In cinque parti vi raccontiamo il primo mondiale americano che si svolse, nell’estate del 1994, tra il 17 giugno ed il 17 luglio del 1994
Dunque, non era più il Brasile di alcune edizioni precedenti quello del 1994. Non era più quello funambolico e spettacolare collettivo che metteva paura a tutto il mondo come un tempo; bastava solo pronunciare solo il nome della nazionale per fantasticare di giocarsi la finale contro quegli undici giocatori che tutto il mondo invidiava. No, la nazionale carioca stava già mutando pelle proprio in quella estate brasiliana. Carlos Alberto Parreira, il commissario tecnico dei verdeoro aveva escogitato un’altra tattica che in fondo, con i fuoriclasse che si ritrovava a schierare, se lo poteva tranquillamente permettere.
Una tattica che gli portò a vincere contro la Russia, all’esordio, per ben 2 a 0; la successiva contro il Camerun per ben 3 a 0; per poi pareggiare, come abbiamo visto nella seconda parte di ieri, per 1 a 1 contro gli avversari di un tempo: gli svedesi. Da premettere, cosa che non abbiamo fatto ieri, sia i brasiliani che gli svedesi s’incrociarono anche al mondiale precedente, quello nostro in Italia, senza, però, scrivere pagine importanti di storia dei mondiali e del calcio in generale.
Proseguendo la carrellata di risultati della nazionale sudamericana, agli ottavi Romario & Company incrociarono i padroni di casa degli Stati Uniti d’America. Alla fine gli allora tre volte campioni del mondo passano con un gol di Bebeto a diciotto minuti dalla fine, nonostante il risultato positivo ed il conseguente passaggio di turno, in quelle quattro partite si nota che, al di là di tutto, non è il classico Brasile al quale siamo abituati o che comunque ci siamo abituati a vedere.
Ben accorto in campo, poco giocoliere ma più cinico ed incisivo, grazie anche ad un gioco che si sviluppa mediante una fitta rete di passaggi che sembra anticipare, di molti anni prima, il veloce tiki taka della Spegna nel biennio 2008 e 2010. Si, vero: siamo andati oltre con i paragoni, ma chiunque di voi abbia la pazienza di rivedere almeno un match di quel Brasile, seppur alla lontana, si accorgerà che il parallelismo non è poi così azzardato.
Nel quarto di finale, successivo, i ragazzi carioca incontrano un’altra loro vecchia conoscenza: l’Olanda. Quest’ultima, venti anni prima, li umiliò in quel di Germania 1974. Venti anni dopo, come normale che sia, i brasiliani vogliono vendicarsi. Che partita uscì in quel lontano 9 luglio del 1994? Una delle più belle di quel torneo e, forse, uno dei quarti di finale più belli della storia dei mondiali di calcio.
Un 3 a 2 in favore dei figli di Pelè i quali riescono a domare un’Olanda di altri tempi solo nel finale. Ad aprire le danze ci pensa per primo il solito Romario, a seguire Bergkamp, poi ancora Bebeto e Winter sembra mettere il tassello finale fino al novantesimo, con la speranza di portare la gara ai tempi supplementari.
Purtroppo per i maestri olandesi quel Brasile non bello, non straripante in fatto di spettacolarità, riesce comunque a cavarsela con una punizione di Branco a nove minuti dalla fine; fissando, così, il risultato finale sul 3 a 2. In semifinale c’è la Svezia e anche in quel caso la partita non è assolutamente facile.
D’altronde come può esserla nel momento in cui si giunge in quella fase di torneo? Anche in questo caso a risolvere la contesa in campo, dopo una partita dove entrambe potevano superarsi, ci pensa il solito Romario, il quale sembra l’unico dotato di mera fantasia carioca. L’unico veramente imprevedibile. Ma il centravanti brasiliano, in finale, comunque dovrà fare i conti con uno dei difensori più forti della storia del calcio mondiale: Franco Baresi. Ma a questo punto potremmo sviluppare un altro reportage a parte.
Una volta fatto quel nome, il nome del leggendario numero 6, del Milan e della Nazionale Italiana di calcio, per quella stessa spedizione ci vengono alla mente anche altri due nomi. Rispettivamente sarebbero un numero 10 ed un numero 11, secondo l’ordine di un tempo. Ma per noi saranno sempre Roberto Baggio e Giuseppe Signori, ovvero la coppia gol che tutto il mondo ci invidiava; che tutto il mondo temeva, più di quella di Romario e Bebeto.
Ritornando al 18 di giugno di quel 1994, data solo sfiorata nella prima parte, la coppia gol non riuscì a tradurre in gioco i concetti di gioco dell’allora Commissario Tecnico Arrigo Sacchi. L’esordio mondiale non fu uno dei più felici. Perdemmo per 1 a 0 a causa di una leggerezza del nostro portiere, Gianluca Pagliuca, contro l’Eire, allenata da Jackie Charlton, leggenda del calcio inglese. Una di quelle leggende che permise all’Inghilterra di alzare la sua prima ed unica coppa del mondo di calcio; mondiali 2026 permettendo.
È inutile ricordare le polemiche che si innescarono a causa del gioco sterile e poco convincente; un gioco che non faceva divertire nessuno, tranne gli avversari. Ma, soprattutto, semmai gli schemi avessero funzionato e Baggio e Signori non avrebbero sbagliato l’esordio, come loro anche gli altri giocatori in campo, di Pagliuca diremmo solo, incidente di percorso e nulla più. Ciò che stiamo cercando di dire è che le responsabilità non è riconducibile a chi scendeva in campo. Anche se a distanza di tempo è facile sparare sentenze da ogni posizione.
Dopo l’Eire veniva la Norvegia, non quella attuale di Haaland, ma bensì di suo padre; all’epoca i norvegesi erano una squadra ostica, rognosa, non la corazzata che abbiamo visto dalle qualificazioni mondiali, purtroppo. Sta di fatto che, in quel 23 giugno del 1994, gli azzurri avevano un solo risultato: vincere, sennò il mondiale era terminato ancor prima di iniziare.
La terza partita contro il Messico non avrebbe avuto più nessun valore per il passaggio al turno successivo, quello ad eliminazione diretta; semmai valeva solo per le noiose statistiche. Nonostante tutti i nostri scendono in campo con un piglio diverso più reattivi e scattanti e soprattutto un po’ più liberi dai rigidi schemi di Arrigo Sacchi.
Tale soluzione non solo funziona, ma ci permette anche di trovare il vantaggio con l’altro Baggio, Dino, ma non prima di rimanere in dieci a causa del nostro malfunzionamento della trappola del fuorigioco…