Dai primi anni complicati fino al successo planetario

Come abbiamo lasciato intendere ieri, verso al fine della seconda parte del reportage dedicato all’ottantesimo compleanno di Sylvester Stallone, i cinque anni nella Grande Mela, quelli che vanno dal 1969 al 1974, non si rivelarono tanto proficui. Per motivo per cui, sempre nel 1974 decise di cambiare aria e trasferirsi sotto la collina più famosa del mondo, quella di Hollywood. In apparenza, anche quell’ambiente sembrava offrirgli poco o niente: varie comparsate, piccoli ruoli, fino a quando non ottenne una parte un po’ più di rilievo nel film diretto da Steve Carver, Quella sporca ultima notte, in cui prestava il volto al braccio destro e guardia del corpo di Al Capone, Frank Nitti. Non solo, appare in ‘Marlowe, il poliziotto privato’. Persino in ‘Happy Days – La banda dei fiori di pesco’, in cui divide il set con Perry King, il futuro protagonista della serie tv anni ’80 Riptide, Susan Blakely ed Henry Winkler, il leggendario Arthur Fonzarelli di Happy Days.

Ancora, prende parte persino ad un episodio di una serie televisiva indimenticabile: Kojak e, allo stesso tempo, partecipa ai provini per il ruolo di Han Solo nel primo ‘Guerre Stellari’; per poi recita con un altro mito sempre di quegli anni, ovvero David Carradine in ‘Anno 2000 – La corsa della morte’.

tutto ciò avvenne tra il 1974, il 1975 ed un po’ anche nel 1976; ma è proprio in quest’ultimo anno che riesce ad ottenere la svolta più importante della sua vita, riuscendo a dare sia svolta che un’accelerata alla sua stessa carriera. La storia, ormai, è risaputa. È stata raccontata tante volte e tante volte anche avuto sempre il piacere di ricordarla attraverso le singole interviste a cui ha preso parte. Tant’è che l’anno prossimo uscirà persino un film, di genere biografico, che ripercorrerà proprio quella parte della sua vita.

Una vita che fino a quel momento non era riuscito a trasformare a sua immagine e somiglianza. Di lui si è sempre parlato della sua passione per lo sport, della sua passione per la scrittura ed una sera, in particolare, queste due ragioni di vita esplosero tutte in una sola volta. Era la sera del 24 marzo del 1975, in tv davano un incontro di boxe, non un incontro di boxe qualsiasi, ma di quelli che più avanti nel tempo la storia stessa, sia del cinema e di questa disciplina, noterà; una disciplina sportiva che, in questo reportage, non è stata mai e poi mai menzionata.

Ma anche la boxe, per lo stesso Stallone, rappresentava, forse, una terza passione nascosta, seppur ben inglobata in quella più generale. Le cronache dell’epoca non riportano quando effettivamente, lo stesso Sly, inizia ad avvicinarsi a quest’ulteriore mondo sportivo.  Dunque, il giorno del 24 marzo del 1975 è fondamentale non tanto per la boxe in sé, semmai per quello del grande schermo.

Stallone ancora non lo sa, ma sta per assistere all’incontro di pugilato che gli cambierà la vita. Quella sera si sfidarono l’assoluto campione Muhammad Alì e Chuck Wepner. La posta in palio era il titolo dei pesi massimi. Che vinse Alì, quella sera, non c’è alcuna ombra di dubbio. Il punto, però, era come vinse: non in maniera facile. Non fu una passeggiata.

Lo sconosciuto, fino a quel momento, Chuck Wepner si rivelò più duro di quanto si potesse immaginare. Resistette per tutte e quindici le riprese, per poi crollare per ko tecnico. Ecco, fu proprio quella resistenza, quella capacità di non crollare subito, di rialzarsi, una volta caduto al tappeto, e di continuare a boxare contro la leggenda in persona nonostante i suoi chiari limiti.

Fu un gioco al massacro che a Wepner lo fece comunque entrare negli annali della boxe, per Stallone fu una folgorazione totale. Era come se avesse trovato la via di Damasco e, leggenda vuole, che la sera stessa iniziò a scrivere un copione. Copione che, realmente, venne sviluppato il giorno successivo senza sosta, senza pause. Stallone si barricò in caso per tre giorni di fila per realizzare la storia della sua vita e c’era tutto, ci aveva messo tutto in quella storia dal titolo: Rocky.

Come detto, la storia è risaputa. Nel tempo ha alimentato miti e leggenda dello stesso autore e dello stesso personaggio. Tante volte ci è stata raccontata e tante altre volte ci verrà ricordata, anche grazie a ‘I Play Rocky’, film biografico in uscita l’estate prossima, proprio su questo episodio della vita di Sly.

Il primo Rocky rappresentò qualcosa di veramente epocale, fu una boccata di ossigeno non solo per Stallone ma anche il ben più istituzionale sogno americano. D’altronde la trama lo metteva in mostra tale ideale: la sera del 1° gennaio del 1976 un pugile sconosciuto ha l’occasione di salire sul ring per sfidare il campione del mondo in carica e, in cui, in palio c’è proprio il titolo dell’atleta ormai diventato leggenda.

In sostanza era questo il soggetto nella testa di Sly, nella sostanza era questa l’idea di base che permise all’allora trentenne autore di conquistare e di conquistarsi il primo ruolo della sua importante carriera. Infatti, rifiutò qualsiasi tipo di offerta che gli venisse proposta per vendere il suo copione. L’intenzione era quella non solo di recitare il ruolo del protagonista ma anche di dirigere anche il film.

Considerando la sua inesperienza, quando ottenne la possibilità di esser lui l’attore protagonista, accettò di buon grado che la regia venisse affidata a qualcun altro: per la cronaca a John G. Advilsen. Il successo fu clamoroso, pubblico e critica, elogiarono la sua prima opera cinematografica, soprattutto sorretta da momenti di puro dramma esistenziale.

Con scene, monologhi e battute che ancora oggi rappresentano, il più delle volte, un vero e proprio pugno allo stomaco e per un semplice motivo: siamo tutti Rocky Balboa. Una prima metafora sportiva che permise allo stesso Sly di conquistare non una ma ben tre oscar su dieci candidature; oscar per il miglior montaggio, per la miglior regia e per il miglior film. Durante la premiazione Stallone fu addirittura protagonista di un simpatico siparietto; qui sotto le immagini…

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