Il 2 luglio del 1986 Kurt Russell ci presentava il secondo dei suoi personaggi più iconici e simpatici: Jack Burton

Un navigato camionista spaccone ma simpatico, un giovane cinese, figlio di un proprietario di un ristorante quasi anonimo, in attesa dell’arrivo della sua dolce amata dalla Cina ed un quartiere pronto ad esplodere in una improbabile guerra, al limite tra la realtà e surrealtà. In via generale sono questi i tre elementi che sorreggono una delle trame più inverosimili, bizzarre, ma altamente divertenti e spettacolare del panorama cinematografico degli anni ’80. Era il 2 luglio del 1986 e a soli due giorni dal giorno dell’indipendenza, il celebrato anche da noi da poco, 4 luglio, Kurt Russell, con il suo regista ed amico John Carpenter si presenta al pubblico americano, prima, e quello mondiale, poi, con un’opera cinematografica che, ancora oggi, facciamo fatica a collocare. Non in senso temporale, ma per quanto riguarda il genere di appartenenza.

Non è un caso che, una volta spulciati, seppur virtualmente, tutti i siti dedicati al mondo del cinema e digitando il titolo di questo film, si scopre che, chi di competenza, non lo ha etichettato o indicato solo attraverso un genere, ma più di uno. Difatti, in questo piccolo film da novantanove minuti si può riconoscere, tranquillamente, il genere: avventura, quello d’azione, il genere fantastico e perché no, anche il genere commedia; perché di battute se ne dicono in questo film.

Dunque, ritorniamo ai tre elementi che sorreggono e contraddistinguono la trama sviluppata non da un solo sceneggiatore ma bensì da tre: Gary L. Goldman; David Z. Weinstein e W.D. Ricther. Di questi tre elementi, due ruotano intorno ad uno solo: il camionista e un cinese che attende la sua bella amata dalla Cina, per quanto riguarda il terzo elemento non c’è bisogno indicarlo nuovamente, lo abbiamo già fatto.

Il punto però non è tanto scoprire che i due protagonisti sono amici, anzi. Il punto è quando i due si ritrovano, a loro malgrado, ad entrare in azione, nel momento in cui la ragazza viene rapita da alcuni signori di Chinatown, per portarla ad un misterioso individuo di cui si sono perse le tracce, da quello che emerge, da tempo davvero immemore. Ma non è solo questo: i due, ma diciamo che sarebbe più corretto dire, uno dei due, si ritrova invischiato in qualcosa che nemmeno la logica riesce a comprendere appieno.

Non a caso, il film in questione, ha inizio nello studio di un avvocato che ascolta il racconto di un simpatico, gentile ed apparente innocuo anziano signore di origine asiatica in cui, pressato nel dimostrare su come si sono svolti determinati eventi, non ha il problema di mostrare nell’emettere, fra i palmi delle proprie mani, le sue capacità al limite della magia nera; semmai magia nera cinese, concludendo la sua dimostrazione con una semplice frase: è sempre così che si inizia, dal molto piccolo.

Ed è così che si apre lo strano film cult datato, come già ricordato, 2 luglio del 1986 e diretto da John Carpenter: Grosso Guaio a Chinatown. Una pellicola che, strano ma vero, riscosse molto successo più per i continui passaggi televisivi, con tanto di passaparola, ovviamente, rispetto all’approdo cinematografico.

Un film che miscela, nella sua essenza, la doppia spacconeria: quella americana e quella cinese, ma con una variante che, a quei tempi, suonava quasi come una bestemmia. Ma come diciamo sempre fermiamoci e andiamo con ordine. Riprendiamo i due personaggi, anzi semmai il personaggio principale che si ritrova invischiato in qualcosa più grande di lui; un qualcosa a cui è difficile da spiegare e credere.

Il camionista Jack Burton, nome che da quarant’anni a questa parte è diventato un vero e proprio mito, ritorna a San Francisco e precisamente nel quartiere di Chinatown non solo per fermarsi con il carico che trasporta con il suo inseparabile autoarticolato, ma anche per andare a trovare il suo vecchio amico Wang, figlio di un proprietario di un ristorante cinese, come già ricordato in precedenza.

Wang, interpretato da Dennis Dunn, è colui che è in attesa della sua ragazza proveniente dal continente asiatico. Come detto in precedenza, la giovane donna viene rapita e i due non perdono tempo nel tentare di raggiungere i rapitori per cercare di liberarla. Eravamo rimasti, esattamente, al punto che solo uno dei due era veramente preparato a quello che sarebbe accaduto successivamente, mentre l’altro no.

Si perché, lo stesso Jack Burton, nonché uomo di mondo e con una mente molto aperta per aver viaggiato tanto, anche se non sembra, non solo è testimone di un funerale cinese, dopo essersi infilato, durante l’inseguimento, in uno stretto e dimenticato vicolo del quartiere. Non solo si ritrova testimone di un vero e proprio assalto di una gang rivale al funerale, dove tutti si colpiscono con tecniche da arti marziali impressionanti e quasi inverosimili.

Ma si ritrova testimone, persino, anche di due eventi inspiegabili: nel bel mezzo del combattimento sbucano dal nulla e dai modi più disparati tre entità dalle sembianze umane che disintegrano i due eserciti in lotta fra di loro. Preso dal panico inizia a farsi largo, con il camion, fra cadaveri e venendo evitato magicamente dai tre uomini misteriosi.

Non contenti, i tre sceneggiatori, si sono persino divertiti a far investire un altro personaggio misterioso a Jack Burton, ovviamente tutto in maniera involontaria da parte del protagonista, ma che invece di ritrovarsi con un altro cadavere davanti, ritrova quella stessa persona viva e vegeta e neanche un graffio che gli getta dei lampi di luce molto forti, per non dire accecante in faccia.

Vero, cari lettori, ve lo stiamo quasi raccontando. Ma attenzione abbiamo detto ‘quasi’, ciò non solo per non disperdere tutta la trama in un riassunto sostanzialmente noioso, ma anche per un motivo molto semplice: il nostro racconto finisce qui, per dare inizio all’analisi del film e anche un altro racconto: quello del dietro le quinte di questo particolare film firmato John Carpenter.

Che il suddetto regista, ancor prima del 1986, si era già spinto in avanti con trame alquanto bizzarre e fuori dal comune era molto di più di un semplice fatto. Basti ricordare: 1997 – Fuga da New York e Christine – La Macchina infernale. Quest’ultimo titolo, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, a detta di tutti, è la miglior trasposizione cinematografica di un romanzo del Re del Brivido. Quindi, quando arriva questo ennesimo titolo del 1986 dovremo essere già abituati alle sue storie…

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