In attesa della finalissima di domani sera, riavvolgiamo il nastro sui momenti salienti di quest’ultimo mondiale

Ci siamo. Manca ormai pochissimo all’atto finale di questo mondiale 2026. Domani, alle ore 21.00 italiane, allo stadio Metlife di New York, a pochi passi dove sorgeva quello che un tempo era conosciuto come lo Giant Stadium della Grande Mela, le nazionali di Spagna ed Argentina cercheranno di superarsi nel tentativo di conquistare, come già ricordato nel brevissimo approfondimento di ieri, rispettivamente il secondo ed il quarto titolo mondiale. In entrambi i casi sarà un risultato che andrà a sfavore della nostra nazionale italiana di calcio, con la speranza che questa edizione sia l’ultima senza gli azzurri.

Ma su questo dettaglio, abbastanza negativo, ci ritorneremo più avanti nel corso di questo speciale, anche per noi, finale sui mondiali 2026. Da premettere che durante questi lunghi giorni, durante queste lunghe settimane, fin da subito abbiamo preferito soffermarci sugli approfondimenti brevi, semmai brevissimi, e non sui nostri soliti standard, tra mini-speciali, speciali e reportage.

Un po’ avremmo appesantito troppo il racconto e la fruizione dell’attualità stessa della notizia, ed un po’ ci saremmo trovati ad appesantire anche l’offerta delle nostre pubblicazioni. Purtroppo non siamo riusciti, in alcuni momenti, a non rendere pesante la presenza dei mondiali sul giornale: tra edizione attuale e quelle del passato.

In fondo ci sta. Un evento come i mondiali di calcio capitano ogni quattro, con la speranza, già avanzata in precedenza, di poter raccontare, nel 2030 l’edizione con l’Italia presente. Ma per il momento rimaniamo ancora tra Messico, Canada e Stati Uniti; rimaniamo entro i confini di queste tre nazioni che hanno ospitato, nel bene e nel male, quella che è stata l’edizione numero 23 dal 1930 ad oggi.

Usando impropriamente un famoso ritornello di una canzone di Raf, quella canzone, è naturale porre subito il quesito: che cosa resterà di United 2026? Bella domanda, come prima risposta. La seconda, invece, ci permette, nell’immediato, di menzionare subito alla nazionale di Capoverde. Alla non sorpresa della Norvegia. Del sorprendente Egitto e della conferma, seppur entro certi limiti almeno fino adesso, del Marocco.

Le delusioni? Tante, troppe. A cominciare dal Brasile di Carlo Ancelotti. Per poi proseguire con l’Uruguay di Bielsa, l’Olanda di Ronald Koeman e dell’Inghilterra, non un’eterna incompiuta; semmai: una nobile del calcio schiacciata dalla propria paura di non riuscire ad alzare un trofeo da ormai sessanta anni. Ancora: la Germania e il Portogallo con Cr7.

Senza dimenticare di alcune stranezze che hanno lasciato più di un retropensiero non proprio positivo. Come per esempio ciò che è successo con la nazionale americana, che per colpa di una telefonata ha inficiato un cammino, fino ad allora, comunque molto convincente.

Tutte tematiche sulle quali ci soffermeremo prima di arrivare a commentare, in maniera ampia questa volta, la finalissima di domani e che sono anticipate da un’analisi un po’ insolita. Anamnesi che si sposta non tanto su un altro tema o situazione non proprio menzionata fino adesso, ma sull’andamento dei vari matches, caratterizzati dall’ampliamento a 48 squadre che ha fatto storcere il naso, a molti, fin dal principio.

Quarantotto nazionali, dicevamo. In poche parole come abbattere il concetto di esclusività e metterlo, per chissà quanto tempo, in soffitto; con la speranza di poterlo riapplicare. Si, perché un tempo i mondiali di calcio erano l’emblema dell’esclusività. Se eri il migliore e giocavi per una nazionale che si qualifica per questa o per quell’altra edizione, allora entravi a far parte nella cerchia ristretta degli intoccabili del calcio.

Vero è che con il passare degli anni, ormai quasi cento, alcune realtà, contemplate prima come emergenti, non fanno più la parte delle cosiddette squadre materasso, anzi. Chiedere alla stessa Argentina, ancora campione del mondo in carica, ha sudato e non poco contro le nazionali di Capoverde e dell’Egitto.

Il nuovo concetto sul quale si fonda questa nuova edizione è che più partite ci sono maggiore sia lo spettacolo al quale la gente assiste. Non è sempre così. Non è sempre stata una regola scritta. Eppure, se solo volessimo trovare un qualcosa di positivo in questa forzata visione qualcosa di che non ci ha fatto storcere la bocca o essere catastrofisti c’è stato: l’intensità di gioco.

Attenzione, abbiamo detto ‘intensità’ e non ‘qualità di gioco’ che sono due elementi ben distinti e separati. Con l’ultimo s’intende della presenza in campo di giocatori dotati tecnicamente. Con il primo si fa riferimento al semplice fatto che non ci sono state partite noiose in questi mondiali. Tra tutte e cento due, non contando ancora la cosiddetta finalina e la finalissima, al massimo tre o quattro effettivamente si sono rivelate essere purtroppo soporifere.

Altro elemento, alquanto contraddittorio, è l’inserimento dell’Hydration Break. Nella sostanza e secondo l’ufficialità, la pausa che spezzetta i tempi di gioco è più presente nel basket o in qualche altro sport; ma nel calcio la situazione è ben diversa, soprattutto considerando che i due tempi sono effettivi, nel senso senza alcuna interruzione, tranne quella, per regolamento, della pausa di almeno dieci minuti.

Dicevamo della motivazione ufficiale di questa introduzione: per combattere le estreme temperature in cui le partite venivano disputate. Al di là del fatto che si poteva trovare anche un’altra soluzione, ma per quanto riguarda i diritti televisivi non si poteva fare di meglio, in alcune occasioni le temperature non erano, poi, così proibitive.

Dunque, si è trasformata in una mossa commerciale, visto che gli americani sono abituati a questo tipo di pausa, che potrebbe essere utilizzata solo in territorio statunitense, ma per le prossime edizioni, forse, sarebbe meglio tornare alla regola principale o al massimo di applicare l’interruzione solo quando le temperature sono veramente proibitive.

Queste sono, più o meno, le stranezze di questi mondiali. Anche se non è finita qui. Come detto ci sono ancora tanti dettagli su cui soffermarci e soprattutto su un episodio che ha inficiato il rendimento di una delle nazionali di casa, quella degli Stati Uniti d’America. Che gli Usa non siano mai stati degli assi nel calcio è risaputo; anche se in questi ultimi anni pare che qualche soddisfazione se la stanno finalmente togliendo. Fino a considerare, persino, che nel proprio mondiale avrebbero potuto raggiungere un ulteriore traguardo storico se non fosse accaduto qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere…

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