Il 22 agosto del 1986 usciva nella sale americane il leggendario e film cult ispirato da un racconto di Stephen King

Nel concludere la prima parte di questo reportage ci siamo soffermati sull’espressione: e si sa che Stephen King di benzina ne ha ancora molta. Anzi, oggi aggiungiamo la parola ‘infinita’. Nonostante non abbiamo indicato, come si dovrebbe fare spesso all’inizio di un articolo, e quindi come per consuetudine indichiamo in ogni prima parte dei nostri appuntamenti speciali, non abbiamo trascritto il titolo del film a cui stiamo accingendo di sviluppare la nostra analisi celebrativa è Stand By Me – Ricordo di un’estate.

Un film diretto da Rob Reiner i cui protagonisti erano un gruppo di dodicenni che nell’estate del 1959, decisero di mettersi in cammino alla ricerca del cadavere del loro amico. Una trama, come già specificato nella prima parte, tratta dal racconto ‘Il corpo’, annoverato in ‘Stagioni diverse’. Notando con molta attenzione il titolo tra racconto e trasposizione cinematografica non coincide e per un semplice motivo: all’inizio la pellicola che sarebbe successivamente approdata nei cinema verso al fine dell’estate di quaranta anni fa, non doveva portare il titolo della leggendaria canzone di Ben E. King. Sul dettaglio che porterà a tale scelta ci arriveremo più avanti, senza dimenticare che in un primo momento questo film non lo voleva fare nessuno.

Il motivo, nella sua essenza, era persino abbastanza semplice: quattro ragazzini come protagonisti, dunque nessun grande nome da ingaggiare; i quattro erano alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo; problematiche di mostrare, almeno per un’ora e mezza, una trama che avrebbe rischiato di annoiare il grande pubblico in tutte le sale del mondo. Alla fine, non accadde nessuna di queste tre ipotesi. Al contrario, vennero ribaltate tutte ed in un sol colpo grazie a delle scelte ben mirate e ponderate, risolvendo, persino, quel grosso problema della voce fuori campo.

Infatti, chi si ricorda molto bene, sia il film che il racconto, nella parte letteraria l’autore sviluppa la storia scrivendola in prima persona, come se impersonasse uno dei ragazzini, ormai diventato adulto, e che racconta quanto accadde anni prima. Ciò non permetteva di essere sicuri della realizzazione del film era soprattutto la creazione del gruppo. Ovvero il trovare dei ragazzi davvero talentuosi che, per loro sfortuna, avevano vissuto esperienze quasi simili ai protagonisti che dovevano interpretare.

Fu così che vennero scelti Jerry O’Connell, che qualche anno più tardi diventerà famoso per il telefilm ‘Il mio amico ultraman’ e lo sfortunatissimo River Phoenix, il quale verrà a mancare la notte di Halloween del 1993. Gli altri due giovani attori erano Corey Feldman, il quale l’anno prima si era fatto notare per il leggendario ‘I Goonies’ e Will Wheton, nel ruolo di Gordy Lachance e vero narratore della storia.

Tale personaggio, però, non riuscirà ad apparire come il vero leader del gruppo di adolescenti impavidi e spericolati. Ci penserà Chris Chambers, il quale aveva il volto di River Phoenix. Quest’ultimo, durante la lavorazione del film, lascerà non solo un buon ricordo di lui, ma molti intuirono che, per uno della sua, era ancora più grande di quello che si poteva pensare già all’epoca. Purtroppo, come già ricordato in precedenza, il destino non fu clemente con lui.

A realizzare la sceneggiatura ci pensarono Reynold Gideon e Bruce A. Evans, per una durata finale di quasi novanta minuti; 89 per l’esattezza. Per quanto riguarda la questione dell’attore di nome, in fondo la produzione si assicurò persino le performance di due talenti emergenti: John Cusack, il quale si nota in maniera distinta in un flasback, e Kiefer Sutherland, il futuro Jack Bauer dell’iconica serie televisiva di inizio millennio 24. Non solo, il pezzo da novanta, il nome ad effetto che serviva per attirare di più il pubblico. Alla fine lo trovarono, dopo una selezione più o meno complessa.

La scelta ricadde, dopo nomi come David Dukes, Ted Bessel e Michael McKean a spuntarla fu colui che, parlando cinematograficamente, riuscì ad uccidere lo squalo nel 1975. No, non si tratta del leggendario Roy Scheider, ma bensì del più pacato e compassato Richard Dreyfuss. Quest’ultimo, durante la lavorazione del film e con una buona dose di umiltà, invitò gli sceneggiatori e i produttori nel riflettere sulla possibilità di mostrare almeno uno dei quattro adolescenti da adulto.

Suggerimento che non solo sarà raccolto ed approvato ma verrà mostrato il dodicenne, ormai adulto, quello più giusto, quello più riflessivo e che era colui il quale, anche nella versione letteraria di Stephen King narrava tutta la storia: ovvero il personaggio di Will Wheton.

Quest’ultimo, anni più tardi, ed esattamente nel 2011, per un’intervista, rilasciò questa dichiarazione: Rob Reiner scelse noi per interpretare i quattro adolescenti. Ero goffo, nerd, timido e sensibile, mentre River era figo, intelligente, appassionato e, anche a quell’età, un po’ come una figura paterna per alcuni di noi. Jerry era una delle persone più divertenti che avessi mai visto in vita mia, prima o dopo, e Corey era incredibilmente arrabbiato, soffriva moltissimo e aveva un pessimo rapporto con i suoi genitori. 

In questa dichiarazione rilasciata, per la National Public Radio, Wheton confermò quanto è emerso in questi lunghi decenni. In quell’occasione, stiamo parlando del 2011, si trattava del venticinquesimo anniversario dell’uscita del film e ventinovesimo anniversario della pubblicazione del racconto, senza dimenticare il cinquantunesimo anniversario della diffusione del singolo Stand By Me. Ma per quanto riguarda la scelta del titolo, per la pellicola, ci ritorneremo più avanti.

Rimanendo ancora nell’ambito del backstage per arrivare al momento dell’uscita del film, il set si aprì ufficialmente l’anno precedente, ovvero nel 1985, tenendo occupata l’intera troupe per tutto il periodo estivo. Precisamente dal 17 giugno al 23 agosto del 1985. Lo stesso regista, Rob Reiner, prima della data fatidica del 17 giugno, invitò i ragazzi a trascorrere un po’ di tempo insieme in modo da amalgamarsi in maniera naturale. Infatti, ciò rappresentò la mossa giusta visto che sia dentro il set che al di fuori dell’orario di registrazione delle scene ed anche anni più tardi la loro alchimia non è mai apparsa forzata, ma tutta spontanea e naturale; come sottolineato anche dagli attori superstiti nel corso di questi lunghi quaranta anni…

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