Andrea Arcangeli bravo nel ruolo del n.10 della Nazionale italiana di calcio

Più di qualche anno fa il cantautore Francesco De Gregori intonava queste parole: ‘non aver paura di battere un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore’. Il brano era intitolato ‘La leva calcistica del ‘68’ e quel verso, ormai diventato indimenticabile è indissolubilmente, per non dire indirettamente legato ad un numero 10 in particolare. Il quale si rese protagonista del più famoso errore dagli undici metri nella storia del calcio, almeno per quanto riguarda noi.

Il riferimento non è puramente casuale, seppur quel verso di De Gregori risale, addirittura, a dodici anni prima. Nel 1982. Il giocatore non può che essere Roberto Baggio, fuoriclasse del Vicenza, prima, della Fiorentina poi, della Juve, del Milan, del Bologna, dell’Inter e infine del Brescia. Per non dimenticare, anche e soprattutto, della Nazionale Italiana di calcio.

Quell’errore dal dischetto a cui abbiamo fatto riferimento è proprio il suo. Datato 17 luglio 1994, nella finale del Mondiale di calcio di quell’anno nel ‘forno’ del Rose Bowl di Pasadena, a Los Angeles. Dicevamo che il calciare un rigore non deve essere influente sul giudizio complessivo sulla carriera di un calciatore. Un particolare, ininfluente per l’autore della canzone, ma non per tutti coloro che all’epoca, invece, non risparmiarono invettive con il ‘Divin Codino’.

Ed è proprio da questo particolare che il film, ‘Il Divin Codino’, si apre, iniziando a raccontare la parabola del giocatore più amato e, forse, più odiato dagli allenatori. Almeno così è sembrato in quegli anni. Diretto da Letizia Lamartire, il biopic offre uno spaccato di vita del giocatore attraverso i momenti salienti di un successo mai facile ed irto di ostacoli.

Un passaggio chiave c’è nel film e che molto probabilmente riassume tutta la filosofia dell’uomo Roberto Baggio, oltre che campione e mito in campo. In una scena Roby mentre cerca di mettere in funzione il motorino chiede alla sua futura compagna di vita gli dice se avrebbe voglia di seguirlo nella avventura a Firenze.

Lei risponde che i suoi non glielo permetterebbero mai. La risposta di Baggio è questa: “Te insisti, guarda se insisti prima o poi le cose…”. Ecco: ‘bisogna sempre insistere’. Un mantra, quasi, che invita a non arrendersi mai, nonostante i momenti di scoramento. Nonostante i momenti in cui tutto sembra crollarti addosso. Basti pensare ai suoi due infortuni. Quello patito all’età di diciotto anni e quello subito durante la corsa del Mondiale del 2002, quello che in realtà avrebbe meritato per la strepitosa carriera che ha fatto. Un percorso sportivo iniziato nel 1980, con il Vicenza, e terminato, alla scala del calcio di Milano: allo Stadio San Siro.

Prodotto dalla Fabula Pictures e distribuito da Netflix, il film, la cui sceneggiatura è stata sviluppata da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, riesce in parte nell’intento di rendere chiare le angosce, i rimorsi e le speranze di Roberto Baggio. Un biopic sicuramente di genere sportivo, ma affonda molto le radici nell’introspezione.

Il rapporto con Sacchi e quello di Mazzone sono gli unici approfonditi in modo da scavare, quasi a fondo, in alcune dinamiche non proprio conosciute dal pubblico. Citiamo ad esempio la scena in Baggio e Sacchi battibeccano qualche ora prima della sfortunata finale mondiale della spedizione americana. C’è anche Giovanni Trapattoni, il quale è colui che non lo portò a quelli che sarebbero potuti essere gli ultimi suoi mondiali.

Eppure il film presenta alcune lacune dovute, soprattutto, dalla scelta, non si sa della regista o forse anche dagli stessi sceneggiatori, di una durata, forse, troppo breve: 92 minuti. Quasi sicuramente una durata doppia avrebbe permesso non solo di saltare diversi anni importanti: il tormentato passaggio alla Juve e il rigor che non volle battere contro la sua ex-squadra.

I primi anni con Trapattoni, per esempio. E ancora: quando giocò nel Milan di Capello, il periodo di rinascita e sempre con qualche problema con l’allenatore Ulivieri a Bologna. Per non dimenticare, infine, i problemi che ebbe con Marcello Lippi all’Inter.

Andrea Arcangeli è perfetto nel ruolo del protagonista. In alcune occasioni si fa addirittura difficoltà a distinguere il vero calciatore dall’attore. La sua interpretazione rende omaggio all’uomo Baggio, prima ancora che fuoriclasse irripetibile. Convincente è anche l’attore che ha prestato il volto ad Arrigo Sacchi, Antonio Zavatteri. Mentre la scelta di Martufello si è rivelata geniale.

‘Il divin Codino’ non è né un capolavoro ma nemmeno un film da bocciare a priori. La sensazione è quella che si poteva osare di più nel raccontare la vita di questo straordinario talento del nostro calcio, così da permettere una visione se non proprio completa ma almeno amplia della sua vita. Consentendo anche alle nuove generazioni di scoprire non solo grazie ai video su youtube e ai racconti dei propri genitori le gesta di questo immenso calciatore.

Un esempio sul e fuori dal campo, con la sua forza dimostrata nel rialzarsi a causa dei brutti infortuni. Un uomo, prima, e un calciatore, poi, un po’ troppo bistrattato nella sua carriera dai vari allenatori ma immensamente amato dai tifosi di calcio di ogni età.

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