Il 9 Luglio di 20 anni fa l’Italia di Marcello Lippi si laurea, per la quarta volta, campione del mondo nella sua storia
In questa terza ed ultima parte del terzo speciale dedicato ai mondiali tedeschi del 2006 siamo ben consapevoli di non aver detto tutto, di non aver raccontato tutto. Rispetto all’operazione effettuata con i due mondiali messicani, i nostri mondiali tedeschi sono stati un po’ maltratti. È come se non avessero avuto la loro giusta rilevanza; ma siamo ben consapevoli che quei mondiali, nel nostro cuore, nascondo vari significati.
D’altronde la vittoria stessa della coppa del mondo, la possibilità di poterla alzare di fronte ai propri tifosi, di portarla in patria, con tanto di bagno di folla non può essere descritta con un paio di parole o con qualche espressione ad effetto; neanche chi l’ha giocata, vinta e mostrata in patria riesce di compiere la missione di descrivere ciò che è impossibile da descrivere.
Sembra un nostro gioco di parole, ma non lo è affatto; anzi, tutt’al contrario. E chissà quali pressioni commissario tecnico e giocatori devono sopportare quando, rispettivamente, si devono scegliere i giocatori da mandare in campo e per chi deve giocare. D’altronde Marcello Lippi, con il suo collega avversario Domeneque, di pressioni ne sapevano fin troppo qualcosa e, allo stesso tempo, credere che in quella notte del 9 luglio del 2006 avrebbero inviato in campo formazioni speculari sarebbe stato un errore madornale.
Perché schierare, per i francesi, gente come Barthez in porta; Sagnol, Thuram, Gallas ed Abidal a comporre la linea difensiva; Vierà e Makelele nella zona mediana, con il duplice compito di coprire e ripartire; Ribery, Zidane e Maluda a controcampo, a sostegno dell’unica punta di nome Thierry Henry significava solo una cosa che fra non molto la sveleremo cari lettori.
Un dettaglio che valeva anche per Buffon in porta; Zambrotta, Cannavaro, Materazzi e Grosso in difesa; Camoranesi, Gattuso, Pirlo e Perrotta a centrocampo; Totti rifinitore per Toni, unico attaccante; significava vincere. A guardar le formazioni, quella volta, i nostri ragazzi si erano disposti in campo più coperti rispetto alla maledetta finale di sei anni prima. Mister Lippi, dal canto suo, sapeva che era riuscito ad ottenere un risultato che andava oltre le più rosee previsioni, soprattutto per quello che era successo durante le settimane precedenti al torneo in Italia.
Ma com’è che si dice? Ah sì: l’appetito vien mangiando. Ed è naturale che più si va avanti, più si superano gli ostacoli e più vien voglia veramente di provarci. Soprattutto dopo aver battuto la Germania in quel modo nella semifinale. Molti però, dal punto di vista oggettivo consideravano la Francia un gradino superiore rispetto alla nostra Italia, ma non sempre chi è veramente il migliore sulla carta vince.
E infatti, Zidane, a pochi minuti dall’inizio della finale, illude i suoi, nonostante l’elevato tasso tecnico della sua nazionale. Ma c’era persino un altro aspetto da non sottovalutare. Non è un caso che corsi e ricorsi storici ritornano sempre in queste manifestazioni. Nel 1970, quando gli azzurri vinsero per 4 a 3 contro i tedeschi nell’infinita semifinale allo Stadio Azteca, si disse che quando presero le quattro sberle dal super Brasile di Pelé noi eravamo stanchi dalla partita precedente; mentre i futuri campioni del mondo avevano superato entro i novanta minuti l’Uruguay.
Stessa storia anche contro la Francia. I francesi, di fatto, superano in scioltezza i portoghesi, e non si ritroviamo ad affrontare un’altra guerra contro i tedeschi fino, come nel 1970, ai tempi supplementari. Cari lettori, non è che il mondiale del 2006 ha rimediato anche a quest’ennesimo torto che avevamo subito nel corso di alcune edizioni dei mondiali?
Forse si o forse no, sta di fatto che Materazzi pareggia dopo ben dodici minuti. E anche questo numero farebbe parte di una sorta di cabala molto, ma molto particolare. Infatti, sempre gli azzurri, in quel periodo storico del nostro calcio, prima dell’oscurantismo relativo alle non qualificazioni ai mondiali, riuscivano a raggiungere ogni dodici anni la finale del mondiale: 1970, persa; 1982, stravinta; 1994, persa; 2006… ci stiamo arrivando.
Tornando al 19° minuto del primo tempo, l’Italia non si spegne ma arretra un po’ troppo il proprio baricentro, rischiando di farsi schiacciare troppo dagli avversari. Nonostante tutto, la situazione è sotto controllo. Buffon respinge molti palloni destinati alla propria porta, persino un colpo di testa che getterà nello sconforto lo stesso Zidane.
Zidane, appunto. Chiuderà nel peggiore dei modi la sua avventura calcistica con un gesto di cui ancora oggi non ci si può credere. Le immagini parlano chiaro e non c’è alcun bisogno che ci mettiamo anche noi a rincarare la dose. Quell’espulsione sancirà anche la fine delle velleità francesi nel tentativo di conquistare la seconda coppa del mondo della sua storia.
A quel punto, con i nostri sempre più stanchi ma capaci di reggere il fortino dagli attacchi avversari e i medesimi che ormai non riuscivano a sfondare il muro difensivo era naturale pensare, per la seconda volta, nella storia di un mondiale, di arrivare ai calci di rigore.
In conclusione la lotteria dei rigori non ve la riportiamo per filo e per segno su queste righe totalmente virtuali, no. chiuderemo con le immagini di pura gioia e, passateci il termine, di mero godimento per una vittoria attesa da ben ventiquattro anni. Da quel lontano 1982. In verità ci soffermiamo su un’espressione in particolare che abbiamo usato: il muro difensivo.
Un modo nostro, questo, per riagganciarci al leggendario nostro capitano che, non solo quella notte di Berlino all’Olympiastadion, ma per tutto il torneo fu, metaforicamente parlando s’intende, il vero muro di Berlino. Non fece passare nessuno, tramutandosi in una linea invalicabile che solo pochi, al mondo, possono permettersi di essere in certe situazioni. Alla fine vincemmo noi e come per magia, stesso quella notte, ci dimenticammo lo scandalo e tanti altri problemi. Come per magia il calcio italiano tornò ad essere credibile. Ma forse lo è sempre stato, solo che siamo noi che, da tempo immemore, non ci crediamo più, crogiolandosi su certi allori che rappresentano un passato glorioso e che non aspetta altro di venir rinnovato. Ma bisogna crederci, affinché si possa attingere di azzurro un altro cielo di un’altra finale mondiale.