Il Romanzo capolavoro di Umberto Eco tra letteratura e cinema
Due anniversari in uno. Un quarantacinquesimo anniversario, abbastanza lontano, ed un quarantesimo anniversario abbastanza vicino. Nel mezzo? Un unico quesito al quale, forse, non riusciremmo neanche noi ha dare una risposta definitiva. Ma non è tanto questo ciò che ci preoccupa, semmai un altro dettaglio, ben più rilevante e ben più significativo sulla quale poggia tutta la nostra analisi. Analisi, certo. Forse sarebbe meglio dire: celebrazione; doppia, appunto. Nove mesi fa la prima occasione per cercare di raccontare, spiegare, entrare nelle pieghe più nascoste di uno dei romanzi più sorprendenti non solo degli anni ’80, ma dell’intera letteratura mondiale di quel periodo.
Con il reportage di oggi, invece, tra ‘Storie Letterarie’ e Storie di Cinema’, abbiamo l’occasione di recuperare l’occasione mancata, ponendo l’attenzione sull’altrettanto sorprendente trasposizione cinematografica. Di solito, un po’ come il classico dettaglio di genere giallo, ovvero il colpevole è sempre il maggiordomo, l’uscita di un film, basato o semplicemente ispirato da un romanzo, non sempre riesce a tenergli testa. Eppure, a quasi sei anni esatti da quel lontano novembre del 1980, il 24 settembre del 1986, il nostro Umberto Eco vide la sua opera letteraria diventare ancor più immortale dalla trasposizione cinematografica diretta dal regista francese Jean Jacques Annaud. Una versione sul grande schermo che vide come attore protagonista uno dei leggendari ‘ragazzi del 1930’, ma fra un po’ ci arriveremo.
È cosa buona e giusta partire dall’inizio, dalla genesi. No, non quando Nostro Signore creò la Terra o l’uomo, ma in un periodo storico un po’ più vicino a noi e due anni prima del 1980. Nel 1978 per l’esattezza. L’allora semiologo, filosofo, scrittore, traduttore, bibliofilo, saggista e medievalista, Umberto Eco, aveva alle sue spalle un grandissimo numero di saggi pubblicati. Un giorno, un suo amico editore, gli rivelò che aveva l’intenzione di curare la pubblicazione di una serie di romanzi gialli.
Eco, da par sua, declinò l’offerta ma pensando di chiudere il discorso con una battuta ironica. Una frase del tipo: semmai dovessi scrivere un romanzo giallo, sarà un libro di oltre cinquecento pagine con protagonisti dei monaci medievali. Una boutade buttata lì, senza neanche pensare alle conseguenze; positive, ovviamente. Perché fu proprio da quelle parole che allo scrittore, scomparso ormai da lunghi dieci anni, si accese la lampadina.
Eppure le cronache dell’epoca ci riportano che quasi in tutto quello stesso anno e fino una buona parte dell’anno successivo, Umberto Eco non scrisse neanche un rigo. Né un appunto, né un abbozzo di capitolo, nemmeno un dialogo immaginato o quantomeno abbozzato su carta. Furbamente, però, non stette con le mani in mano. Il leggendario Umberto Eco trascorse quel lungo periodo per pianificare i luoghi o i personaggi che dovevano essere presenti all’interno di quello che doveva essere il suo primo romanzo.
“Ricordo di aver passato un anno intero senza scrivere un rigo. Leggevo, facevo disegni, diagrammi, insomma inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e di piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo”. Questa dichiarazione, rilasciata dallo stesso autore al quotidiano ‘Repubblica’ e pubblicata il giorno della finale del mondiale tedesco, si proprio quello vinto da noi ai rigori contro la Francia, rappresenta tutto il senso del suo lavoro.
Rappresenta, quasi sicuramente, anche se non lo abbiamo ipotizzato fin da subito, che in quella risposta sarcastica rivolta al suo amico editore, nel suo inconscio, era già in atto un processo creativo che lo portò verso quella soluzione. Una soluzione che, senza troppi giri di parole, lo portò, a sua volta, a pubblicare il romanzo che tutti quanti noi conosciamo oggi: Il Nome della Rosa.
Vero, la nostra sarebbe anche una sorta di ipotesi e nulla di più, visto che l’idea fu lanciata dietro ad uno scherzo. Eppure, chissà quanti di voi è in possesso di quella prima storica edizione del romanzo in cui, Umberto Eco, mantenne la parola: una storia, un romanzo giallo ambientato nel medioevo, sviluppato in ben 533 pagine. Possiamo solamente dire che non si contradisse per nulla.
Forse, però, non poteva neanche immaginare di ciò che aveva donato al mondo della letteratura. Un libro unico nel suo genere. Un giallo, cupo come quello stesso periodo storico, che aveva per protagonista un monaco francescano. Ma come sempre andiamo con ordine. Fino ad allora l’apparizione, sempre ancora in ambito letterario, non era intesa come la novità assoluta. Si pensi ad altre storie, ad altre trame gialle in cui gli uomini di chiesa si dilettavano, diciamo così, a risolvere casi.
Il caso più celebre risale a partire dal lontanissimo 1911, quando lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton ideò il personaggio leggendario del prete cattolico, operante in una fittizia contea inglese, conosciuto con il nome di Padre Brown. A parte la versione televisiva attuale, da noi è entrata nella storia della televisione italiana quella interpretata, nell’omonimo sceneggiato della rai dal 1970 al 1971, dal mai dimenticato Renato Rascel.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare no, non abbiamo tergiversato; ci siamo soffermati su almeno uno dei tanti casi, termine non scelto involontariamente, su uno dei tanti personaggi, con l’abito talare, che tra una messa e l’altra riesce a risolvere casi. Eppure, se diamo per scontato che Umberto Eco avesse già nella sua testa, nonostante la frase scherzosa, nelle intenzioni di realizzare un romanzo del genere, il caso che viene ‘affidato’ a Guglielmo di Baskerville da parte dello stesso autore è davvero intrigante e complesso.
Soprattutto, quelle 533 pagine di romanzo non sono mai state scritte nel nostro italiano odierno e corretto. No, Eco scelse, in tutto e per tutto, la via più complicata possibile: sviluppare la storia tramite idioma dell’epoca. In fondo Eco era da sempre stato uno studioso proprio di quel periodo storico. Non si avventurò per caso. Realizzò un’opera, raccontando una storia, su un qualcosa che conosceva da molto tempo.
L’altra mossa audace che lo scrittore attua è quella di scrivere non come si usa solitamente in terza persona, ma bensì in prima. Facendo le veci del narratore, Eco, è come se veste i panni del giovane allievo del protagonista principale e che nel film aveva il volto di…