Il 2 luglio del 1986 Kurt Russell ci presentava il secondo dei suoi personaggi più iconici e simpatici: Jack Burton
Eravamo rimasti ieri, alla fine della seconda parte dello special interamente dedicato ai quaranta anni di Grosso Guaio a Chinatown, che questo film comprendeva una buona dose d’ironia, che permetteva e che permette ancora tutt’oggi, di venire considerato un film per famiglie. L’ironia di base, però, come si possono evincere fin dalle prime scene, non è solo ed esclusivamente riconducibile al personaggio di Kurt Russell, il leggendario Jack Burton. No, sono anche alcuni momenti contemplati come di mero genere action.
Notando con molta attenzione alcune scene, molti colpi, gesti, anche mosse di alcune coreografie vennero esasperate fino all’estremo, determinando, così, una sorta di commedia, non tanto involontaria, quanto di effetto e non solo per le battute, classiche, che gli stessi protagonisti si scambiano nell’evoluzione della storia.
Allontanandoci, per un momento, su tale dettaglio, sul quale faremo il nostro ritorno molto presto, prima di giungere alla conclusione, non dobbiamo dimenticarci, durante il periodo dello sviluppo della trama, più che in fase di completa scrittura, semmai di mera revisione, John Carpenter volle creare un ulteriore file rouge che legava i due protagonisti con gli strani eventi che si verificavano nel quartiere di Chinatown.
Questo filo rosso è rappresentato da un personaggio apparentemente secondario. Ecco, altro particolare da non sottovalutare: tutti i personaggi che appaiono nel film non sono secondari, al contrario. La loro creazione, da parte gli autori, non è fine a sé stessa, ma appaiono essenziali nell’economia della trama medesima. È così che il personaggio di Gracie Low, una quasi anonima giornalista, non viene inserita solo perché deve fungere da interesse sentimentale per Jack Burton.
Kim Cattral, attrice che due anni prima avrebbe avuto la sua notorietà nel primo leggendario ‘Scuola di polizia’ riesce a reggere bene il doppio ruolo: la bella da difendere, da salvare, da proteggere e colei che sa il fatto suo e che sa destreggiarsi nei momenti di pericolo. Qualcuno direbbe: sì, ma in maniera parodistica. non proprio, perché era lo stesso film, altre ai generi già indicati, miscelava sapientemente gli elementi tipici della parodia, seppur in maniera indiretta.
Ed è che qui che ritorniamo, come promesso, al punto di partenza. Ovvero: l’ironia come elemento quasi primeggiante su tutti gli altri generi. Questo dettaglio ci permette, oltremodo, di andare a scoprire come lo stesso personaggio principale, almeno così sembra, sia stato concepito: quel simpaticone di Jack Burton.
Spocchioso fino al midollo, con una morale e dei valori ben saldi, Jack Burton è il classico americano che vorresti avere al tuo fianco quando sei nei guai; un amico sul quale si può veramente contare. E lui, dal canto suo, non ci pensa due volte a tendere la mano e a tirarti fuori nei casini. In questo, il personaggio di Wang Che è davvero fortunato ma c’è bisogno di una precisazione.
Nella prima parte di questo speciale avevamo lasciato intendere che il protagonista medesimo, seppur accennato in un altro modo, poteva non essere quello che tutti potessero pensare all’inizio. Infatti, lo schema principale, così come ve lo abbiamo riportato, lasciava intendere: un cowboy ed un operario della ferrovia cinese ed una bella da salvare. Nell’immaginario collettivo a salvare colei che era finita nei guai e quindi ad aiutare anche il suo amico, è lo stesso cowboy. Questa visione, però, non era comune in quella nella mente di John Carpenter.
Per paradosso chi lotta contro le tre bufere, le entità soprannaturali che appaiono per la prima volta nella scena del funerale, e chi ha i mezzi, seppur umani, di affrontare lo spirito maligno di Lupin, non è il beniamino Jack Burton ma è Wang. All’epoca, ad Hollywood, era impensabile che un americano facesse sa spalla ad un asiatico. No, non era la solita questione di razzismo, era sempre legato a questioni di produzione tipiche americane.
Carpenter, dall’alto della sua esperienza, trovò un escamotage che accompagnerà lo spettatore fino a quando sarà proprio Burton, dopo essersi rivelato più volte imbranato durante le varie scene d’azione, riuscendo sempre ad uscire senza un graffio, nel riuscire a far fuori lo spirito maligno di maledetto e malefico Lopin. Un escamotage rappresentato da una semplice frase che, allo stesso tempo, suona anche come modo di dire: è una questione di riflessi.
D’altronde dopo che vi abbiamo rinfrescato la memoria con questa scena condivisa sopra, il discorso appare ancor più chiaro. Il punto, però, è capire come si arrivò a tale soluzione. Partiamo col dire che sono due gli elementi che traggono la loro origine da un unico punto di riferimento, ovvero sempre John Carpenter.
Quest’ultimo, se vi ricordate nella prima parte, dopo aver avuto un dialogo costruttivo con Kurt Russell, convinse quest’ultimo a ricoprire il ruolo. Fu allora che, allo stesso Russell, gli venne il lampo di genio di trasformare l’eroe in una sorta di parodia dei cowboy interpretati anni prima da John Wayne. Altra considerazione da completare riguarda ciò che lo stesso regista aveva in testa.
Ovvero: Grosso Guaio a Chinatown era un film sulle arti marziali, nonostante le coreografie dei vari scontri erano inverosimili, ma era comunque un’opera omaggio ad un certo tipi di cinematografia. Dunque, nella sua testa era impensabile che un cowboy riuscisse, se non come abbiamo visto prima, ovvero con un bel colpo di fortuna, a sconfiggere tali guerrieri. La chiave fu nel trasformare Burton in una spalla non in via diretta, ma in via indiretta, così nessuno ci rimanesse male.
Nonostante tutto, come poi è sempre accaduto, in questi casi è il film non si rivelò il successo sperato al cinema; semmai lo divenne nel corso del tempo con i continui passaparola e i continui passaggi televisivi. E pensare, cari lettori, che in quello stesso periodo, Kurt Russell, per questo film rifiutò un altro ruolo che ricevette la stessa sorte: quello di Highlander – L’ultimo immortale. Si avete letto bene.
In merito alla critica, come sempre, non riuscì a comprendere le potenzialità del film e solo negli ultimi anni si parla o di un remake o addirittura di un sequel. Ma la verità è che all’epoca nessuno fu abbastanza lungimirante da comprendere le varie sottigliezze che nascondeva la pellicola. In fondo, lo dice anche lo stesso Jack Burton: è una questione di riflessi.