Il 10 luglio del 1981 usciva nella sale cinematografiche il cult movie fantascientifico e cupo con Kurt Russell
Che il tasso di criminalità sia sempre stato un problema, sia per le grandi che le piccole città, ci sono anche i dati attuali a dimostrarlo. Alle volte la percentuale sale, altre volte sembra apparentemente scendere con la speranza che non debba più risalire. Eppure, nel lontano 1981 i soggettisti e sceneggiatori Nick Caslte e John Carpenter ci andarono, con le previsioni, un po’ troppo con la mano pesante. Immaginarono che solamente sette anni più tardi, esattamente, nel 1988, il tasso di criminalità era salito al 400 per cento, costringendo il governo degli Stati Uniti a chiudere un’area della città della Grande Mela. Diciamo a chiudere un intero borough, distretto, ovvero quello di Manhattan; si proprio quello dove svettavano le twin towers ed oggi c’è solo la Freedom Tower.
La chiusura consisteva nel trasformare l’intera area come un enorme penitenziario a cielo aperto, in cui i criminali potevano solamente entrare, ma non uscire. Tutto questo l’avrebbero previsto per il 1997. È vero, siamo quasi trent’anni dopo e nonostante la criminalità appare sempre in aumento nessun governo, di nessuna nazione, ha adottato, nel corso di questi lunghi tre decenni, una soluzione simile. Per fortuna, aggiungiamo; significa che c’è ancora speranza. Eppure, se notate bene la cupezza di alcune opere fantascientifiche di certi autori che proiettavano il loro sguardo verso l’epoca che proprio oggi stiamo vivendo, non avevano proprio una completa fiducia. D’altronde, come biasimarli.
L’argomento medesimo ci richiede di addentrarci in temi che non sono particolarmente nostri o quantomeno, al momento, questo speciale non è la sede adatta per intraprendere questo tipo di approfondimento. Di sicuro non mancherà occasione. Tornando alla trama, i due avevano immaginato che in quell’ipotetico 1997, l’aereo del Presidente degli Stati Uniti, dopo esser stato dirottato dal Fronte Americano di Liberazione Nazionale, sarebbe caduto proprio in quel di Manhattan e lo stesso capo di stato, successivamente, divenne prigioniero da parte dei condannati a scontare la pena in quella zona della città.
Per evitare il peggio, le forze di polizia e le istituzioni, in particolar modo nella figura dell’Alto Commissario di polizia, decidono di affidarsi ad un uomo per quella che sembra, in tutti i sensi, una vera e propria missione suicida. La scelta ricade su un ex eroe di guerra che si è poi dato al crimine. Il suo nome? Jena Plissken. Come per ‘Grosso Guaio a Chinatown’, anche questo film diretto dallo stesso John Carpenter presenta una durata di ben 99 minuti in cui i generi che vengono miscelati sono sostanzialmente tre: fantascienza, avventura ed azione.
Eppure, pochissimi sanno che questo film, inizialmente, non era destinato allo stesso Kurt Russell ma ad un’altra leggenda di quegli anni: Clint Eastwood. Difatti, la sceneggiatura o quantomeno l’idea circolava, addirittura, se non venti ma almeno quindici anni prima e per tutto il decennio precedente agli anni 80. Secondo le cronache dell’epoca, l’idea stessa, quella originale, non sembrava essere tutta farina di Carpenter e di Castle.
Nonostante tutto le cronache dell’epoca ci riportano o entrambi i nomi, quindi sia Carpenter con Castle, o addirittura solamente lo stesso regista, il quale si sarebbe ispirato ad un evento che, in quegli anni ’70, sconvolse la nazione e, oltretutto, dalla cupezza di un film di cui, proprio in questi periodi, si parla fin troppo poco. Nel primo caso, l’evento storico era quello del Watergate, di cui un paio di anni fa avevano dedicato un ampio reportage.
Per quanto concerne l’opera cinematografica che si rivelò, poi, essere fonte ispiratrice di questo quasi claustrofobico film fantascientifico è quel gioiello con Charles Bronson dal titolo: Il Giustiziere della notte del 1974.
I due riadattarono la storia, molto probabilmente, non pensando più a Clint Eastwood, il quale nel frattempo erano entrato nella dimensione temporale delle cinquanta primavere, per lasciar spazio a qualcuno di più giovane. Eppure, la sensazione che abbiamo di quella scelta che al giorno d’oggi ci appare anche un bel incomprensibile, è che sarebbe stata dettata proprio dal fatto che in quegli anni, l’attore dallo ‘sguardo di ghiaccio’, era riuscito a conquista una ulteriore consacrazione con il ruolo de L’ispettore Callaghan.
Non a caso, sempre le cronache dell’epoca, ci riportano che lo stesso John Carpenter, da solo, abbia scritto o quantomeno ideato la storia nel 1976. Anno in cui lo stesso Clint Eastwood tornò al cinema con ben due film: Il texano dagli occhi di ghiaccio e il terzo capitolo della saga de L’ispettore Callaghan.
Come detto nell’articolo introduttivo di ieri Kurt Russell si rivelò perfetto nel ruolo, riuscendo a scrollarsi di dosso l’immagine del bravo ragazzo che la stessa Disney gli aveva etichettato in quegli anni. Gli stessi due autori, in apertura di film, avevano persino previsto una scena in cui, il protagonista principale, prendeva parte ad una rapina.
Ciò andava a giustificare del perché era anche lui condannato per un qualche reato in particolare. Infatti, nello stesso momento che l’aereo del presidente cade in quel di Manhattan lo stesso Plissken sta per fare il suo ingresso nel carcere speciale dello stato di New York.
A comporre il cast, oltre allo stesso Russel, erano presenti nomi come il veterano Lee Van Cleef, Ernest Borgnine, Donald Pleasence, Isaac Hayes e Harry Dean Stanton e pian piano che andremo avanti in questo speciale vi sveleremo, uno per uno, i singoli che ruoli che questi attori hanno avuto all’interno del film.
Dunque, per proseguire con la nostra analisi possiamo già iniziare a sostenere, a differenza del film che stiamo celebrando in contemporanea, che 1997 – Fuga da New York, d’altronde ci sarebbe anche il titolo a dimostrarlo, che è di genere diametralmente opposto a Grosso Guaio a Chinatown.
Soprattutto la differenza non è tanto nella mancanza di un genere, ossia quello della commedia; nonostante il fantastico sia stato sostituito dalla mera fantascienza, semmai dal tono. Dall’atmosfera, dalle ambientazioni più cupe, che non lasciano speranza, che non c’è alcuna speranza chiunque tenti, non tanto di entrare, semmai di uscire da quel carcere. La nostra metafora, in fondo, non stona poi così tanto. Forse si o forse no, ma sta di fatto che questa è la nostra impressione…