I Fratelli Duffer e la rivoluzione pop nella cultura seriale

Era il 15 luglio 2016 quando Netflix ha rilasciato una serie che avrebbe inaspettatamente cambiato completamente la storia della piattaforma e la cultura pop seriale: Stranger Things. Debuttando in sordina, con un titolo misterioso e accattivante, all’inizio nessuno credeva che una storia di ragazzini, che combattono dei mostri in sella alle loro biciclette nel mezzo degli esplosivi anni 80, avrebbe avuto un successo mondiale nel giro di pochissime settimane.

Potremmo stare ore ad elencare tutte le scene che oggi per noi sono diventate fortemente iconiche e impresse nel nostro immaginario, una fra tutte, le luci di natale appese da Joyce sul muro, per comunicare con Will.

Oggi, a distanza di ormai una decade, quel successo è ancora fortissimo, tanto da ritrovarci ancora qui, a celebrare un’opera che ha cambiato le regole della serialità moderna e ha rilanciato la moda nostalgica per gli anni ’80, facendo conoscere il fascino di un’epoca lontana alla generazione Z, che mai sarebbe tornata così indietro nel tempo. I fratelli Duffer, creatori di questa ‘serie evento’, hanno saputo creare un prodotto il cui successo è determinato proprio da un insieme di fattori.

Fattori come l’effetto nostalgia, la rinascita musicale, l’effetto nerd e le tematiche fortemente attuali. Sarebbe riduttivo affermare che Stranger Things sia stata solo un mero esercizio di citazionismo. La sua forza risiede proprio nella capacità di prendere elementi culturali e cinematografici a noi noti, per svuotarli e riempirli di un senso fortemente attuale e inedito, mescolandoli tra loro.

La storia unisce tra loro in maniera innovativa Spielberg, King e Carpenter, con I Goonies, di cui ritroviamo l’avventura adolescenziale, fino ad arrivare all’horror sci-fi di Cronenberg e Scott, con i mostri, gli esperimenti e il Sottosopra. Questi logos già ormai sedimentati nel nostro immaginario e che tanto volevamo rivedere, si affiancano a elementi inediti, come la forza dell’amicizia, che tutto può risolvere, e l’iconicità dei personaggi (primo fra tutti, Steve è non solo il personaggio più amato, ma quello più imitato come icona).

L’effetto nostalgia che crea Stranger Things non è un semplice espediente, ma il vero e proprio cuore pulsante della narrazione. I fratelli Duffer hanno avviato un’operazione psicologica e culturale (volontarie o meno) che ha colpito due target completamente diversi, con lo scopo di unirli in un unico grande pubblico in grado di influenzare la fruizione seriale: ossia “i Boomer” e la Generazione X, che hanno vissuto gli anni dell’analogico e i Millennial e la Generazione Z che hanno vissuto invece nel mito idealizzato di quegli anni.

La serie gioca costantemente sulla memoria tattile e visiva degli spettatori, con tantissimi richiami culturali, come i walkie-talkie, le videocassette VHS da riavvolgere, le biciclette BMX con i fari a dinamo… oggetti che oggi per noi sembrano quasi da museo, ma che rappresentano un fortissimo catalizzatore nostalgico. Pensiamo ai waffle Eggo amati Undici, le lattine di New Coke, i film al cinema, i club scientifici fino ad arrivare allo Starcourt Mall, come luogo di aggregazione giovanile, lontano dalle community online.

Ciò che è accaduto è che tantissimi giovani nati negli anni 2000 abbiano iniziato a sentire la nostalgia per un’epoca mai vissuta, idealizzata dalla colorata rappresentazione di Stranger Things, così che il passato è effetto nostalgia non sono una parodia, ma una sorta di rifugio accogliente contro il distanziamento e la freddura che il presente digitale sta creando.

I fratelli Duffer hanno anche il grande merito di aver riportato alla vita non solo un’epoca, ma anche la sua cultura, radicandola completamente nel nostro immaginario. Pensiamo soprattutto alla moda e alle canzoni. Fortunatamente, l’utilizzo del brano Running Up That Hill nell’iconica scena della corsa di Max, ha ridato vita alla canzone, che è stata catapultata in testa alle classifiche Spotify e Youtube per settimane, facendo riscoprire un’artista cardine degli anni 80.

Accanto ai richiami nostalgici, i fratelli Duffer ci mostrano diverse sfumature della condizione umana, attraverso dei temi ricorrenti. Sicuramente Stranger Things può essere definito come un racconto di formazione fortemente post moderno, fatto di up and down, in cui il raggiungimento dell’età adulta è difficile e disincantato. Il Sottosopra è una potente metafora delle difficoltà della crescita, tra dolori e traumi da combattere.

E’ una potente metafora del trauma e della fine dell’infanzia. Infatti, non è un caso che Will riviva nel Sottosopra tutte le sue paure, affrontandole ma diventando una persona nuova, non più innocente…matura, pur viaggiando su binari diversi rispetto ai suoi amici che sembrano vivere “tranquillamente” i complessi mutamenti degli umori adolescenziali, tra ormoni e amori. Max affronta il lutto, il senso di colpa, il rifiuto, si sente spezza ed è proprio lì che Vecna colpisce, agendo sul trauma.

Undici è cresciuta troppo in fretta, usata per soli esperimenti, come fosse un’arma, cercando amore e affetto, pur senza conoscerli. Più cresce e più deve imparare a gestire la rabbia e il peso della responsabilità. Le crepe e i traumi però possono guarire e questo accade grazie alla famiglia, non quella naturale, ma quella che ci scegliamo, fatta da coloro che hanno vissuto con noi le stesse tragedie.

Ognuno diverso, ognuno con le proprie “stramberie”, ma la forza sta proprio nella totale diversità che lega tutti i suoi membri che ci scegliamo, fatta da coloro che hanno vissuto con noi le stesse tragedie. Ognuno diverso, ognuno con le proprie “stramberie”, ma la forza sta proprio nella totale diversità che lega tutti i suoi membri. Steve è l’emblema di questa tematica, la cui evoluzione è una delle più belle viste recentemente.

Da popolare e superficiale a maturo, “mamma adottiva” e protettore degli emarginati, trovando il suo vero valore solo quando impara ad aprirsi. In questo, l’eccezione è Vecna, le cui ferite non possono essere guarite, perché accanto a lui non vi è amore o perdono a cui aggrapparsi. Nessun amico, nessuna famiglia, nessuna salvezza. A dieci anni di distanza, il complesso mondo di Hawkins e i suoi temi così vicini a noi, continuano ad emozionarci.

Stranger Things ha saputo parlare la nostra lingua, pur essendo ambientata lontana nel tempo, ricordandoci l’universale paura della crescita, la necessità di affrontare il dolore che, altrimenti, rischia di isolarci sempre di più, nel nostro personale Sottosopra. Ma oggi, così come ieri, i tempi cambiano, le tecnologie e le abitudini evolvono, ma saremo sempre accumunati dalla necessità di avere i nostri amici accanto, come ancora di salvezza.

Stranger Things non può essere considerata solo un prodotto di intrattenimento, ma una grande colonna della serialità moderna nell’era dello streaming, dove nonostante la frammentazione sempre più forte dei prodotti, l’universo di Hawkins ha unito tutti in una fruizione veloce e comune, tra nostalgici e millennial. Tutti abbiamo riso, tutti ci siamo arrabbiati e tutti abbiamo pianto per un finale che è stato per noi la fine di un’epoca.

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