In occasione del nono anno senza Bud Spencer lo celebriamo con il suo personaggio più famoso
Ci ha lasciato nove lunghi anni fa, ma non lo abbiamo mai e poi mai dimenticato. E come si fa a dimenticarsi di uno come lui? Già, come se ci fossero altri con le sue stesse caratteristiche e con la sua stessa capacità di intravedere in ogni esperienza un’opportunità di rinnovamento e di crescita personale, prima di essere, per noi e per il mondo, ciò che ha rappresentato. E nel continuare a rispondere a questa domanda scomodiamo, persino, una battuta tratta dal film ‘I tre Moschettieri’: divisa equamente fra due del famoso trio ‘impossibile, improbabile’. Allora, quindi, quale sarebbe il modo più giusto per ricordarlo? Sicuramente non è tanto, come in altre occasioni, nel raccontare la sua vita.
No, troppo facile, da un lato e troppo scontato dall’altro. Anche perché, in fondo, tutti lo sappiamo; in fondo tutti sono consapevoli che Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, è stato una leggenda vivente, prima di lasciarci quel triste 27 giugno del 2016, in cui la nazionale italiana, all’epoca guidata da Antonio Conte, batteva agli ottavi di finale gli spagnoli passando il turno di quelli che sarebbero stati, poi, i quarti di finale degli Europei di calcio di quello stesso anno. E dopo?
Dopo divenne ancor più leggenda, senza bisogno di specificarne il motivo. Senza bisogno di ricordare per filo e per segno cosa ha fatto nella sua lunghissima esistenza, iniziata il 31 ottobre del 1929 nella città più bella del mondo, nonché città natale, ovvero Napoli.
Eppure, nell’avvicinarsi del nono anniversario di quello che per noi è un allontanamento verso un’altra dimensione ci siamo chiesti, per questo 2025, quale modo potesse essere il giusto modo per parlare di lui senza scadere nella retorica o quantomeno sconfinare con toni malinconici, perché di fatto non avrebbe gradito un articolo, uno speciale o anche un reportage amaro o quantomeno malinconico. L’occasione ci è stata servita proprio in questi primi sei mesi in cui si sono celebrati non un uno ma bensì due anniversari relativi a quattro suoi film realizzati tra il 1973, il 1975, il 1978 ed il 1980.
I titoli? Tutti relativi ad una saga a metà strada tra il poliziesco e la commedia che lo ha reso ancor più noto di com’era con i film girati in coppia con Terence Hill: Piedone lo sbirro, Piedone a Hong Kong, Piedone l’Africano e Piedone d’Egitto. Quattro pellicole, quattro episodi che hanno ulteriormente consacrato il personaggio di Bud Spencer sul grande schermo, riuscendo a reggere anche senza il suo partner storico.
Ma come sempre andiamo con ordine ed immergiamoci in quello che è il mondo del Commissario Rizzo, detto Piedone; immergiamoci nel mondo, in senso lato, di questo iconico personaggio di cui il suo stesso soprannome, ultimamente e nel dicembre scorso, è ritornato in auge con un degno sequel, presentando una forma ed una struttura totalmente differente. Soprattutto, dettaglio non da poco, con un attore totalmente differente e con storie eterogenee e moderne rispetto a quelle proposte fino a quarantacinque anni fa. Perché logicamente i tempi sono cambiati, ma non la voglia di stare lontano da alcuni personaggi iconici del passato.
Lo ammettiamo: non è la prima volta che ne parliamo, non è la prima volta che celebriamo Bud Spencer con quello che potrebbe esser considerato il suo perfetto alter ego. D’altronde, per lui, recitare nella sua Napoli voleva dire una sola cosa: ritornare a casa dopo che il compagno e collega di mille scazzottate aveva deciso di tentare, come logico che fosse, la carriera negli Stati Uniti d’America; ma questo non perché Bud non avesse ambizioni, anzi al contrario e lo ha sempre dimostrato nel corso degli anni.
Perché, in fondo, nasce proprio da questo dettaglio la saga di Piedone. Da un particolare non da poco e a questo punto, cari lettori, vi state chiedendo se Terence Hill non fosse mai partito questo prezioso franchise tutto italiano sarebbe stato ugualmente prodotto? Forse sì o forse no, ma a distanza di oltre cinquanta lunghi anni dall’inaugurazione ufficiale della serie cinematografica, avvenuta il 25 ottobre del 1973 e a quarantacinque anni esatti dalla conclusione, il discorso del cosiddetto sliding door appare abbastanza superfluo e stantio.
Si potrebbe anche sostenere, anche, che, in quel giorno di ottobre, il pubblico italiano si rese subito conto di prendere parte alla visione di un film differente: ‘Piedone Lo Sbirro’ non era proprio un tipico film ‘da cassetta’, come si diceva un tempo, o quantomeno per famiglie, ma un vero e proprio poliziesco, con una trama seria, con delle scazzottate, poche, ma abbastanza serie, e con dei riferimenti alla realtà del tempo fin troppo chiari: il clan dei marsigliesi, tanto per intenderci.
D’altronde sia il mondo che il dramma della droga non sono stati mai presi alla leggera. E neanche in quell’occasione fu così, anzi gli autori e lo stesso attore protagonista entrarono in punta di piedi in quella che era una dimensione parallela che, di fatto, rovinava, l’immagine stessa della città. Una vera e propria piaga sociale che oscurava tutto ciò che era positivo e bello della metropoli che si estende ai piedi del Vesuvio.
Al di là di ciò, ‘Piedone lo sbirro’ non era neanche, tanto per intenderci, uno dei classici ‘poliziotteschi’ realizzati proprio in quegli anni, la cui linfa era rappresentata dalle piccole e medie produzioni e che trovavano sempre il modo di passare sul grande schermo. No, ‘Piedone Lo Sbirro’ era ed è, ancora oggi, soprattutto qualcosa di più.
Un film a metà strada su un eroe solitario, all’americana, che girava ed operava a Napoli a piedi, con un proprio codice morale e soprattutto con un modo tutto suo di applicare della legge, senza mai violarla sia chiaro, nel combattere il vero cancro della città, la sua città. Il luogo in cui era nato e cresciuto. Ed un modo di agire più da strada che da persona effettiva delle istituzioni.
Dicevamo, prima e in via del tutto indiretta degli autori e dunque andiamo a scoprire chi c’era dietro a questo sorprendente successo del grande schermo. Alla regia di questo piccolo e grande capolavoro tutto nostrano c’era un nome che oggi, stranamente, non viene mai e poi mai ricordato come dovrebbe, Steno, il padre dei fratelli Vanzina, anche loro registi di notevole successo nei decenni successivi…