Franz Beckenbauer, selezionatore della nazionale tedesca dal 12 settembre del 1984, era subentrato sulla panchina in sostituzione di colui che, in una vita precedente, venne considerato l’erede di Fritz Walter in nazionale, Jupp Derwall. Il Kaiser, come comunemente veniva nominato Franz, allenò la propria nazionale fino alla fine del nostro mondiale, quello di Italia ’90, portandola finalmente sul tetto del mondo. Ma in quel 29 giugno del 1986, allo Stadio Azteca di Città del Messico, non poteva proprio nulla contro quel Maradona. Neanche mettendogli, come un francobollo, in marcatura un certo, si fa per dire, Lothar Matthaus.
Difatti, i tedeschi erano schiarati con: Schumacher, tra i pali; Berthold e Brehme erano, rispettivamente, il terzino desto e sinistro; i difensori centrali erano composti da Forster, Jakobs e Hans-Peter Briegel. Il centrocampo, a tre, prevedeva Eder sulla destra, Magath al centro e con posizione più avanzata, e sulla sinistra proprio Matthaus. L’attacco invece era composto dalla coppia: Rumenigge e Allofs.
Dall’altra parte, dalla parte degli argentini, vogliamo dire, non c’era così tanta strategia; c’era solamente una parvenza organizzazione di gioco, ma lo schema che lo stesso selezionatore argentino, Carlos Bilardo, era uno solo: passare la palla al numero 10, che tanto con il pallone la sapeva più lunga di tutti.
Difatti, la formazione era composta da: Pumpido tra i pali; Cuciuffo, Brown e Ruggeri per il reparto difensivo; a centrocampo costituito da Giusti, Burruchaga, Batista, Enrique e Olarticoechea; Maradona, rifinitore; unica punta Valdano. Notando bene il modo in cui le due nazionali furono organizzate in campo, si potrebbe sostenere che la più spregiudicata era proprio la Germania, con maggior qualità in mezzo al campo, rispetto alla compagine argentina che presentava bravi ed ottimi giocatori, insieme all’alieno nato il 25 ottobre del 1960 a Lanus.
La differenza, però, sul campo si fece sentire e non fu solo un fatto di temperatura, mai pari a quelle che stiamo soffrendo in questi giorni. Un’eterogeneità dettata dalle scelte tattiche decise dai rispettivi selezionatori. Se da un lato, Bilardo, lasciava completamente libero di qualsiasi condizionamento tattico Maradona, dall’altro Beckenbauer, come già precisato in precedenza, stabilì che Lothar Matthaus, futuro numero 10 dell’Inter dei record di Giovanni Trapattoni, l’unica cosa a cui doveva pensare era stare dietro a Maradona.
Il tedesco, insomma, non era libero di giocare come meglio credeva quella finale. Risultato? Dopo ben 56 minuti di gioco i tedeschi erano sotto di due gol: Brown e Valdano. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il 2 a 0 non fu del tutto a senso unico e neanche mostrava un dominio schiacciante degli argentini; il tutto ruotava intorno alla scelta voluta da Kaiser, tant’è che ad un certo punto decise di cambiare le carte in tavola.
Fuori Allofs e dentro Rudi Voller, attaccante della Roma; fuori Magath e al suo posto Dieter Hoeneb. Ma la mossa che cambiò veramente le sorti della partita, almeno fino ad un certo punto, fu proprio quella di liberare Matthaus dalla marcatura su Maradona. Risultato? Che vennero realizzate altre due reti, ma non dalla parte argentina, ma da quella tedesca. L’evergreen Rumenigge rimise in partita la propria nazionale al minuto 75 e, a nove minuti dalla fine, ci pensò Voller a rimettere le cose al suo posto. 2 a 2, palla al centro.
Dunque, quando tutto sembrava che la partita potesse dilungarsi oltre il novantesimo, nell’ulteriore inferno dei tempi supplementari, fu lì che emerse il genio di Diego Armando Maradona. Il suo non fu una giocata rapida, un dribbling, un pallonetto, una finta, un sombrero, una rabona. No, fu un semplice toccò per un proprio compagno di squadra. Da notare, quell’assist leggendario lo confezionò quasi dalla stessa mattonella da dove era partito, sparato, verso la porta dell’Inghilterra; metro più, metro meno.
D’altro canto, Matthaus, per il numero 10 argentino si era veramente un ostico marcatore. Non solo, lo stesso allenatore tedesco gli aveva persino preparato un solo un raddoppio di uomini, ma anche una sorta di triplice marcatura una volta che quest’ultimo aveva il pallone tra i piedi. Lothar, dal canto suo, voglioso di dare una mano in avanti e toltosi dall’impegno della marcatura contribuì non poco alla rimonta dei panzer tedeschi.
Ma Maradona, sarà sempre Maradona. E dunque torniamo a quel momento, a quel lancio sopraffino che pesca, sul filo del fuorigioco uno dei suoi compagni di squadra. La palla arriva, in maniera precisa, sui piedi dell’incredulo Burruchaga il quale, fortuna che ebbe il sangue freddo di riprendersi, non perse tempo a correre all’impazzata verso la porta avversaria.
Eppure, fino adesso ci siamo dimenticati un particolare, non proprio di poco conto: la palla che Diego lanciò per l’assist vincente passò in mezzo a tre avversari; gli stessi non ebbero neanche il tempo di anticiparlo. Fu talmente rapido, come in tutte le altre sue giocate il numero 10 argentino, che i giocatori avversari non si resero neanche conto che la sfera passò in mezzo al loro con tanta semplicità.
Diciamo che si resero conto dopo, quando ormai era troppo tardi. Burruchaga venne seguito da Valdano, durante l’azione di contropiede, non tanto perché sperava che il suo compagno di squadra gli servisse un ulteriore l’assist per il gol, ma perché doveva essere presente nel supportare il proprio compagno di squadra.
E alla fine quella palla entrò in porta, Burruchaga, che stava per essere raggiunto da due avversari e venendo persino intercettato dal portiere tedesco, con un tocco rasoterra beffò tutti quanti, facendo esplodere lui, Maradona, tutti i compagni di squadra e tutti gli argentini dalla gioia.
Era il minuto 84 ma non ci fu più modo per la Germania di raddrizzare la situazione. Lo Stadio Azteca aveva visto, come sedici anni prima, il trionfo di un altro numero 10 più forte della storia. Diego Armando Maradona riuscì a realizzare un sogno che accarezzava da quando aveva solo dieci anni, quando in quella leggendaria intervista televisiva le telecamere lo immortalavano mentre palleggiava spensierato, con la numero 10 di Pelé sulle spalle, e poi davanti all’obiettivo pronunciare queste due semplice frasi: ho due sogni, giocare nel mondiale e vincerlo. Tutto il resto non è più solo storia, ma è puro mito e leggenda…