Oggi, 5 settembre, l’iconico leader dei Queen avrebbe spento 80 candeline

Le dichiarazioni con le quali ieri abbiamo chiuso la penultima parte di questo reportage erano di Brian May, rilasciate, diversi anni fa, a Bbc Radio 2. Eppure, anche in apertura di quella che è l’ultima parte di questo primo lunghissimo appuntamento con Freddie Mercury, ci affidiamo ad altre dichiarazioni. Questa volta, però, del diretto interessato, il quale ci permette di avvicinarci sempre di più a quel 1975 che rappresenta l’ultima grande svolta della sua carriera e quella dell’intera band. Parole che descrivono perfettamente cosa, il ragazzo di Zanzibar, aveva in mente per quello che sarebbe stato il suo quarto album del suo percorso professionale.

“C’erano molte cose che volevamo fare sugli altri album ma non c’era spazio: adesso, invece, ne abbiamo la possibilità, vogliamo spaziare in tutti i generi e continuare il lavoro sui cori e le sovraincisioni fino a realizzare un’opera d’arte in studio”.

Diciamo che con queste altre parole la linea di demarcazione tra il primo e il dopo quarto album era praticamente tracciata. Dunque, si potrebbe dire che sia ‘Queen’, Queen II’ e ‘Sheer heart Attack’ erano stati ulteriori cavie per quello che sarebbe poi diventato l’esperimento musicale per antonomasia, reso ufficiale il 21 novembre del 1975.

Il riferimento non è puramente casuale e non può esserlo, ammettendo anche, per non nostra colpa, di non esser stati in grado di celebrare il cinquantesimo anniversario dell’uscita di questo immenso capolavoro discografico quando si è presentata l’occasione. Un disco comprendente ben dodici tracce, di cui sei ormai entrate nel mito e solo una entrata nella leggenda e che, molti decenni dopo avrebbe prestato il titolo al biopic cinematografico interamente dedicato a Freddie Mercury.

Il titolo dell’album è ‘A Night At Opera’ e il singolo, insieme allo stesso disco, diventato una delle pietre miliari della storia della musica è: Bohemian Rapsody. “Freddie è entrato nel mio studio, si è seduto al pianoforte e ha detto ‘ho un’idea per una canzone’, quindi ha cominciato a cantare. A un certo punto si è bloccato e ha esclamato ‘Qui è dove inizia la sezione opera!’. Ho pensato che eravamo perduti. Il lavoro di studio è stato massacrante, anche se molto divertente. Ogni giorno, quando sembrava finalmente tutto terminato, Freddie arrivava e diceva: Ho pensato di aggiungere ancora un po’ di Galileo, mio caro!”.

Altre dichiarazioni che provengono per bocca del produttore del disco, Roy Thomas Baker, a proposito della registrazione della leggendaria canzone. Oltre al brano già citato, andiamo a scoprire l’intera tracklist pubblicata ormai, quasi, cinquantun anni fa: Death on two Legs (Dedicated to…); Lazing on a Sunday Afternoon; I’m in love with my car; You’re my best friend; ’39; Seaside rendezvous; The Prophet’s song; Love in my life; Good Company; Bohemian Rapdsody e Good Save The Queen.

Rispetto ai tre album precedenti, il disco che permise di effettuare un balzo in avanti della carriera di tutti e quattro era la summa di tutti i generi in cui erano spaziati precedentemente. Una summa composta non cinque o sei generi, ma bensì solamente tre. E tutti e tre appartenenti al genere madre, il rock: ovvero, quello progressivo, l’hard ed il pop. Per una triplice miscela esplosiva di cui ancora oggi si fa fatica a comprendere in che modo sia stata possibile quella commistione indiretta con il genere prettamente operistico che, fino a quel momento, era considerato un vero e proprio sacrilegio.

D’altronde questa è la vera forza dei geni assoluti della musica e Freddie Mercury lo era nella sua essenza. Non solo, quando parliamo di lui la prima cosa a cui pensiamo è l’attività che svolgeva: quella di cantare. Ma siamo sicuri che si limitava solo a questo? per rispondere alla domanda, con estrema precisione, basta lanciare un rapido sguardo a qualsiasi sito o blog interamente dedicato al mondo musicale, magari anche direttamente a lui, per comprendere che bastano solo due parole.

Due parole, però, che permettono di aprire, alla stessa stregua, un duplice multiverso musicale: quello relativo alla semplice intonazione della voce, potente e che andava oltre a quella a cui siamo abituati per la cosiddetta canzone commerciale, e della creazione della cosiddetta base musicale.

Lo sappiamo, questa espressione è più da novellini, da coloro che poco bazzicano il mondo musicale e poco masticano del linguaggio delle sette note. La parola esatta è: compositore. Ogni singolo che avete ascoltato o quantomeno la maggior parte era opera sua, farina del suo stesso sacco. Di certo aveva qualcuno, anche all’interno della band, che gli scriveva le canzoni, magari solo le parole o creava un sound o incipit solo con qualche colpo di batteria o un riff di chitarra.

Nel suo caso, la parola compositore non era solo ed esclusivamente legata alla creazione della musica, è anche inteso come paroliere, ovvero i versi delle sue canzoni. Non sono molti, nella storia della musica, ad avvalersi di questo che è un vero dono naturale. Durante tutta la sua carriera musicale, apertasi ufficialmente nel 1973, con la pubblicazione del primo album, Freddie Mercury aveva lasciato intendere che il prossimo disco, la prossima canzone, il prossimo concerto sarebbe sempre stato contraddistinto da qualcosa di nuovo.

Solo un altro pezzo pregiato della storia della musica era in grado di tracciare una propria strada, unica, su sui gli altri potevano tranquillamente seguire come mera scia a cui aggrapparsi, stiamo parlando di Michael Jackson e per altri motivi, ovviamente. Di certo, qualcun altro più accorto ci ricorderà dei Beatles, i quali vale sempre la pena menzionare perché quella stessa scia, seguita dallo stesso Michael e dallo stesso Freddie, seppur in maniera indiretta e parallela, ha garantito, rimanendo su Mercury adesso, un’identità musicale non indifferente.

Come detto, il sound, il genere, la voce, le canzoni, il modo di porsi sul palco nei concerti, la capacità di inventare musica e la capacità di intonare ed interpretare la stessa sono tutte caratteristiche che, se sfruttate in tutta la loro pienezza, sanciscono tutta la sua genialità naturale. Tutte caratteristiche riconducibili a lui e che nel giorno dei suoi 80 anni ci mancano un bel po’.

FREDDIE MERCURY TORNERA’ IL 20 NOVEMBRE 2026

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