Il 24 luglio del 1996 uscì nelle sale americane il film tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham e ancora oggi terribilmente attuale
È naturale immaginare, durante la visione del film, che il giovane avvocato, seppur inesperto, riesca a tirar fuori dai guai il proprio cliente. Questo è un dettaglio scontato, ciò che però non è chiaro è il modo o la linea difensiva che lo stesso legale anteporrà alla tesi, per una buona parte oggettiva, promossa ed avanzata dal Procuratore Distrettuale. Senza perderci in altri dettagli in cui, il giovane Brigance, riesce a mantenere ad avere il controllo della causa rispetto ad altri suoi colleghi che volevano subentrare, il punto fondamentale, mediante il quale il film gira intorno, è la soluzione che sarà adottata.
Quale sarà? In che modo verrà trovata la chiave per scardinare quella porta che chiude ogni possibilità di processo e di giustizia equa per un afroamericano nello Stato del Mississippi? Ricordate quando in una delle due parti ci eravamo soffermati su una frase in particolare? Quando abbiamo trascritto una delle battute più significative del film?
Battuta in cui Donald Sutherland proferisce tali parole: in qualsiasi modo la si veda, se il tuo cliente viene condannato giustizia è stata fatta, ma se viene assolto giustizia è stata fatta lo stesso? Nella sua essenza, soprattutto considerando anche le pagine del romanzo, il concetto, ritenuto da noi chiave, tende ad esprimere una forte, non tanto sensazione, ma convinzione di sconfitta da chi, in tutto e per tutto, dovrebbe garantire, tenendo conto dei limiti, la sicurezza del cittadino.
Sia nel romanzo che nel film, John Grisham, seppur per la trasposizione cinematografica non è direttamente lui lo sceneggiatore, abbia voluto sottolineare, ispirato dal caso ricordato nella prima parte di questo speciale, che semmai nella realtà si fosse materializzata una situazione descritta come quella nel suo romanzo ci sarebbe stato lo stesso grado di giustizia?
O meglio: la giustizia sarebbe stata equa per tutti? Da quando siamo diventati un giornale, con molta parsimonia, abbiamo sempre ricordato le difficoltà che gli afroamericani hanno incontrato nella loro storia nel tentativo di vincere le tesi razziste, da quelle più superficiali e quelle più gravi. Purtroppo, in alcuni stati del Profondo Sud degli Stati Uniti d’America era consuetudine che un bianco vincesse contro un cittadino appartenente alle cosiddette minoranze.
Era prassi, non prevista neanche dai cosiddetti Padri Fondatori, ammettere un sistema che inequivocabilmente e senza appello, scavalcava le norme che garantivano proprio la difesa di ogni cittadino; la cui applicazione venne persino supportata da alcuni emendamenti in particolare: come il tredicesimo ed il quattordicesimo. Con il primo, storicamente, il Presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln abolì la schiavitù, con il secondo si sanciva che ogni persona nata negli stessi Stati Uniti d’America doveva esser riconosciuto come cittadino a tutti gli effetti.
Lo sappiamo, cari lettori, stiamo per fare ingresso in un campo molto ma molto minato, ma d’altronde lo sarebbe stato anche se avessimo celebrato gli anniversari di film come ‘Il Giustiziere della Notte’, la versione originale con Charles Bronson, ‘Un Borghese Piccolo Piccolo’, lo scomodo film con Alberto Sordi e diretto da Mario Monicelli, tratto dal bellissimo romanzo di Vincenzo Cerami, o il film con Julia Roberts, del 2015, dal titolo: Il segreto dei suoi occhi; e persino l’Ispettore di polizia dai modi troppo diretti, ovvero Philip Callaghan, interpretato da Clint Eastwood. Senza dimenticare che, tempo fa, avevamo avuto persino l’ardire, da parte nostra e sempre sullo stesso tema ma con risvolti diversi, con la celebrazione dei cinquanta anni di ‘Roma Violenta’. Film frettolosamente dimenticato, purtroppo.
Tutte opere che trattano non tanto di temi scomodi, quanto del tema scomodo: ovvero quella della giustizia fai da te, intesa non tanto per ‘sport’ o perché si nasce in quel modo, ma perché, purtroppo si è costretti.
Con ciò non significa che sia giusto, anzi al contrario. Il punto è che quella frase, quella massima espressa dall’ex difensore Lucien sta a significare una sola cosa e, allo stesso tempo, che nessuno vuole ammettere quando un privato cittadino o un tutore della legge si è macchiato di tale reato: ovvero la sconfitta dello Stato in quanto tale e non solo quello relativo al solo territorio del Mississippi ma anche quello degli Stati Uniti d’America.
Discorso, questo, che dovrebbe essere esteso tranquillamente e pacificamente anche per le situazioni che stiamo vivendo proprio in questi giorni nell’attualità e nella nostra realtà. Di certo non è facile parlarne, soprattutto non è facile trovare la soluzione quando un privato cittadino rimane privo di difesa, senza però giustificare la reazione sproporzionata; un concetto da estendere anche al poliziotto, di qualsiasi grado, che supera quella linea.
Il punto, però, quando è che le istituzioni nel loro insieme ammettono le proprie colpe per non aver, comunque, evitato l’esasperazione del singolo individuo? Partendo dal presupposto che ‘Il momento di uccidere’, sia come romanzo e sia come film è ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto, è una storia, comunque, di mera invenzione i cui risvolti valgono soprattutto nella realtà di tutti i giorni.
Alla fine, come spesso succede nei film, giustizia viene fatta. E viene fatta nel modo giusto, nel modo in cui ognuno di noi reagirebbe dopo varie vessazioni, dopo varie volte che ha chiesto aiuto oltreché alle autorità, ma anche direttamente alle istituzioni. L’arringa finale del giovane Brigance è un vero colpo da maestro. Un’arringa ispirata, a sua volta, non solo dal maestro Lucien e quindi dal quel suo pensiero più volte citato in queste tre parti di uno speciale che, a sua volta, rientra di diritto nell’alveo dell’altra nostra rubrica, che poco c’entra con il cinema, ovvero ‘Parole Schiette’.
Un’ispirazione dovuta anche ad un acceso confronto proprio con il suo cliente, quel Carl Lee Haley che ad un certo punto gli dice, in merito alla coscienza della giuria, ‘vedono te bianco e me nero’. Ed ecco a voi servito il colpo di genio. Ma non vogliamo andare più oltre.
In chiusura vi lasciamo proprio a quella scena dell’arringa finale che ribalta non tanto il concetto di giustizia, semmai il concetto che se un bianco si mette nei panni di un afroamericano si scopre che tutti quanti siamo uguali. Convinzione che andrebbe estesa anche per altre situazioni nella realtà di tutti i giorni. Un’arringa finale che invita a vedere oltre il nostro recinto, richiamando indirettamente l’altro capolavoro del 1962 con Gregory Peck, e sempre tratto da un romanzo, Il Buio oltre la siepe.