Era stato annunciato la settimana scorsa, in chiusura dell’articolo: ‘Minneapolis – Le radici dell’odio’ con il quale erano state inaugurate le rubriche ‘Usa’ e ‘Parole Schiette’, promettendo di affrontare la spinosa questione del territorio di Hong Kong dove, stranamente, nessuno sembra fare la voce grossa in merito. Difatti nel finale dell’articolo precedente si era fatto menzione che in Italia, e non solo, sembrano più indignati, come giusto che sia, per l’omicidio di George Floyd, ma non per quello che sta succedendo o comunque per quello che succederà all’isola commerciale oggetto delle mire del regime comunista.

Sono diversi mesi che i ragazzi di Hong Kong, con il loro leader Joshua Wong, stanno in tutti modi tentando di far sentire la loro voce al mondo intero onde, evitare che la discutibile legge di sicurezza nazionale del regime comunista possa estendere la sua sfera d’influenza totale sull’ex-colonia inglese.

La storia di Hong Kong è davvero particolare. Porto strategico della nazione asiatica, incominciò a perdere la propria sovranità già dal 214 a. C. con il primo Imperatore cinese; per poi vedersi occupare, dal 1839, dagli inglesi a causa della prima guerra dell’oppio, in cui il territorio fu ceduto dai cinesi agli inglesi. Cento anni più tardi, per effetto della Guerra nel pacifico, Hong Kong, si vide occupata dall’Impero giapponese, il quale occupò tutta la Cina. Ma la presenza nipponica durò poco. In seguito, poi, della cosiddetta rivoluzione culturale in Cina, nel 1949, molti cinesi si rifugiarono a Hong Kong.

Una volta che il paese del dragone è tornato tra le superpotenze cerca in tutti i modi di annettere nuovamente non solo Hong Kong, ma anche Taiwan, alla propria amministrazione governativa; venendo meno all’accordo con gli inglesi di lasciare per 50 anni Hong Kong libera. L’unico che ha tentato di fare qualcosa in merito è il Presidente Donald Trump, l’idea di togliere lo status speciale non sembra proprio una brillante soluzione. Gli altri Stati invece, compreso il nostro, rimangono stranamente in silenzio. E’ pur vero che l’Europa ha incominciato un po’ ad aprire bocca in merito. Tant’è vero che anche che il nostro Ministro degli Esteri, Di Maio, si è svegliato dal torpore che lo avvolgeva fino qualche tempo fa, parlando in favore del principio di libertà ad Hong Kong; ma senza schierarsi direttamente con il movimento di Joshua Wong. Solo gli inglesi, per bocca del Premier Boris Johnson, concederà diversi passaporti ai cittadini Honkonghesi

Di certo gli interessi sono troppi, e forse non sono solo commerciali, e molto probabilmente più che altro sussiste anche quella mancanza di coraggio ad affrontare questioni spinose. Un tempo, quando c’erano i conflitti in Iraq ed in Afghanistan, la sinistra, tutta indistintamente, si schierava contro l’amministrazione Bush, invocando al sacrosanto principio dell’autodeterminazione dei popoli. E per Hong Kong come mai nessuno ne parla in maniera diretta? Se si è contro la guerra bisognerebbe essere contro ogni tipo di dittatura, non solo quando appartiene ad un diverso colore politico; ma in questo caso i regimi totalitari sono ben visti perché appartengono al medesimo colore ideologico.

Sulla questione si sono espressi anche due noti dissidenti del regime. Il primo è l’artista dissidente cinese Ai Wewei che al quotidiano ‘Repubblica’ del 1° Giugno 2020 ha rilasciato un’interessante intervista. In alcune dichiarazioni ha detto che cedere al governo di Pechino è “come cedere alla mafia, non ci sono individui ma membri che giurano fedeltà totale” ed è un regime che non ammette mai l’errore. Tutto quello che fa è giusto, come il 4 giugno del 1989 con la famosa repressione in piazza Tienanmen degli studenti i quali, in fondo, chiedevano solamente una cosa: libertà.

Il secondo, invece, è lo scrittore Qiu Xialong che vive negli Stati Uniti d’America e che, attraverso le pagine de ‘La stampa’ del 4 giugno 2020 ha realizzato un articolo in cui narra la sua esperienza all’epoca dei fatti del 1989, affermando che il regime perseguita non solamente coloro che ‘non ragionano o che non si esprimono come il Quotidiano del popolo sei un nemico del partito comunista e finisci nei guai e non solo tu, ma anche i tuoi seguaci, la tua famiglia e i tuoi amici’.

E’ chiaro, quindi, che quell’immagine di quell’anonima persona che sfidò i carri armati comunisti ritorna tutti alla mente e che, quel gesto, rappresentò uno dei più begli esempi di coraggio mai visti nella storia. Con la speranza che ad Hong Kong non si debba nuovamente arrivare a tanto, ma dato che si tratta di una dittatura sarà difficile.

Su questo argomento si tornerà a parlare nei prossimi giorni, senza dimenticare la questione Usa vs Oms-Cina. Domani un nuovo appuntamento con ‘Usa’ legato alle storie vere sul grande schermo.

http://youtube.com/watch?v=YeFzeNAHEhU

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