Domani, 5 settembre, l’iconico leader dei Queen avrebbe spento 80 candeline
Brian May e Roger Taylor rimasero, nonostante fossero scettici all’idea di far partire una nuova band. Scettici erano anche quelli della casa discografica, la Trident Studios, i quali si occupavano persino del management di quella che era considerata, dalla fine di marzo di quello stesso 1970, la vecchia band. Con l’inizio del mese successivo, Freddie Bulsara decise di cambiare cognome, creando i Queen. E fu così, cari lettori, che nacque Freddie Mercury.
“Anni fa pensai al nome Queen… È soltanto un nome, ma è molto regale e ha un suono splendido. È un nome forte, molto universale e immediato. Aveva un grande potenziale visivo ed era aperto a ogni tipo di interpretazione. Ero certamente consapevole delle sue implicazioni omosessuali, ma quello era solo uno dei suoi aspetti”.
Con queste parole, anni più tardi, lo stesso Freddie Mercury rese pubbliche le sue motivazioni che portarono al cambio di nome, per non dire anche di registro, per il nuovo complesso musicale che da quel momento in poi avrebbe conquistato il mondo. Tra il 1970 ed il 1972 avvennero dei passaggi fondamentali. Il primo è che lo stesso Freddie non perse tempo a comporre una nuova canzone; secondo, la band iniziò ad esibirsi aggiungendo un componente in più.
Fu il bassista Mike Gross quell’elemento che contribuì alla riuscita delle prime performance. Gross non rappresentò un elemento di mera invadenza, semmai della giusta discrezione che i ragazzi avevano bisogno, per poter integrare e completare al meglio la musica che in quel preciso momento stavano proponendo. Ma non ci addentriamo ancora sul genere in particolare.
Rimanendo nell’ambito temporale di quel biennio le altre novità furono rappresentate dal completamento determinato dall’ingresso di un altro bassista, John Deacon e, nello stesso tempo, a Freddie Mercury gli venne presentata una ragazza da parte di Brian May: Mary Austin.
Se comunque, l’esordio vero e proprio, come primi live di rodaggio, risale al 27 giugno del 1970, nel 1971, ormai con i componenti al completo, la band si avventurò verso il suo primo tour in Cornovaglia con il semplice scopo di acquisire maggior sicurezza sul palco. L’anno successivo, Freddie Mercury ideò e disegnò personalmente quel logo definitivo della band che noi tutti, ancora adesso, conosciamo.
Lo stemma, però, nella sua essenza non solo venne chiamato come Queen Crest, ma tradiva lo stemma reale del Regno Unito, includendo persino i segni zodiacali dei quattro componenti della band. Mentre nel 1973 uscì il loro primo album, intitolato semplicemente ‘Queen’. In quelle prime dieci tracce ufficiali, intrise di generi come l’hard ed il glam rock, l’art rock, l’arena rock e persino l’Heavy Metal si poteva già avvertire tutta l’essenza musicale della stessa band.
Un’essenza, ed una musica proposta, votata alla più semplice e mai banale sperimentazione. Da questo album, reso ufficiale il 13 luglio del 1973, mentre negli Stati Uniti approdò il 4 settembre dello stesso anno, si ricordano brani come: Keep Yourself Alive, Doing All Right, Liar, The night comes down, Modern Times Rock’n’roll, Son and Daughter e Seven Seas of Rhye. Sette canzoni su dieci, niente male per essere un’opera prima. Appunto, opera. Questa parola tornerà più avanti in questo reportage ed il motivo lo conoscete tutti.
Dopo il disco d’esordio, Freddie Mercury ed i Queen non erano sazi; anzi, l’anno seguente raddoppiarono la pubblicazione con ‘Queen II’, uscito l’8 marzo del 1974, e chi si attendeva il classico e anche logico ‘Queen III’ rimarrà fortemente deluso. Il secondo disco di quello stesso anno, il terzo, ripetiamo, in ordine cronologico, presentò il titolo: Sheer Heart Attack, uscito l’8 novembre di quello stesso anno. Complessivamente le canzoni pubblicate furono: 24. Vennero mantenuto gli stessi generi del disco del 1973, con l’aggiunta del rock progressivo.
A differenza del primo disco, però, tra i due successivi album, complessivamente, le canzoni che riuscirono ad attirare l’attenzione furono solamente sei. Due da quello pubblicato l’8 di marzo e ben quattro da quello diffuso l’8 novembre dello stesso anno: The march of the balck queen e Seven seas of rhye; Killer queen, Flick of the weist, Now I’m Here e Stone Cold Crazy.
Ma la vera consacrazione sarebbe arrivata giusto un anno dopo, risolvendo una situazione economica, per la stessa band, che da tempo era diventata insostenibile, nonostante il secondo disco uscito verso la fine del 1974 aveva garantito, comunque, un ottimo successo commerciale per gli stessi Queen. Quindi, da dove sorgeva il problema?
Come spesso succede, per tutti coloro che sono agli inizi della propria carriera e dei propri sogni di gloria, si firmano degli accordi che alla lunga non risultano, poi, essere così vantaggiosi. Difatti, la società di produzione per la quale loro lavoravano, una volta incise le canzoni e terminato di registrare i singoli album, rivendevano il tutto, per la distribuzione, ad un’apposita casa discografica. Ciò significava che gli stessi Queen guadagnavano solo una minima parte di quello che avevano effettivamente guadagnato con le vendite delle loro canzoni.
Tanto per fare un esempio dell’aria che tirava tra la band e la stessa casa di produzione, la Trent, John Deacon si era da poco sposato e, giustamente, chiese un anticipo sugli introiti delle vendite per poter acquistare casa. Anticipo che non gli fu mai concesso. Lo stesso Brian May, anni dopo, non ci andò leggero con una dichiarazione in particolare nel descrivere, da suo punto di vista ma che era generale, l’accordo sottoscritto con la società: Probabilmente la cosa peggiore che potessimo fare. Non contento disse anche:
“Per il nuovo album siamo tornati alla filosofia di Queen II. Eravamo fiduciosi perché avevamo avuto un certo successo. Ma eravamo anche quasi disperati, perché a quel punto eravamo totalmente in bancarotta. Sapevamo di aver registrato dischi di successo, ma non avevamo mai ricevuto alcun rimborso o ricavo e se A Night at the Opera non si fosse rivelato un successo enorme, penso che saremmo semplicemente scomparsi da qualche parte in fondo all’oceano. Quindi stavamo facendo questo album sapendo che era in gioco l’esistenza stessa della band… ognuno di noi voleva singolarmente realizzare il nostro potenziale come scrittori, produttori e tutto il resto”…