Tra l’11 ed il 19 agosto del 2026 usciva nelle sale di tutto il mondo l’ultimo capolavoro di John Wayne
L’anno 1976, per la storia del grande schermo è stato molto particolare. Lo abbiamo visto in determinate occasioni in questo 2026, mediante la celebrazione dei cinquanta anni di alcune pellicole che approdarono al cinema in quello stesso anno. Qualcuna siamo riusciti a ricordarla, qualcun’altra ci è completamente sfuggita ma verrà recuperata quando meno ve l’aspettate e qualcun’altra ancora che, proprio in questi giorni, raggiunge il traguardo del cinquantesimo anniversario.
Un’opera cinematografica che rappresenta un perfetto intreccio di nomi, di carriere sul viale del tramonto e di avvii leggendari; un film che racchiude nella sua essenza le tante storie di cinema le quali, nella loro essenza, si sono incrociate in un’unica ripresa impossibile da ripetere. La metafora, d’altronde, seppur semplicistica ci è venuta spontanea.
Eppure, in quello che vi stiamo per raccontare sussiste qualcosa di veramente strano; qualcosa che non appartiene al decennio e l’anno a cui stiamo facendo riferimento. È risaputo che gli anni ’70, nella loro essenza, sono sempre stati ricordati per essere il periodo della cosiddetta Nuova Hollywood. Una sorta di nuovo movimento cinematografico che rivoluzionò anche il concetto ed il modo di proporre le stesse opere al pubblico sul grande schermo.
Come d’altronde è risaputo, almeno per quelli più appassionati dell’evoluzione riguardante l’evoluzione dei fratelli Lumierè, che l’espressione Nuova Hollywood entrò prepotentemente nel linguaggio comune, ma non in maniera diretta, a partire dalla metà degli anni ’60, precisando che solo su questo aspetto potremmo realizzare non uno ma una serie impressionante di reportage; ma non perdiamo il vero obiettivo di questa celebrazione.
Dicevamo, dunque, che il mondo del cinema stava cambiando a partire dagli anni ’60, un’evoluzione che si avvertì per tutto il decennio del 1970, per poi concludere nella prima metà degli anni ’80. Un ventennio di pellicole, di opere cinematografiche, di film che non solo hanno tracciato una linea ben definita, che non era solo ed esclusivamente di mera demarcazione tra il classico ‘prima’ ed il classico ‘dopo’, ma un periodo di grande innovazione, sperimentazione e di una miscela esplosiva, alle volte, tra la tipica visione autoriale e la tipica visione commerciale dell’intrattenimento sul grande schermo.
In questo contesto di superamento del passato, in un periodo in cui si coniavano persino nuove regole di produzione cinematografiche non mancavano, però, alcuni esempi di cosiddetti film crepuscolari. Storie che mostravano la fine di un’epoca, di un’epopea e non solo relativo a quel genere in modo particolare, ma soprattutto anche nel modo nel proporlo e nel raccontarlo.
Nell’epoca d’oro di Hollywood ci furono tanti volti che si fecero immortalare con il classico cappello da cowboy e cinturone. Solamente uno, però, ne divenne il manifesto per eccellenza. Quello stesso qualcuno che non solo aveva fatto parte di periodo d’oro differente del cinema e che ormai stava vedendo la sua fine, ma purtroppo era pronto per salutare i suoi fan più affezionati e non solo. Un pubblico che non lo aveva lasciato più dalle sue prime apparizioni, fino ad arrivare alla sua consacrazione avvenuta ben quaranta anni prima, nel lontano 1939. E sapete cosa c’è di strano, cari lettori, in questa storia di cinema? Che il protagonista ha aperto e chiuso la sua epopea sul grande schermo mediante due film dello stesso genere. Rappresentando, in maniera incontestabile, sia la nascita e la morte di un tipo di personaggio mai più riproposto, se non sporadicamente e con altre modalità.
Un unico personaggio, dunque, mostrato in due momenti della sua esistenza nella dimensione fantastica, seppur con due nomi diversi. Per quanto riguarda il primo dovremmo attendere ancora un po’ per entrare nelle atmosfere del suo ricordo, ma in questo reportage lo menzioneremo di sicuro, mentre in merito al secondo proprio in questi lunghi giorni di agosto si ritrova nel suo cinquantesimo anniversario. Nell’esser ancor di più pignoli, si potrebbe trattare, nel suo caso, anche di un cinquantunesimo anniversario; a quel punto, però, non esisterebbe alcuna attinenza con il mondo del cinema. Semmai, solo della letteratura.
Già, perché se nel 1976 qualcuno non avesse manifestato l’intenzione di realizzare la leggendaria trasposizione cinematografica su cui concentreremo fra un po’ su uno dei suoi romanzi passati quasi in sordina, a quest’ora non trascriveremmo neanche questo nome: Glendon Swarthout. Chi è costui, ci verrebbe da chiederci. E soprattutto, chi è questo scrittore? Questo illustre sconosciuto? Lo ammettiamo abbiamo appena parafrasato Don Abbondio ne ‘I promessi sposi’, ma con il film in questione non c’entra proprio nulla; ve lo possiamo assicurare.
Tornando al nome, abbastanza complicato da pronunciare e da ricordare, nel 1975, tale Glendon era uno scrittore affermato negli Stati Uniti d’America, soprattutto per alcune storie di genere western e alcuni racconti natalizi, pubblicò un romanzo che aveva per protagonista un cowboy, sul viale del tramonto, e che ritorna dopo anni in una cittadina ubicata nello Stato del Nevada per vendicarsi di alcuni suoi amici, per alcuni conti risalente ad un passato ormai dimenticato quasi da tutti.
Vi dice qualcosa il plot? Ossia la trama? Avete ragione: di soggetti come questo il cinema, non solo di genere western, persino di action movie ne sono pieni fino alle fondamenta. Allora sarebbe indicare direttamente il titolo: Il pistolero. Di sicuro a qualcuno di voi, alla sola lettura, si è aperto non solo il cassetto dei ricordi ma un mondo intero legato ad un volto e ad un nome ben preciso e forse solo in pochi era consapevoli che questo titolo era persino un romanzo.
Si, perché: nella storia del mondo in celluloide, come si indicava un tempo, andando oltre al genere di appartenenza, e nell’immaginario collettivo il film ‘Il Pistolero’ rappresenta non solo l’ultimo vero grande capolavoro della leggenda del grande schermo del tempo che fu, ma rappresenta anche la sua ultima apparizione prima della scomparsa avvenuta tre anni dopo, nel 1979. Più precisamente: l’11 giugno del 1979.
Chissà se lo stesso Glendon Swarthout e Miles Swarthout, quest’ultimo figlio di Glendon, sia James Stewart, sia Lauren Bacall e sia Don Siegel fossero consapevoli del fatto che dopo quell’interpretazione il leggendario e monumentale John Wayne avrebbe lasciato questo mondo l’11 giugno del 1979?
L’anno 1976, per la storia del grande schermo è stato molto particolare. Lo abbiamo visto in determinate occasioni in questo 2026, mediante la celebrazione dei cinquanta anni di alcune pellicole che approdarono al cinema in quello stesso anno. Qualcuna siamo riusciti a ricordarla, qualcun’altra ci è completamente sfuggita ma verrà recuperata quando meno ve l’aspettate e qualcun’altra ancora che, proprio in questi giorni, raggiunge il traguardo del cinquantesimo anniversario.
Un’opera cinematografica che rappresenta un perfetto intreccio di nomi, di carriere sul viale del tramonto e di avvii leggendari; un film che racchiude nella sua essenza le tante storie di cinema le quali, nella loro essenza, si sono incrociate in un’unica ripresa impossibile da ripetere. La metafora, d’altronde, seppur semplicistica ci è venuta spontanea.
Eppure, in quello che vi stiamo per raccontare sussiste qualcosa di veramente strano; qualcosa che non appartiene al decennio e l’anno a cui stiamo facendo riferimento. È risaputo che gli anni ’70, nella loro essenza, sono sempre stati ricordati per essere il periodo della cosiddetta Nuova Hollywood. Una sorta di nuovo movimento cinematografico che rivoluzionò anche il concetto ed il modo di proporre le stesse opere al pubblico sul grande schermo.
Come d’altronde è risaputo, almeno per quelli più appassionati dell’evoluzione riguardante l’evoluzione dei fratelli Lumierè, che l’espressione Nuova Hollywood entrò prepotentemente nel linguaggio comune, ma non in maniera diretta, a partire dalla metà degli anni ’60, precisando che solo su questo aspetto potremmo realizzare non uno ma una serie impressionante di reportage; ma non perdiamo il vero obiettivo di questa celebrazione.
Dicevamo, dunque, che il mondo del cinema stava cambiando a partire dagli anni ’60, un’evoluzione che si avvertì per tutto il decennio del 1970, per poi concludere nella prima metà degli anni ’80. Un ventennio di pellicole, di opere cinematografiche, di film che non solo hanno tracciato una linea ben definita, che non era solo ed esclusivamente di mera demarcazione tra il classico ‘prima’ ed il classico ‘dopo’, ma un periodo di grande innovazione, sperimentazione e di una miscela esplosiva, alle volte, tra la tipica visione autoriale e la tipica visione commerciale dell’intrattenimento sul grande schermo.
In questo contesto di superamento del passato, in un periodo in cui si coniavano persino nuove regole di produzione cinematografiche non mancavano, però, alcuni esempi di cosiddetti film crepuscolari. Storie che mostravano la fine di un’epoca, di un’epopea e non solo relativo a quel genere in modo particolare, ma soprattutto anche nel modo nel proporlo e nel raccontarlo.
Nell’epoca d’oro di Hollywood ci furono tanti volti che si fecero immortalare con il classico cappello da cowboy e cinturone. Solamente uno, però, ne divenne il manifesto per eccellenza. Quello stesso qualcuno che non solo aveva fatto parte di periodo d’oro differente del cinema e che ormai stava vedendo la sua fine, ma purtroppo era pronto per salutare i suoi fan più affezionati e non solo. Un pubblico che non lo aveva lasciato più dalle sue prime apparizioni, fino ad arrivare alla sua consacrazione avvenuta ben quaranta anni prima, nel lontano 1939. E sapete cosa c’è di strano, cari lettori, in questa storia di cinema? Che il protagonista ha aperto e chiuso la sua epopea sul grande schermo mediante due film dello stesso genere. Rappresentando, in maniera incontestabile, sia la nascita e la morte di un tipo di personaggio mai più riproposto, se non sporadicamente e con altre modalità.
Un unico personaggio, dunque, mostrato in due momenti della sua esistenza nella dimensione fantastica, seppur con due nomi diversi. Per quanto riguarda il primo dovremmo attendere ancora un po’ per entrare nelle atmosfere del suo ricordo, ma in questo reportage lo menzioneremo di sicuro, mentre in merito al secondo proprio in questi lunghi giorni di agosto si ritrova nel suo cinquantesimo anniversario. Nell’esser ancor di più pignoli, si potrebbe trattare, nel suo caso, anche di un cinquantunesimo anniversario; a quel punto, però, non esisterebbe alcuna attinenza con il mondo del cinema. Semmai, solo della letteratura.
Già, perché se nel 1976 qualcuno non avesse manifestato l’intenzione di realizzare la leggendaria trasposizione cinematografica su cui concentreremo fra un po’ su uno dei suoi romanzi passati quasi in sordina, a quest’ora non trascriveremmo neanche questo nome: Glendon Swarthout. Chi è costui, ci verrebbe da chiederci. E soprattutto, chi è questo scrittore? Questo illustre sconosciuto? Lo ammettiamo abbiamo appena parafrasato Don Abbondio ne ‘I promessi sposi’, ma con il film in questione non c’entra proprio nulla; ve lo possiamo assicurare.
Tornando al nome, abbastanza complicato da pronunciare e da ricordare, nel 1975, tale Glendon era uno scrittore affermato negli Stati Uniti d’America, soprattutto per alcune storie di genere western e alcuni racconti natalizi, pubblicò un romanzo che aveva per protagonista un cowboy, sul viale del tramonto, e che ritorna dopo anni in una cittadina ubicata nello Stato del Nevada per vendicarsi di alcuni suoi amici, per alcuni conti risalente ad un passato ormai dimenticato quasi da tutti.
Vi dice qualcosa il plot? Ossia la trama? Avete ragione: di soggetti come questo il cinema, non solo di genere western, persino di action movie ne sono pieni fino alle fondamenta. Allora sarebbe indicare direttamente il titolo: Il pistolero. Di sicuro a qualcuno di voi, alla sola lettura, si è aperto non solo il cassetto dei ricordi ma un mondo intero legato ad un volto e ad un nome ben preciso e forse solo in pochi era consapevoli che questo titolo era persino un romanzo.
Si, perché: nella storia del mondo in celluloide, come si indicava un tempo, andando oltre al genere di appartenenza, e nell’immaginario collettivo il film ‘Il Pistolero’ rappresenta non solo l’ultimo vero grande capolavoro della leggenda del grande schermo del tempo che fu, ma rappresenta anche la sua ultima apparizione prima della scomparsa avvenuta tre anni dopo, nel 1979. Più precisamente: l’11 giugno del 1979.
Chissà se lo stesso Glendon Swarthout e Miles Swarthout, quest’ultimo figlio di Glendon, sia James Stewart, sia Lauren Bacall e sia Don Siegel fossero consapevoli del fatto che dopo quell’interpretazione il leggendario e monumentale John Wayne avrebbe lasciato questo mondo l’11 giugno del 1979?
L’anno 1976, per la storia del grande schermo è stato molto particolare. Lo abbiamo visto in determinate occasioni in questo 2026, mediante la celebrazione dei cinquanta anni di alcune pellicole che approdarono al cinema in quello stesso anno. Qualcuna siamo riusciti a ricordarla, qualcun’altra ci è completamente sfuggita ma verrà recuperata quando meno ve l’aspettate e qualcun’altra ancora che, proprio in questi giorni, raggiunge il traguardo del cinquantesimo anniversario.
Un’opera cinematografica che rappresenta un perfetto intreccio di nomi, di carriere sul viale del tramonto e di avvii leggendari; un film che racchiude nella sua essenza le tante storie di cinema le quali, nella loro essenza, si sono incrociate in un’unica ripresa impossibile da ripetere. La metafora, d’altronde, seppur semplicistica ci è venuta spontanea.
Eppure, in quello che vi stiamo per raccontare sussiste qualcosa di veramente strano; qualcosa che non appartiene al decennio e l’anno a cui stiamo facendo riferimento. È risaputo che gli anni ’70, nella loro essenza, sono sempre stati ricordati per essere il periodo della cosiddetta Nuova Hollywood. Una sorta di nuovo movimento cinematografico che rivoluzionò anche il concetto ed il modo di proporre le stesse opere al pubblico sul grande schermo.
Come d’altronde è risaputo, almeno per quelli più appassionati dell’evoluzione riguardante l’evoluzione dei fratelli Lumierè, che l’espressione Nuova Hollywood entrò prepotentemente nel linguaggio comune, ma non in maniera diretta, a partire dalla metà degli anni ’60, precisando che solo su questo aspetto potremmo realizzare non uno ma una serie impressionante di reportage; ma non perdiamo il vero obiettivo di questa celebrazione.
Dicevamo, dunque, che il mondo del cinema stava cambiando a partire dagli anni ’60, un’evoluzione che si avvertì per tutto il decennio del 1970, per poi concludere nella prima metà degli anni ’80. Un ventennio di pellicole, di opere cinematografiche, di film che non solo hanno tracciato una linea ben definita, che non era solo ed esclusivamente di mera demarcazione tra il classico ‘prima’ ed il classico ‘dopo’, ma un periodo di grande innovazione, sperimentazione e di una miscela esplosiva, alle volte, tra la tipica visione autoriale e la tipica visione commerciale dell’intrattenimento sul grande schermo.
In questo contesto di superamento del passato, in un periodo in cui si coniavano persino nuove regole di produzione cinematografiche non mancavano, però, alcuni esempi di cosiddetti film crepuscolari. Storie che mostravano la fine di un’epoca, di un’epopea e non solo relativo a quel genere in modo particolare, ma soprattutto anche nel modo nel proporlo e nel raccontarlo.
Nell’epoca d’oro di Hollywood ci furono tanti volti che si fecero immortalare con il classico cappello da cowboy e cinturone. Solamente uno, però, ne divenne il manifesto per eccellenza. Quello stesso qualcuno che non solo aveva fatto parte di periodo d’oro differente del cinema e che ormai stava vedendo la sua fine, ma purtroppo era pronto per salutare i suoi fan più affezionati e non solo. Un pubblico che non lo aveva lasciato più dalle sue prime apparizioni, fino ad arrivare alla sua consacrazione avvenuta ben quaranta anni prima, nel lontano 1939. E sapete cosa c’è di strano, cari lettori, in questa storia di cinema? Che il protagonista ha aperto e chiuso la sua epopea sul grande schermo mediante due film dello stesso genere. Rappresentando, in maniera incontestabile, sia la nascita e la morte di un tipo di personaggio mai più riproposto, se non sporadicamente e con altre modalità.
Un unico personaggio, dunque, mostrato in due momenti della sua esistenza nella dimensione fantastica, seppur con due nomi diversi. Per quanto riguarda il primo dovremmo attendere ancora un po’ per entrare nelle atmosfere del suo ricordo, ma in questo reportage lo menzioneremo di sicuro, mentre in merito al secondo proprio in questi lunghi giorni di agosto si ritrova nel suo cinquantesimo anniversario. Nell’esser ancor di più pignoli, si potrebbe trattare, nel suo caso, anche di un cinquantunesimo anniversario; a quel punto, però, non esisterebbe alcuna attinenza con il mondo del cinema. Semmai, solo della letteratura.
Già, perché se nel 1976 qualcuno non avesse manifestato l’intenzione di realizzare la leggendaria trasposizione cinematografica su cui concentreremo fra un po’ su uno dei suoi romanzi passati quasi in sordina, a quest’ora non trascriveremmo neanche questo nome: Glendon Swarthout. Chi è costui, ci verrebbe da chiederci. E soprattutto, chi è questo scrittore? Questo illustre sconosciuto? Lo ammettiamo abbiamo appena parafrasato Don Abbondio ne ‘I promessi sposi’, ma con il film in questione non c’entra proprio nulla; ve lo possiamo assicurare.
Tornando al nome, abbastanza complicato da pronunciare e da ricordare, nel 1975, tale Glendon era uno scrittore affermato negli Stati Uniti d’America, soprattutto per alcune storie di genere western e alcuni racconti natalizi, pubblicò un romanzo che aveva per protagonista un cowboy, sul viale del tramonto, e che ritorna dopo anni in una cittadina ubicata nello Stato del Nevada per vendicarsi di alcuni suoi amici, per alcuni conti risalente ad un passato ormai dimenticato quasi da tutti.
Vi dice qualcosa il plot? Ossia la trama? Avete ragione: di soggetti come questo il cinema, non solo di genere western, persino di action movie ne sono pieni fino alle fondamenta. Allora sarebbe indicare direttamente il titolo: Il pistolero. Di sicuro a qualcuno di voi, alla sola lettura, si è aperto non solo il cassetto dei ricordi ma un mondo intero legato ad un volto e ad un nome ben preciso e forse solo in pochi era consapevoli che questo titolo era persino un romanzo.
Si, perché: nella storia del mondo in celluloide, come si indicava un tempo, andando oltre al genere di appartenenza, e nell’immaginario collettivo il film ‘Il Pistolero’ rappresenta non solo l’ultimo vero grande capolavoro della leggenda del grande schermo del tempo che fu, ma rappresenta anche la sua ultima apparizione prima della scomparsa avvenuta tre anni dopo, nel 1979. Più precisamente: l’11 giugno del 1979.
Chissà se lo stesso Glendon Swarthout e Miles Swarthout, quest’ultimo figlio di Glendon, sia James Stewart, sia Lauren Bacall e sia Don Siegel fossero consapevoli del fatto che dopo quell’interpretazione il leggendario e monumentale John Wayne avrebbe lasciato questo mondo l’11 giugno del 1979?