L’eliminazione del Brasile, in quel leggendario quarto di finale, pose fine all’era di Tele Santana, indimenticato commissario tecnico di quella squadra che iniziò a stupire il mondo già quattro anni prima. Di contro, però, la successiva semifinale, per i francesi, segnò anche un’altra fine di epoca. Ma come sempre, andiamo con ordine anche questa volta. Il penultimo atto del mondiale messicano del 1986 era rappresentato, come tutte le edizioni del resto, di due semifinali. Due partite che, a dispetto dei quarti, offrirono risultati secchi e a tratti senza storia.
Le due sfide si giocarono entrambe il 25 di giugno e diciamo, che per entrambi i matches, vale il detto, mutuato dalla letteratura gialla, in cui si afferma che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Nel caso di Francia – Germania, però, l’assassino, a sua volta e perdonateci il gioco e la ripetizione della parola, viene a sua volta assassinato.
Si, perché il ritorno dei francesi in quel di Guadalajara si rivelò alquanto letale. Questa volta, rispetto alla semifinale del mondiale spagnolo, proprio contro i tedeschi, non ci fu nessun accenno di epicità. Solamente un secco ed un quasi anonimo 2 a 0 firmato dal compianto terzino sinistro Andres Bhreme, al nono minuto del primo tempo; per poi chiudere la pratica dopo altrettanti novanta minuti.
Nel senso che l’allora centravanti della Roma, Rudi Voller, chiuse la pratica proprio all’ultimo giro di orologio, condannando, quasi sicuramente, la miglior nazionale francese vista in quel momento. Un ciclo durato per ben otto anni, a partire dai mondiali del 1978.
La Francia, a sua volta e successivamente, steccherà le qualificazioni di Italia ’90 e di Usa ’94, tornando a giocare un mondiale nel 1998 in casa e per poi vincerlo, aprendo un ciclo che dura tutt’oggi. Per quanto riguarda la seconda semifinale? Stesso risultato e interpreti diversi, anzi sarebbe più giusto dire: interprete diverso: ovvero colui che aveva il numero 10 sulle spalle e portava il nome di Diego Armando Maradona.
Di fronte al Belgio di Vincenzo Scifo, Diego, dopo la sbornia per il gol del secolo, non si accontenta e, sempre a Città del Messico, nello Stadio Azteca, El Pibe De Oro regalò altri due gol. Ma non è tanto il primo ad entrare negli onori della cronaca e, se vogliamo, della leggenda. Fu direttamente il secondo, con una serpentina, diversa da quella vista contro l’Inghilterra, ma che ripeterà nella prima giornata di Serie nella Stagione 1986/87.
Dunque, il 2 a 0 è da antologia del calcio, proprio come quello contro l’Inghilterra, ma che non basta a garantirgli un secondo gol del secolo. A quel punto sarebbe stato troppo anche per uno come lui. Dal punto di vista del score personale, nell’apporre la firma sul tabellino delle marcature, il mondiale di Maradona finisce contro il Belgio. Con le sue cinque reti, Diego, era riuscito a portare la nazionale argentina all’ultimo atto di quel mondiale.
Le sue vittime? Italia, un gol; Inghilterra, due gol; Belgio due gol. Quasi sicuramente, al numero dieci sudamericano, alla fine di quel mondiale, comunque vittorioso e trionfante e non solo per lui, terminerà con un rimpianto ben specifico; ma su questo aspetto ci ritorneremo presto.
Il giorno della finale, ovvero il 29 giugno, con l’inedita Argentina – Germania, almeno per quel 1986, venne preceduto dal 28 giugno con la finale del terzo e quarto posto. Un tempo si chiamava così, poi per ovvie ragioni lasciarono solamente ‘3° Posto’. La sfida, dal punto di vista degli stimoli in campo anche inutile, soprattutto dal punto di vista psicologico non si trattava dell’appuntamento giusto, venne giocata, comunque, da due signore squadre: il Belgio e la Francia.
Ed entrambe le nazionali onorarono fino in fondo quell’ultimo e malinconico impegno di Messico 1986, ben consapevoli che avrebbero potuto ottener più di qualcosa in quella kermesse sportiva. Ad aprire le danze ci pensarono prima Ferreri, per la Francia, e poi Ceulemans, per i diavoli rossi. Non paghi già dell’1 a 1, alla festa di consolazione volle persino partecipare, al 43° minuto sempre del primo tempo, Jean Pierre Papin, futuro attaccante del Milan, il quale venne raggiunto da Claesen al 73° minuto del secondo tempo.
Un 2 a 2 pirotecnico, si potrebbe dire; considerando, ripetiamo, che non si trattava della finale per il primo posto, sennò cosa mai sarebbe successo. Accade, comunque, vuoi la stanchezza, vuoi anche la poca motivazione in campo, che il Belgio decide di tirare i remi in barca per lasciar spazio alla volontà francese. Infatti, solo nel primo tempo supplementare, Genghini e Amoros, su rigore, piegano la resistenza belga aggiudicandosi così il terzo posto e chiudendo, come già sottolineato in precedenza, una leggendaria epoca calcistica francese.
Una volta calato il sipario sulla cosiddetta finalina, l’attenzione si spostò, ormai, tutta sull’appuntamento del giorno seguente, quello datato 29 giugno 1986. Una sfida che, in quel momento, non si pensava entrare nella storia considerando che sedici anni prima un altro grande numero 10 aveva già alzato la coppa. Sia per l’Argentina che per la Germania, le singole tappe di avvicinamento sono state superate senza alcuna battuta d’arresto.
No, non si deve considerare il pareggio contro gli ex campioni del mondo dell’Italia, nella seconda giornata del girone, come una battuta d’arresto; anzi, se vogliamo dirla tutta, in quella partita avvenne il passaggio di consegne. Dall’altra parte una Germania pronta a tutto a rifarsi per la delusione di quattro anni prima in Spagna, proprio contro di noi. Strano che la finale di Messico 86 venne giocata da due nazionali sconfitte proprio da noi nell’edizione precedente, vero?
A parte queste strane coincidenze, le due rappresentative nazionali volevano superarsi per differenti motivi: gli argentini per bissare il mondiale vittorioso del 1987, i tedeschi per tornare sul tetto del mondo, dopo il trionfo del 1974, e, appunto, per riscattarsi dopo la delusione di quattro anni prima. Nel mezzo, anche se da parte sudamericana, un Diego Armando Maradona tutto determinato nell’alzare il trofeo nello stadio in cui lo alzò Pelè sedici anni prima. Trofeo che, sedici anni prima, se non ci fossimo messi di mezzo noi, che avrebbe potuto alzare anche il ct della Germania del 1986, Franz Beckenbauer…