A cinquant’anni dalla scomparsa, ricordiamo un artista calabrese della comunità albanese-italiana in America Latina, autore di una pittura di netta caratura figurativo-espressionistica e di proiezione sperimentativa

È una personalità molto particolare quella di Enzo Domestico Kabregu, un artista che nasce ad Acquaformosa, in provincia di Cosenza, nel 1906 e che presto dà prova di una spiccata disponibilità creativa che gli consente di entrare a far parte del contesto artistico napoletano, dove stringe rapporti amicali con gli artisti più importanti del tempo, guadagnandosi stima e consenso.

L’artista nasce all’interno della comunità italo-albanese, la comunità ‘arbereshe’, e di tale comunità intenderà attestare l’identità culturale assumendo appunto il nome di Kabregu, che propriamente significa ‘casa in alto’.

Kabregu, Ritratto dell’artista al cavalletto
Fontana

Alcuni studi, di Le Pera sull’ambito artistico calabrese e di Stefano Casini, hanno ben messo in evidenza le peculiarità stilistiche del contesto regionale e l’intreccio quasi romanzesco delle vicende di vita di questo artista, che deve dapprima lottare per poter vedere affermare la propria vocazione creativa e che, successivamente, sarà impegnato a dare corpo ad una produzione pittorica di acuta sensibilità espressionistica.

Proiettato sulla scena internazionale, con moltissime esperienze in vari contesti, sarà, poi, in Uruguay, che egli riuscirà a vedere fiorire dalla radice della propria vocazione creativa una vera e propria ‘scuola’, che fa di lui, in qualche modo, un autentico protagonista, nell’ambito della pratica figurativa, alla stessa stregua di come Joaquin Torres Garcia ha saputo esserlo con le dinamiche astrattiste.

Lavandaie

La formula creativa di Kabregu è abbastanza originale, pur presentandosi egli come un pittore piuttosto alieno da avventurismi e votato, piuttosto, ad una impaginazione compositiva di stampo godibilmente ordinato.

Di fatto, Kabregu in Uruguay – come d’altronde aveva provveduto a fare un altro ‘italiano d‘esportazione’, il salernitano Antonio Rocco, che opera in Brasile – procede a fornire, in America Latina, una declinazione figurativa significativamente pronunciata nelle sue determinazioni imprimenti e decise, fino a poter dirsi di tale delibazione creativa che essa presenta le caratteristiche proprie di una vocazione espressionistica.

Sbaglierebbe, però, chi volesse intendere tale notazione di ‘vocazione espressionistica’, a proposito della sua pittura, in termini di solo abbruciato pronunciamento segnico-timbrico, giacché il Nostro sa conferire alle sue immagini non soltanto una vibratilità di forte impatto gestuale e materico, ma anche una sorta di tenerezza soffusa che sembrerebbe dover contraddire la dirimente espressiva modulandone gli ansiti.

Kabregu è il nome d’arte di Enzo Domestico, un nome che, abbiamo osservato, l’artista sceglie per attestare con orgoglio di appartenenza la propria collocazione all’interno della comunità italo-albanese e, probabilmente, è proprio questa necessità di affermazione identitaria ciò che convince il Nostro ad assumere quella modalità d’intervento perentorio e deciso che definisce l’orientamento produttivo della sua azione creativa, precisandone, anche in termini di definizione stilistica, una collocazione espressionisticamente atipica e, di conseguenza, particolarmente personale.

Nudo

Ecco, allora, dispiegarsi il suo universo figurativo con immagini che richiamano alla cultura della terra e che variamente osserviamo in opere di marca propriamente vedutistica (non importa se di paesaggio o di scorcio di paese), ma anche in opere cosiddette ‘di figura’, ove egli spazia con la libertà di chi sa muoversi con assoluta padronanza dei mezzi espressivi, dilatando il suo prodotto creativo, ad esempio, dal nudo alla ritrattistica, come, in fondo, attestano di poter essere identificate alcune sue composizioni in cui le immagini dipinte non sono mere silhouettes di maniera, ma personalità ben individuate nei loro tratti fisionomici e nella messa in evidenza di peculiarità morali o soggettivamente distintive, spesso rivolte a dare testimonianza partecipe delle fatiche del mondo del lavoro (‘Lavandaie’).

Penseremo, tra le altre, ad opere come ‘Cucinando’ o ‘Fontana’, in cui l’istanza figurativa delinea non semplicemente dei ‘tipi’ umani, ma delle ben precise personalità, così come – nell’ambito della pittura di paesaggio urbano – occorrerà scorgere nella robustezza d’assetto di cose come ‘Calle de  Tarsia’ un corrispettivo certamente notevole, per quanto apparentemente incongruo, di lavori come ‘Vista dall’alto’. È un’opera quest’ultima, che segna, a nostro giudizio, un punto fermo e di altissima qualità nelle logiche di quell’indirizzo di più vasta accezione che si segnalò nel nome del ’ritorno all’ordine’.

Il ‘ritorno all’ordine’, giova ricordare, non solo non intendeva riavvolgere il nastro della storia, ma nemmeno gettar via alle ortiche quanto la istanza avanguardistica aveva prodotto, ma sostenere, piuttosto, quella sensibilità figurativa dei nuovi tempi che s’era venuta affermando sulla scena internazionale in termini, ad esempio, non solo di Neue Sachlichkeit, ma anche di Magisher Realismus e, in fondo, anche di ‘Novecento’. E non dimenticheremo, peraltro, la sensibilità sironiana, andandola a considerare non come contraltare dell’impermanenza figurale di un Donghi, ma come una possibile ‘variazione’ sul tema dell’istanza figurativa di più intenso vigore e caratura sociale.

Vista dall’alto

L’ispirazione di Kabregu agisce con larghezza di intendimenti e di prospettive in questa ottica generale e, quindi, si carica di intensi fervori contenutistici così che la sua pittura, tutt’altro che omologata, sa scegliere di proporsi con la forza di un linguaggio figurativo che non trova altro confronto possibile se non con la robustezza di tratto del già richiamato Sironi, o con la sfibrata matericità di un De Pisis o di un Girosi, non dimenticando, d’altronde, che agisce sempre in lui, producente, la lezione napoletana di Irolli e di Mancini.

L’arte uruguayana del ‘900 deve molto a questo artista calabrese, autentico caposcuola a Montevideo, nel campo della figurazione, così come Torres Garcia lo è stato nel campo dell’astrazione; e qui, in via di conclusione, ci piace additare anche una certa affinità tra i due, almeno sul piano del dialogo che le loro opere sembrano poter animare nell’ossequio condiviso che i due autori mostrano di saper avere verso la consistenza operosa dell’addensamento materico.

L’artista si spense a Montevideo nel 1971.

(Le immagini qui riprodotte, in un contesto che non è esornativo, ma di semplice documentazione di studio, sono utilizzate al di fuori di qualsiasi intendimento e finalità commerciale e sono state prelevate dal web ed in particolare da fonti di libero prelievo, da Mutual Art, Ask Art, Wikiwand ed anche da altre di cui non siamo in grado di indicare il dettaglio. A tutti gli autori delle immagini ed ai siti che ne diffondono il prezioso contenuto iconico, siamo grati e ne attestiamo le ragioni di merito).

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