Da “Il primo Vendicatore” a “Civil War”: il lungo viaggio di un uomo che ha scelto di non smettere mai di essere sé stesso

Quella di Captain America non è una ribellione contro la legge. È una crisi di fiducia. La domanda che attraversa tutto il film è sorprendentemente attuale: chi controlla coloro che esercitano il controllo?

Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti di Civil War: che non esistono veri cattivi tra gli Avengers. Tony Stark sostiene gli Accordi perché sente il peso delle vittime provocate dalle loro missioni. È convinto che un controllo internazionale possa evitare nuovi disastri. Steve Rogers, invece, teme che le decisioni politiche possano essere influenzate da interessi, paure o convenienze. Entrambi desiderano proteggere il mondo, semplicemente immaginano due strade diverse. Ed è proprio questa assenza di una risposta semplice a rendere il film straordinario.

Il rapporto tra Steve e Bucky rappresenta il filo rosso che unisce i due film. Nel primo è Bucky a proteggere Steve. Nel terzo i ruoli si ribaltano.

Bucky, dopo essere stato catturato dall’HYDRA, è stato trasformato nel Soldato d’Inverno attraverso il lavaggio del cervello e la criostasi. Molti dei delitti che gli vengono attribuiti sono stati commessi mentre era privo del controllo della propria volontà. Steve rifiuta di considerarlo un mostro, non perché neghi ciò che è accaduto ma perché distingue tra colpa e manipolazione.

È una posizione eticamente complessa che invita anche lo spettatore a interrogarsi sul significato della responsabilità individuale.

A differenza di Teschio Rosso, Helmut Zemo non possiede superpoteri, è un uomo comune.

Ed è proprio questa normalità a renderlo pericoloso. La sua famiglia è morta durante la battaglia di Sokovia narrata in Avengers: Age of Ultron. Convinto che gli Avengers siano responsabili indiretti della tragedia, elabora un piano per distruggerli dall’interno. Non cerca di conquistarne il potere, vuole spezzarne la fiducia reciproca. Il suo obiettivo non è uccidere gli eroi anzi è costringerli a combattersi. Una strategia, questa che si rivela sorprendentemente efficace.

Mettendo a confronto le due opere emerge una trasformazione profonda. Nel primo film Steve combatte un nemico chiaramente riconoscibile: l’HYDRA. In Civil War il nemico è il dubbio.

Nel primo il bene e il male sembrano separati da un confine netto, nel terzo quel confine diventa sottile, ambiguo, fragile. L’eroe non deve più soltanto vincere una guerra, deve decidere quale prezzo sia disposto a pagare per restare fedele ai propri valori. Una delle scene più simboliche dell’intera saga avviene nel finale di Civil War.

Durante lo scontro con Tony Stark, Steve utilizza lo scudo per difendersi, ma quando Tony gli ricorda che quello scudo fu realizzato da suo padre Howard Stark, Steve decide di lasciarlo a terra e andarsene. Non rinuncia ai propri ideali, rinuncia a un simbolo che, in quel momento, non sente più di poter rappresentare. È un gesto silenzioso che racconta più di qualsiasi dialogo.

Perché dimostra che Steve Rogers non ha bisogno dello scudo per essere Capitan America. Lo è nelle sue scelte.

Rivedere oggi questi due film significa confrontarsi con interrogativi che appartengono alla nostra epoca: fino a che punto la sicurezza può limitare la libertà? Chi deve controllare chi detiene il potere? È giusto obbedire a un ordine quando lo si ritiene ingiusto?

La forza del personaggio sta proprio nella sua capacità di non offrire risposte semplici. Steve Rogers sbaglia, dubita, soffre e perde. Ma continua a scegliere seguendo ciò che ritiene moralmente corretto, anche quando questo significa restare solo.

“Captain America – Il primo Vendicatore” e “Captain America: Civil War” sono due capitoli profondamente diversi ma inseparabili. Il primo costruisce il mito, il secondo lo mette alla prova. Nel primo Steve Rogers dimostra che il vero eroe è colui che trova il coraggio di agire quando tutti gli altri si tirano indietro; nel secondo, invece, ci ricorda che la forza più grande non è quella del super soldato, ma quella della coscienza.

È questo il motivo per cui Capitan America continua a occupare un posto speciale nell’immaginario collettivo. Non perché sia invincibile, ma perché ricorda che il valore di una persona non si misura dal potere che possiede, bensì dalle scelte che compie quando quel potere viene messo alla prova.

Il suo viaggio, iniziato in un laboratorio durante la Seconda guerra mondiale e proseguito in un mondo diviso da paure e responsabilità, non racconta soltanto la storia di un supereroe. Racconta la storia di ogni individuo chiamato, almeno una volta nella vita, a scegliere tra ciò che è facile e ciò che è giusto. Ed è proprio in questa tensione tra ideale e realtà che Steve Rogers continua a parlare al pubblico di oggi, ricordandoci che il coraggio non consiste nell’essere invincibili, ma nel rimanere fedeli a sé stessi anche quando il prezzo da pagare è la solitudine.

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