Immagine e modello di modernità

UNA CELEBRAZIONE PER DISTRARCI

Dopo due pesanti lutti oggi festeggiamo il compleanno della memorabile ed iconica attrice nostrana Monica Vitti. Purtroppo dal 2002 non compare più in scena a causa di una malattia degenerativa, simile all’Alzheimer. Vive nella sua villa di Roma accudita da una badante e dal suo consorte Roberto Russo fotografo e regista, sposato nel 2000 dopo ben 27 anni di fidanzamento.

Interprete e protagonista del cinema a ridosso del boom economico e oltre, Monica Vitti è simbolo dell’Italia e del suo cambiamento; dapprima mettendo in luce i tormenti e le alienazioni tipici della società moderna, poi concentrandosi sul suo corpo comico raccontando le debolezze e i desideri di donne moderne, in quanto osservanti le mode che investono il costume ma che sognano relazioni romantiche anche a discapito della loro stessa emancipazione.

Oggetto di sguardo, ma a sua volta osservatrice, la Vitti usa l’ironia per rimettere in discussione il rapporto maschio-femmina, ridicolizzandosi e finendo per minimizzare il partner diventa motore dell’azione comica, elemento particolarmente raro per il genere.

CON LEI CAMBIA L’IMMAGINE DELLA DONNA

Le figure modello delle sexy symbol prosperose e maggiorate si assottigliano, ridimensionando la figura femminile. Monica Vitti, del suo corpo così peculiare e diverso, capace di incarnare la differenza femminile in azione sullo schermo. A partire dai tratti del volto, da quel naso lungo e sottile, dalla silhouette e voce roca, Vitti appare subito come una figura diversa, mutante, quasi indecifrabile nel panorama del cinema italiano di quegli anni. Nel libro autobiografico Sette sottane Monica Vitti, Monica ricorda il suo essere palesemente differente dalle altre attrici. Il suo è un corpo fuori dai canoni, fuori misura: “troppo magra, troppo alta, troppo bionda. Un corpo marcato dall’eccesso”.

Il look spesso scarmigliato, le mise in bilico tra modernità e minimalismo mettono in evidenza un corpo femminile più sottile del florido passato che riflette i tormenti e le contraddizioni di una società in mutamento.

LA SUA UNA LUNGHISSIMA CARRIERA

Nella sua carriera Monica Vitti ha ricevuto numerosi riconoscimenti: 5 David di Donatello come migliore attrice protagonista; 3 Nastri d’Argento; un Ciak d’oro alla carriera; 12 Globi d’oro; un Leone d’oro a Venezia e un Orso d’argento alla Berlinale.

Maria Luisa Ceciarelli (all’anagrafe) nasce il 3 novembre 1931 appartenente a una famiglia della piccola borghesia romana, suo padre romano e sua madre bolognese. Vive la sua infanzia a ridosso della seconda guerra mondiale, di certo non sono anni spensierati ma grazie al teatro inscena spettacoli di burattini insieme ai suoi fratelli per allietare le tristi giornate.

Unica figlia femmina ma determinata come un condottiero decide di assecondare la sua più grande passione la recitazione. A soli quattordici anni interpreta la protagonista di La nemica di Dario Niccodemi e si iscrive alla scuola d’arte drammatica Silvio D’Amico, si diploma nel 1953 sotto la guida di Sergio Tofano che intuisce da subito il talento e la vena comica dell’attrice e lui che gli propone di cambiare nome, Maria Luisa decide di utilizzare parte del cognome di suo madre Vittigliano e Monica perché suona meglio (ispirato dal nome della protagonista di un libro appena letto). La Vitti lavora stabilmente a teatro in parti impegnate come Ifigenia in Aulide, L’Avaro, Amleto (Ofelia), Sei storie da ridere (di Luciano Mondolfo) e nel 1959 I capricci di Marianna.

Nel 1954 debutta al cinema con Ridere,ridere,ridere di Edoardo Anton, nel 1958 finalmente il primo ruolo di rilievo con Le dritte di Mario Amendola. Durante la sua carriera si accosta anche al doppiaggio nel 1957 con Il grido di Michelangelo Antonioni da la voce al personaggio di Dorian Gray, I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli (Rossana Rory), Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini (Ascenza), Senti chi parla adesso (1993) di Tom Ropelewski (cagnolina Daphne).

Durante il doppiaggio del film Il grido il maestro Antonioni affascinato dalla sua nuca, le propone di fare del cinema. “Michelangelo mi faceva molte domande ed io mi divertivo a rispondere. Capivo di stupirlo. Era incuriosito da quello che facevo e dicevo. Forse venivo guardata con attenzione per la prima volta.” (Monica Vitti)

LA MUSA ISPIRATRICE DI ANTONIONI

Monica diventa la musa ispiratrice e compagna del regista ferrarese, protagonista della celeberrima tetralogia cosiddetta dell’incomunicabilità. La Vitti interpreta donne sole e incapaci di comunicare in : “L’avventura” (1960) è la tormentata Claudia, nel film La notte (1961) è la tentatrice Valentina e in L’eclisse (1962) è la misteriosa e scontenta Vittoria.

La recitazione della Vitti si concentra su una gestualità più ponderata, il minimalismo che la caratterizza le consente di interiorizzare la fragilità dei personaggi. Sono tre opere audiovisive film che racchiudono l’essenza della sensibilità artistica visuale di tutta la cinematografia di Antonioni, che culmina con Deserto Rosso.

Il film Deserto rosso (1964) completa la trilogia,è in un cero senso la punta dell’iceberg, dell’incomunicabilità, la difficoltà nel relazionarsi con l’ambiente circostante, con altri individui e con la propria soggettività. La sommità dell’astrattismo visivo di Antonioni e l’uso dei colori ne amplifica l’intensità (l’unica pellicola a colori dei quattro), la Vitti interpreta Giuliana, una donna tormentata che tenta il suicidio ed è insoddisfatta della sua esistenza. Durante le riprese Monica conosce il direttore della fotografia Carlo Di Palma, con cui poco dopo si lega sentimentalmente.

QUANDO DECISE DI CAMBIARE GENERE

Alla metà degli anni Sessanta la Vitti decide di cambiare la propria immagine e tentare il registro comico-brillante, convinta di poter far ridere il pubblico annientando la malinconia. La capacità della Vitti di sapere cogliere le debolezze e le fragilità dei suoi personaggi, senza privarli di femminilità e sensualità, rappresenta la vera novità del suo ingresso nella commedia; dal minimalismo, e al quasi mutismo dei ruoli precedenti, si passa a personaggi verbosi che gesticolano, che ironizzano sui sentimenti ma che con intelligenza sanno dominare la scena.

Quando la Vitti inizia a dare il suo apporto alla commedia italiana offre un campione di donne più libere o sulla strada per raggiungere l’emancipazione, donne alla riscoperta del loro ruolo nella società e nel rapporto con il maschile. Nella dimensione comica Monica Vitti ridicolizza i suoi personaggi e finisce per canzonare anche i partner maschili, raccontando con ironia quella delicata fase della battaglia fra i sessi in un’altalena di pulsioni e passioni.

Monica Vitti è soprattutto un’attrice che si concentra sulle parti da interpretare e si impegna per poterle dotare di maggiore autenticità, recitare è per lei «un mestiere ruvido un’arte sottile e pericolosa». Sulla ribellione Monica Vitti incentra la successiva interpretazione nel film La ragazza con la pistola (di M. Monicelli, 1968). Immersa nella contemporaneità e cavalcando l’onda femminista rivendica l’emancipazione femminile. Assunta Patanè è, infatti, il racconto di «un’evoluzione verso una civile indipendenza», l’idea del viaggio, che caratterizza la quasi totalità del film, Come ricorda Suso Cecchi D’Amico: ”Monica Vitti riesce a conferire al personaggio di Assunta una sensibilità e vitalità che la rendono particolarmente autentica, complice la disinvoltura con cui domina il personaggio andando oltre il testo della sceneggiatura curato da Sonego e Magni”.

QUANDO LA VOLLE SORDI

Nel 1969 Alberto Sordi la vuole per il ruolo di Raffaella in Amore mio aiutami!, una storia di infedeltà da lui diretta e interpretata, mettendo così le basi per costituire con lei un duo di mattatori che conquista il favore del pubblico per tutti gli anni Settanta. Nel 1970 è Adelaide, la donna contesa da Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini in Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca di Ettore Scola. Nel 1974 Sordi le propone il ruolo di Dea in Polvere di stelle, malinconica reminiscenza del mondo ormai dissolto dell’avanspettacolo. La notorietà di Monica si estende fuori dalla penisola italiana e lavora all’estero: nel 1969 interpreta Modesty Blaise, la bellissima che uccide con Joseph Losey, nel 1971 con Miklos Jancso in La pacifista e nel 1974 con Louis Buñuel in Il fantasma della libertà.

IL RESTO DELLA SUA FILMOGRAFIA E CONCLUSIONE

Negli anni Settanta Monica viene diretta dal suo compagno Carlo Di Palma nel suo film d’esordio Teresa la ladra (1973), due anni dopo in L’anatra all’arancia di Luciano Salce. la Vitti è Lisa, moglie trascurata che il marito, un innamorato Ugo Tognazzi, tenta di riconquistare con ogni mezzo, Nel 1976 Mimì Bluette… fiore del mio giardino, regia di Carlo Di Palma; Macchina d’amore e L’equivoco, episodi di Basta che non si sappia in giro, regia di Nanni Loy e Luigi Comencini (1976), L’altra metà del cielo, regia di Franco Rossi (1977), Ragione di stato (La raison d’état), regia di André Cayatte (1978), Amori miei, regia di Steno (1978),Un incontro molto ravvicinato, episodio di Per vivere meglio divertitevi con noi, regia di Flavio Mogherini(1978), Letti selvaggi, regia di Luigi Zampa (1979),Un amore perfetto o quasi(An Almost Perfect Affair), regia di Michael Ritchie(1979),Non ti conosco più amore, regia di Sergio Corbucci (1980), Camera d’albergo, regia di Mario Monicelli (1981), Il tango della gelosia, regia di Steno (1981), Io so che tu sai che io so, regia di Alberto Sordi (1982), Scusa se è poco, regia di Marco Vicario(1982), Flirt regia di Roberto Russo(1983), Francesca è mia, regia di Roberto Russo (1986), Scandalo segreto, regia di Monica Vitti (1990).

La caparbietà, lo studio e il talento hanno reso celebre Monica Vitti, una interprete che ha saputo cambiare genere con disinvoltura e professionalità. Può essere considerata una sorta di spartiacque della commedia, la figura femminile che finalmente tiene testa ai mattatori del nostro cinema, diventando coprotagonista e anch’essa mattatrice.

“Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte, all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita” (Monica Vitti)

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