Ve lo avevamo promesso e così è stato. Nella giornata del trentesimo anniversario della strage di capaci non ci sarà il classico appuntamento de ‘La Canzone del Lunedì’. Solo il ricordo di ciò che accadde, senza retorica, senza eccessivi trionfalismi. Per qualcuno la celebrazione di quei tristi giorni diventa quasi una sorta di festeggiamento, senza pensare che in realtà non c’è proprio nulla per cui stare allegri. Morirono delle persone in quel sabato datato 23 maggio del 1992. Il giudice Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.

In quella tragica giornata l’intero svincolo autostradale di Capaci, in direzione Palermo, saltò letteralmente in aria. Fu un massacro e fu l’inizio della fine. Si, perché tutto non sarebbe stato più come prima. Tutto cambiò in due attentati che sono rimasti impressi nella memoria collettiva.

Ora come adesso sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino sono, giustamente, ritenute delle leggende, dei miti a cui fare riferimento sia come metodo fruito per sconfiggere la criminalità organizzata, quell’organizzazione di cui non si doveva neanche pronunciare il nome perché si diceva che non esisteva, e sia per il coraggio profuso in un impegno che divenne fatale per entrambi.

Molti, oggi, osannano Giovanni Falcone. Oggi molti lo ricordano e, per paradosso, sono coloro che, durante gli anni della Palermo con le strade lastricata di cadaveri, lo attaccavano in tutti i modi. I cosiddetti ‘Giuda’ come disse un meso dopo alla tragedia il giudice Paolo Borsellino.

Un ricordo, dunque, che è stato vivo, forte, emozionante per certi versi, senza il puzzo della retorica più becera durante la prima giornata del Salone del Libro, grazie alla sorella di Giovanni Falcone, Maria, intervistata dal direttore de ‘La Stampa’, Massimo Giannini. L’occasione per tale incontro è stata per la pubblicazione del suo ultimo libro dedicato al fratello, dal titolo: L’eredità di un giudice.

Ecco, appunto: che tipo di eredità ha lasciato Giovanni Falcone? Pesante ed ingombrante. Si potrebbe dire che a suo tempo tutti quanti volevano essere come lui ma tutti quanti lo ostacolavano.

Nell’incontro del 19 maggio scorso, il giorno dopo all’ottantatreesimo anniversario della nascita del magistrato, più che leggere i passi di ciò che la donna ha scritto si è entrati nella dimensione, inevitabile, dei ricordi. Piacevoli e dolorosi. Non solo personali, ma anche quelli che tutti conosciamo o che abbiamo imparato ad assimilare in questi lunghi trenta anni.

Sono state molte le dichiarazioni rilasciate da Maria Falcone al giovane pubblico presente al Bookshop del salone. Scolaresche accorse per conoscere un pezzo rilevante della storia del proprio paese. Le dichiarazioni, nella sostanza, sono quasi tutte frasi pronunciate da suo fratello in alcuni momenti particolari. Parole espresse anche prima del tragico epilogo.

“L’ultima volta che ho visto Giovanni, mi disse che bisognava fare presto per salvare la democrazia del nostro Paese”, una frase forte; una frase, come detto, espressa qualche giorno prima che saltasse in aria a Capaci.

“In questo anniversario della strage di Capaci ho avuto la percezione che, dopo tanti anni di progetti nelle scuole, si ha la conoscenza del fenomeno mafia anche fuori dal Meridione. Sud più estremo e Nord più estremo si sono uniti nella lotta alla mafia e questo è per me il regalo più grande nel 30esimo anniversario della morte di Giovanni”.

Una percezione positiva, che fa ben sperare e che molto probabilmente è anche, figlia di come la vicenda, in questi tre lunghi decenni, è stata molte raccontata ad ogni nuova giovane generazione che si affacciava alla storia non solo per pura e semplice curiosità, ma anche per il dovere di essere edotti su alcuni fatti.

Se da quel 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone è sempre stato dipinto come un supereroe, Maria Falcone specifica una qualità particolare insita nel carattere del futuro magistrato durante la sua giovinezza: aveva d’innato l’animo altruista. “si vestiva da Zorro quando era bambino e voleva sempre difendere i più deboli”. In poche parole: “Giovanni non voleva essere un eroe, voleva essere soltanto un bravo magistrato”.

Nella sua personalità esisteva la convinzione, ferrea, che si doveva compiere il proprio dovere, fino all’estreme conseguenze. Cosa che poi si avverò. Continuare risulterebbe ripetitivo su ogni particolare ricordato e toccato in questi lunghi trenta anni. Certo, forse sarebbe stato meglio realizzare uno speciale, ma alla fine anche un semplice articolo con le parole della sorella rende il senso di quello che accadde trenta anni fa. Perché, oggi, ciò che più conta è solo il ricordo in silenzio e non gli sfarzi e i discorsi, appunto, per ricordare.

FOTO DI VINCENZO PEPE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *