In cinque parti vi raccontiamo il primo mondiale americano che si svolse, nell’estate del 1994, tra il 17 giugno ed il 17 luglio del 1994

Verso la fine della prima parte di ieri siamo andati oltre alle classiche vicende di campo; oltre anche al percorso della Bulgaria e che ancora non è stato completato nel nostro racconto. Ci eravamo soffermati sulla questione Diego Armando Maradona e di come il massimo organo del calcio mondiale riuscì nell’intento di non fargli continuare quel mondiale. Semmai la storia sarebbe andata diversamente, a quest’ora non ricorderemmo l’ottavo di finale di genere thriller proprio tra la nazionale bulgara ed il Messico. Terminato ai calci di rigore, dopo un 1 a 1 non proprio noioso.

Non spenderemmo neanche due parole per il successivo quarto di finale tra la nazionale di Stoichkov e la Germania. Non vi diremmo neanche che furono i tedeschi a passare in vantaggio, per poi venir rimontati da uno straordinario colpo di testa di Lechtkov ed una punizione sontuosa dello stesso Stoichkov.

A quel punto cosa sarebbe successo se avesse vinto l’Argentina contro i bulgari, nel girone, con Maradona in campo? Avrebbe svolto lo stesso percorso incontrando proprio noi in semifinale? O sarebbe stata sempre Italia – Bulgaria? In fondo lo diciamo sempre, la storia non si fa né con i sé e né con i ma. Ma alle semifinali ci ritorniamo più avanti, passando adesso in rassegna il percorso di un’altra nazionale: la Svezia.

Quest’ultima, in quel primo mondiale americano, venne sorteggiato nel girone insieme alla decaduta Russia, al Camerun e contro anche una sua vecchia conoscenza, che risale al lontano 1958: ovvero il Brasile. Tra le due nazionali saranno, in quell’edizione, ben due i confronti; ma ci arriviamo. L’esordio mondiale della nazionale nordica europea è contro il Camerun e sembra non promettere non proprio nulla di positivo. Il paraggio, per 2 a 2, appare, però, un falso allarme, visto che nel match successivo, proprio contro i russi gli stessi svedesi si rifanno con un secco 3 a 1.

In queste prime due partite, la Svezia andò a segno con colui che venne riconosciuto come uno dei migliori terzini del torneo, Liung; a seguire l’attaccante Martin Dahlin, che firma il tabellino dei marcatori per ben tre volte tra il primo ed il secondo match, e una vecchia conoscenza del nostro calcio: Thomas Brolin, che all’epoca vestiva la maglia del Parma di Gianfranco Zola.

Il primo round contro il Brasile, invece, termina con un pareggio; con un 1 a 1 firmato da Romario, il quale pareggia il vantaggio degli svedesi. Agli ottavi di finale incontra l’Arabia Saudita e la piega con secco 3 a 1. I marcatori? Sempre il bomber, Martin Dahlin, il gigante Kenneth Anderson, il quale, subito dopo questa avventura mondiale approderà al Bari per una sola stagione.

Se fino adesso l’unica vera squadra che incontrata è stato il Brasile, nei quarti, la Svezia, incrocia colei che è riuscita a far fuori, definitivamente dal torneo, l’Argentina: ovvero la Romania del cosiddetto Maradona dei Balcani, George Hagi. Quest’ultimo si renderà protagonista di una magia, proprio di Maradoniana memoria, mentre il Pibe piangerà lacrime amare in tribuna, a causa dell’ingiusta squalifica.

Il 2 a 2 tra le due rappresentative nazionali non si materializzerà entro in 90 minuti, ma entro i centoventi minuti. Ad aprire le danze fu proprio la Svezia con Brolin. Sembra fatta, dopo quasi ottanta minuti intensi tra occasioni sfiorate e guerra di nervi anche per il caldo. Fu di diverso avviso l’attaccante Raducioiu, il quale dieci minuti dopo dal suo collega rivale, insacca la palla dell’1 a 1.

Ovviamente non finisce qui. Si, perché colui che un tempo veniva considerata un’ala sinistra, il classico numero 11 per intenderci, firmò anche la doppietta personale a quattro minuti dalla fine del primo tempo supplementare. A far scendere la nazionale svedese dall’aereo di ritorno fu Kenneth Anderson.

Difatti il gigante centravanti biondo firmò il 2 a 2 a cinque minuti dalla fine, per poi giocarsi il tutto con la lotteria dei rigori. Dagli undici metri a non fallire furono, rispettivamente: Raducioiu, Hagi, Lupescu e Dumitrescu; dall’altra parte chi non si fece ipnotizzare dal portiere avversario furono: Larsson, Kenneth Andersson, Brolin, Ingesson e R. Nilsson.

A steccare dagli undici metri fu solo Mild, che fu addirittura il primo ad inaugurare la serie svedese dei rigoristi. Mentre per i rumeni non ebbero fortuna sia il terzino destro Dan Petrescu e Belodedici. Il risultato finale fu 2 a 2 (4 a 5). A questo punto indovinate la Svezia con chi se la doveva vedere in semifinale? Contro il Brasile, il quale lo aveva già incrociato nel terzo match del girone.

Nel parlare di Brasile – Svezia lo sappiamo già. Non basta né questo spazio di reportage, né un mini-speciale, né uno speciale intero e neanche, forse, un intero reportage. Brasile – Svezia non è solo la storia della coppa del mondo di calcio, è una partita che rappresenta una delle colonne portanti della storia del calcio mondiale.

Per questo match bisogno risalire alla notte dei tempi o quasi. Non proprio nella prima e storica edizione del 1930, ma basta andare un po’ più avanti nel tempo, giungendo alla data 29 giugno del 1958. La nazionale verdeoro, dopo diversi fallimenti, riesce non solo a conquistare il suo primo titolo mondiale, non solo riesce ad ottenerlo grazie ad una squadra di grandissima qualità tecnica in mezzo al campo, ma anche grazie ad un diciassettenne che, con due gol, farà stropicciare gli occhi a tutto il mondo. Un ragazzino che sarà il primo vero e leggendario numero 10 della storia del calcio: Edson Arantes Do Nascimento Pelè.

Aveva solo diciassette anni. Diciotto li avrebbe festeggiati il 23 ottobre di quello stesso anno. La Svezia, sconfitta in quella finale, da quel giorno giurò vendetta nei confronti dei brasiliani. Perché? Perché furono sconfitti in casa loro. Ma il Brasile del 1994 non era minimamente come quello del 1958, neanche come quello del 1962, in cui bissò il successo. Per non parlare del 1970 e neanche come quello di dodici anni più tardi: quello visto nel mondiale del 1982.

Era tutto un’altra nazionale e mostrava una caratteristica che prima non aveva mai e poi mai posseduto…

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