Rpberto Baggio a Zola, da Totti a Del Piero. Senza dimenticare anche Ardiles, Zico e tanti altri ancora.
Come detto, però, sono solamente due i numeri 10 per eccellenza, per antonomasia o come voi preferite. L’occasione per ricordarli entrambi l’abbiamo avuta proprio il mese scorso. Entrambi nati il decimo mese dell’anno, solo che il primo nacque il 23 ottobre e quest’anno avrebbe toccato quota 85 anni; il secondo, invece, è venuto alla luce sette giorni più tardi, il 30, ma venti anni più tardi. Sì, proprio così.
I più grandi in assoluto sono nati, precisamente, il 23 ottobre del 1940 ed il 30 ottobre del 1960 e sono, rispettivamente il brasiliano Edson Arantes Do Nascimento detto Pelè e l’argentino Diego Armando Maradona. Ed entrambi, quest’anno, avrebbero compiuto 85 e 65 anni. Purtroppo, ci hanno lasciato tra il 2020 ed il 2022.
In questa prima ‘Storia Sportiva’, per entrambi, vi racconteremo la loro leggenda, per motivi diversi, che sarà analizzata tra due reportage separati a partire da adesso. Avendo come mero punto di riferimento, stranamente, una trasmissione televisiva condotta proprio da uno dei due in cui si incontrarono sancendo la fine della loro decennale e sana rivalità.
Era il 28 novembre del 2005 e l’asso argentino del calcio mondiale, da poco quarantacinquenne, Diego Armando Maradona, conduceva su una delle tante emittenti televisive argentine la sua personale e particolare trasmissione ‘La noche del 10’, la notte del dieci. Un titolo abbastanza celebrativo, come giustamente potrebbe essere, ed inequivocabile, visto che nelle sue intenzioni c’erano quelle di invitare, come ospiti, ‘numeri 10’ di ogni sport o di ogni settore del mondo dello spettacolo.
Durante la preparazione della prima puntata, Maradona, decise di invitare colui che per tutta la sua carriera venne identificato come il suo rivale di sempre, seppur non proprio in maniera diretta per ovvie ragioni anagrafiche: Edson Arantes Do Nascimento in arte Pelè. Di sicuro, al genio del calcio assoluto, durante quei momenti, durante quel dialogo, durante quei palleggi, pochi ma interminabili, con O’Rey gli sarà passato nella sua mente quel momento, diventato poi leggendario, di quando palleggiava da ragazzino, proprio con la maglietta numero 10 sulle spalle. Quella di Pelé.
È vero, non ci sarebbe neanche bisogno di mostrarvele di nuovo; ma come si fa senza? Che reportage sarebbe dedicato a lui? A colui il quale venne definito, prima da un coro e poi da una canzone in lingua napoletana, che è meglio proprio della ‘Perla Nera’ brasiliana?
Ma è stato veramente così? Dalle parti del Vesuvio giurano di sì. In effetti dopo due scudetti storici, una coppa Italia ed un’altrettanta e leggendaria conquista dell’allora Coppa Uefa, come un tempo veniva chiamata l’attuale Europa League, in soli quattro anni, durante i sette anni di permanenza dell’asso argentino, sembra proprio di sì.
Eppure, questa convinzione, radicatasi nel tempo, non è solo insita nel popolo che vive all’ombra del vulcano più famoso del mondo, che fa da ombra e da sfondo alla città più bella del mondo. No, è anche una convinzione appartenente all’intero globo, dopo averlo ammirato in campo, che sia proprio la verità assoluta.
Una verità assoluta che in questo reportage interamente dedicato a lui non abbiamo alcun bisogno di comprovare, semmai di confermare mediante le sue magie, realizzate nel rettangolo di gioco, che faranno da cornice alla sua storia, personale e no; faranno da cornice a questo reportage che racconta un bel pezzo della storia del calcio. Una storia che sarà ripercorsa per celebrare il suo duplice anniversario già ricordato. Dunque, il 28 novembre del 2005 è solamente un pretesto per dare il via, per trovare il giusto fischio di inizio del nostro racconto in cui l’atto di apertura risale esattamente, il 30 ottobre del 1960, nella periferia di Buenos Aires, in Argentina. Precisamente a Lanus.
Un mondo a parte, povero e senza speranza. Ma siccome che ogni favola che si rispetti l’inizio di ambientazione è sempre quello che abbiamo precisato, è normale partire da questo punto, dal momento esatto della nascita di Diego Armando Maradona. D’altronde uno come lui poteva nascere anche in Brasile, anche in Italia, persino in Germania o in Olanda. Senza dimenticare l’Inghilterra. Paesi in cui il calcio è una tradizione. Invece, no: in Argentina, come l’altro paese sudamericano, è una vera e propria religione…