Il 24 luglio del 1996 uscì nelle sale americane il film tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham e ancora oggi terribilmente attuale

Oltre ai nomi citati, il cast del film era composto da nomi di altissimo spessore, più si potesse pensare: nella parte dell’avido Procuratore Distrettuale, pronto a cogliere l’occasione per salire sul gradino più alto dello Stato del Mississippi come Governatore, c’era il già inarrivabile Kevin Spacey. Gli avvocati che aiuteranno, invece, Brigance in quella che sembrava essere una causa suicida, saranno interpretati da Oliver Platt e dalla splendida Sandra Bullock. Quest’ultima, in quegli anni, si era fatta notare grazie all’adrenalinico thriller, con Keanu Reeves e Dennis Hopper, ‘Speed’, di soli due anni prima.

Non solo, nei panni di alcuni componenti del Ku Klux Klan c’era Kurtwood Smith, il Clarence Budigger di ‘Robocop’, e Kiefer Sutherland, figlio di Donald, e futuro protagonista della serie tv di nuovo millennio ‘24’, in cui in singole stagioni venivano raccontate le classiche giornate tipo di un agente della Cia. Senza dimenticare anche Ashley Judd e l’attrice da poco scomparsa Brenda Fricker. Ancora: Chris Cooper e Charles S. Dutton.

Ma a questo punto chi era l’attore che ricopriva il ruolo chiave, colui che prestava il volto al personaggio su cui ruotava tutta la storia? Carl Lee Haley aveva il volto del leggendario Samuel L. Jackson, il quale l’anno prima era riuscito a farsi notare, come meritava, nel terzo capitolo della saga di ‘Die Hard’, interpretata da Bruce Willis. Con questi nomi, dunque, il grado di recitazione non sarebbe stato difficile trovarlo elevato. In effetti fu così.

Come spesso succede, in queste operazioni, qualche volta lo stesso scrittore si ritrova ad essere persino lo stesso sceneggiatore, invece non fu così: chi sviluppò la storia per il cinema fu lo sceneggiatore Akiva Goldsman; mentre lo stesso John Grisham si occupò della produzione. D’altronde era anche giusto così, visto che il libro era il suo e quasi sicuramente, da quella posizione si poteva garantire un miglior rispetto su quello che aveva ideato qualche anno prima.

Questa volta, come ci capita spesso, non ci soffermeremo sulla composizione del cast, in fase di preproduzione, o come sia avvenuta la scelta del regista. Quello che importa, al momento, è concentrare tutta la nostra attenzione sulla trama e cosa, nella sua essenza, voleva effettivamente dire. Senza dimenticare che ieri, in apertura di prima parte, siamo stati abbastanza indiretti con alcune affermazioni.

Non ci scusiamo per questo, anzi: i film stessi, come anche i romanzi, sono lo specchio della società nel tempo in cui vengono sviluppati, pubblicati e prodotti per il cinema. Ciò vale sia per il libro che per la stessa trasposizione cinematografica. Ma il punto, però, è un altro.

Se le opere sono spesso lo specchio della società e delle epoche in cui viviamo come mai non riusciamo mai e poi mai a farne tesoro del messaggio o dei messaggi, sia impliciti che espliciti, che lanciano? Messaggi lanciati non solo a chi fruisce sia della lettura del libro e sia della visione del film, ma anche categorie ben più specifiche. No, non basta dire: sono solamente opere di mera fantasia; perché nei fatti la stessa fantasia, come abbiamo appurato insieme, cari lettori, è stata superata dalla realtà stessa.

Di certo nel film il background culturale in cui tutti i personaggi si ritrovano a sguazzare è sempre quella ferita aperta secoli prima e mai rimarginata del razzismo. Questa volta, però, analizzata da un punto di vista diverso; che pone una questione diversa; che innesca un dibattito diverso.

Perché se siamo tutti quanti d’accordo che farsi giustizia con le proprie mani è la strada sbagliata, siamo anche d’accordo a sostenere che chi commette questo tipo di reato, che si è sostituito allo stato, non si è sentito protetto dal medesimo? E prima di dire, cari lettori, che deve dimostrarlo siamo sicuri che in alcune realtà questo concetto vale veramente per tutti?

Nei fatti, nella Contea di Clanton, luogo immaginario in cui si svolge la vicenda, un afroamericano, per qualsiasi reato venga messo sotto processo non avrebbe mai avuto a che fare con una giuria imparziale. Se la stessa fosse composta da afroamericani allora aveva qualche chance di scamparla, semmai fosse stata bianca, allora la condanna era inevitabile.

È questo il quadro in cui il giovane ed ambizioso avvocato Jack Brigance si ritrova davanti nel difendere il suo cliente, Carl Lee Haley, e che entrambi si conoscono visto che lo stesso avvocato era stato il difensore, qualche tempo prima, del fratello di Carl. Nel soffermarci anche su alcuni dettagli, sia del romanzo che del film, abbiamo persino condiviso persino qualche scena da youtube per farvi entrare, sempre di più, nell’atmosfera del film.

Tornando al discorso sul quale ci stiamo girando intorno non da un bel po’, ma da quando abbiamo inaugurato questo speciale; diciamo la verità: in molte altre occasioni potevamo parlare di altre opere che, mai come in questo periodo, sarebbero stati utili, forse, nel far riflettere su alcuni aspetti rispetto alle polarizzazioni di certe posizioni che, sempre nella realtà, lasciano alquanto perplessi molto di più se si venissero mostrate e ricostruite in un’opera totalmente inventata. Forse sì o forse no.

Eppure, da parte nostra, è sempre prevalsa la volontà di non mettere altra carne a cuocere in merito alle polemiche tra le opposte tifoserie.

Dunque, è un caso che ci siamo ritrovati, specie per i seguenti cari di cronaca che stanno monopolizzando l’attenzione, come giusto che sia, dell’intera opinione pubblica, a parlare e a celebrare questo film. Ci verrebbe, quasi, in soccorso, rimanendo in tema cinematografico, il leggendario poliziotto John McClane nella scena in cui gli viene rivolta questa massima: lei è l’uomo sbagliato, al posto sbagliato, nel momento sbagliato. E permetteteci la nostra ironia parafrasando proprio la risposta del leggendario poliziotto interpretato da Bruce Willis: la storia della nostra vita.

Ma al di là delle citazioni, più o meno superficiali, più o meno inopportune, alle volte, quello che si deve considerare non è solo la trama, lo sviluppo e le singole scene di dibattito e scontro all’interno del film diretto da Joel Schumacher. Fin dal principio, ovvero fin dal momento esatto in cui avviene l’indicibile per la piccola Lee Haley, tutti quanti vogliono sapere in che modo il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson come reagirà e, dopo essersi fatto giustizia da solo all’interno del tribunale della contea, come se la caverà?

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